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Martins Vagulāns
e la distruzione degli ebrei di Jelgava
giugno - luglio 1941
 
 
 
Anche se questa è follia
c'è del metodo in essa
 
William Shakespeare – Amleto, Atto 2, scena 2
 
Lo scopo dell'ordigno Fine di Mondo
è perduto, se si mantiene il segreto
 
Stanley Kubrick – Dr. Stranamore

 
 
1. INTRODUZIONE
La distruzione degli ebrei europei, avvenuta nel corso della Seconda Guerra Mondiale attraverso le varie fasi tecniche in cui la Soluzione finale può essere suddivisa più o meno teoricamente, è in qualche modo simboleggiata, oltre che – ovviamente – dai campi di sterminio, anche dai grandi eccidi di massa in cui decine di migliaia di ebrei dei territori orientali furono massacrati mediante fucilazioni in fosse comuni, soprattutto durante l’estate/autunno 1941: tra questi, per citarne solo alcuni tra i più efferati, ricordiamo Babi Yar (33.000 vittime), Rumbula (25.000), Kamenec Podolski (23.600) (1) e Rovno (15÷21.000).
Tuttavia, a questi eccidi così apocalittici in termini di vittime, si sovrappose un numero quasi infinito di esecuzioni per così dire periferiche che portarono alla scomparsa di centinaia di comunità medie e piccole, sovente di antica tradizione, con tutto il loro tessuto culturale ed economico spesso risalente al tardo Medioevo. Così, ad esempio, avvenne in Lituania, dove fu annientato circa il 95% dell’ebraismo d’anteguerra (2), o anche in Bielorussia, in Ucraina ed in Galizia. E lo stesso accadde in Lettonia, dove quasi interamente sul posto, fu sterminato circa il 65% della popolazione ebraica (3).
In tal senso, se la scomparsa delle grandi comunità giudaiche residenti nelle maggiori città dell’Europa orientale pose fine per sempre a quel cosmopolitismo ebraico di origine mercantile, e quindi all’aspetto forse più impattante ed immediatamente percepibile, e per certi versi più superficiale, dell’ebraismo est-europeo, l’annientamento delle piccole comunità sparse sul territorio, lontane dai grandi centri economici, distrusse irrimediabilmente quella fragile ma tenace trama rappresentata dalla cultura dello shtetl, tipica dell’ebraismo askenazita di espressione yiddish, che in qualche modo interpretava la visione più mistica ed intimistica del giudaismo europeo, quello in cui i valori e le tradizioni riuscivano ancora a prevalere sul secolarismo e sul materialismo di impronta occidentale, già molto diffuso anche nei grandi centri urbani dell’est.
Se quindi le grandi comunità urbanizzate potevano, in senso generale, rappresentare la ragione modernista del mondo ebraico est-europeo, i piccoli centri ne preservavano la coscienza tradizionale: che inevitabilmente sarebbe stata comunque destinata ad estinguersi gradualmente nel tempo, ma alla quale la Soluzione finale inferse il suo colpo mortale in modo traumatico, e con una brutalità che fu pari solo alla sua trogloditica rozzezza.
Tuttavia, a dispetto del suo devastante impatto sulla vitalità e sullo spirito storico dell’ebraismo europeo, la Soluzione finale nella periferia è a tutt’oggi un aspetto solo in parte focalizzato, e questo anche a causa di una certa carenza di dati precisi, utili a definirne la magnitudo in termini di modalità tempi e numeri, al punto che singoli eventi locali, ovvero circoscritti a comunità più o meno piccole e remote, finirono per scomparire in quanto immersi in contestualizzazioni più generali.
Un esempio di tale situazione è rappresentato dagli eventi che coinvolsero la comunità ebraica lettone di Jelgava (Mitau in tedesco), sulla cui distruzione si ha una conoscenza ancora piuttosto frammentaria e parziale, che in questo capitolo abbiamo cercato di inquadrare, per quanto possibile.
 
2. JELGAVA
Relativamente alla Lettonia, la composizione sociale della locale comunità ebraica finì per assestarsi solo a partire dalla seconda metà del XIX secolo, con l’insediamento a Riga – avamposto verso l’Occidente – di un sempre maggior numero di israeliti provenienti dalle altre provincie, al punto che i circa 44.000 ebrei presenti in città nel 1935, si trovavano a rappresentare oltre il 46% dell’intera comunità mosaica di Lettonia (4). Ed in effetti fu anche attraverso questo rapido agglomerarsi ed urbanizzarsi in un unico ristretto ambito territoriale, di ebrei di diversa origine e provenienza, che la composita comunità ebraica di Lettonia vide progressivamente sfumare in un unico melting-pot le proprie rigide differenze storiche e teologiche (5).
Dopo Riga, gli altri due maggiori centri ebraici erano a Daugavpils, in Letgallia (circa 11.000 persone) ed a Liepaja, sul Baltico (circa 7.000).
A parte queste realtà urbanizzate, che da sole rappresentavano circa il 68% dell’ebraismo lettone, vi erano numerosissime comunità minori sparse nelle altre province, tra cui quella di Jelgava, che su una popolazione complessiva di 34.000 abitanti, contava circa 2.000 ebrei quasi tutti, a parte poche decine, di cittadinanza lettone, parzialmente germanizzati, di espressione yiddish e tedesca e tendenzialmente tradizionalisti ed osservanti (6). Relativamente all’orientamento politico, la maggioranza degli ebrei di Jelgava aventi diritto al voto nelle elezioni del 1925, aveva espresso la propria preferenza per i movimenti sionisti: tendenza che sarebbe rimasta sostanzialmente invariata negli anni successivi e che fu interrotta solo dall’occupazione sovietica dell’estate 1940 (7). A questo punto, come da logica, non mancarono tra gli ebrei di Jelgava, coloro che furono cooptati nell’apparato amministrativo locale sovietico e che furono poi inquadrati, il 25 giugno 1941, in un battaglione della milizia lettone (comandante, K.Ulpi, commissario politico, K.Žubīti), frettolosamente assemblato attorno ai giovani del Komsomol, ai membri della branca locale del Partito comunista, agli operai delle fabbriche e ad un gruppo di fuggiaschi dalla Lituania: in tutto non più di 273 uomini (8) tra i quali, ovviamente, gli ebrei non potevano che essere un’assoluta minoranza, certamente coerente con la percentuale che essi rappresentavano rispetto alla popolazione complessiva della regione (circa il 6%).
In ogni caso questo battaglione sopravvisse solo dal giorno 25 giugno al pomeriggio del 26, allorchè in mezzo ad un caos incontrollato che lasciò il territorio in preda all'anarchia, fu ordinata a Jelgava l’evacuazione generale di tutto l’apparato amministrativo e militare sovietico (9). Nelle caotiche ore successive, circa un migliaio di ebrei, molti dei quali provenienti dalla Lituania o da altre zone della Lettonia, abbandonarono Jelgava – dove nel frattempo si era costituito un comitato cittadino di autodifesa, formato da elementi anticomunisti e nazionalisti e da giovani studenti. Nella loro fuga, questi ebrei si diressero in parte su Riga ed in parte, verosimilmente, verso la Russia (10): in tal senso, è lecito ipotizzare che tra questi vi fossero coloro che maggiormente potevano ritenersi compromessi con il regime sovietico.
Tutti gli altri, per scelta o per necessità, decisero di rimanere a Jelgava.
E di questi, ben pochi sopravvissero all’estate 1941 (11).
 

Jelgava 2
The entrance of the german troops in Jelgava. Along both the sidewalks we can notice the Latvian national flag.
For a certain period at least, Germans were seen as liberators, by a large part of the latvian population

 
3. VAGULĀNS
Nella variopinta congerie di gruppi ausiliari postisi alle dipendenze dei tedeschi nei primi giorni di Barbarossa, un posto di rilievo – più per le sue caratteristiche intrinseche che non per la sua durata nel tempo – fu occupato dal cosiddetto Kommando “Vagulāns”, che costituito a Jelgava il 29 giugno 1941, progressivamente si estese a buona parte della Zemgallia, attraverso un network di comandi locali con i quali continuò ad operare fino alla metà di agosto, quando fu infine disciolto e riorganizzato sotto altra forma.
Specifica se non unica, per le sue peculiarità, l’esperienza di Vagulāns si inserisce in quella zona d’ombra in cui, soprattutto in talune aree del Baltico ed in Galizia, gruppi di ausiliari locali più o meno spontanei, più o meno eterodiretti e con più o meno ampi margini di autonomia, si trovarono a prendere le armi, non tanto e non solo per rivolgerle contro le retroguardie dell’Armata Rossa oramai in rotta, ma anche allo scopo di perpetrare attività violente, che sebbene collegate da un malinteso sottofondo politico conseguente all’oppressione sovietica, finirono quasi sempre per trascendere in pogrom organizzati, manifestazioni persecutorie, nonchè atti di vero e proprio genocidio razziale, invariabilmente rivolti contro la popolazione ebraica (12). Il caso di Martins Vagulāns, in questo senso, è emblematico.Andrew Ezergailis, forse il primo ad averne delineato la figura, così lo descrive (13):
 
"Vagulāns prese la laurea all’Università della Lettonia nel 1934 con una tesi di agronomia, ma trascorse la maggior parte della sua vita lavorativa, prima dell’occupazione, come giornalista in una varietà di quotidiani a Bauska, Jelgava e Riga. Era iscritto ad una confraternita e prima del golpe di Ulmanis era stato membro del movimento Perkonkrusts. Le similitudini tra l’antisemitismo nazista e quello del Perkonkrusts fu forse sufficiente a Stahlecker e Vagulāns per raggiungere un’intesa sugli ebrei. Vagulāns non deluse Stahlecker".
 
Non è chiaro in che modo Vagulāns prese contatto con Stahlecker. Secondo la versione che egli stesso confidò ad un suo conoscente, l'avvocato lettone Rudolfs Turks, membro dell'SD (14), i due si sarebbero incontrati casualmente sull’autostrada per Riga e da qui sarebbe scaturito un rapporto di fiducia concretizzatosi nell’incarico, conferito a Vagulāns dallo stesso Stahlecker, di organizzare a Jelgava un nucleo di ausiliari lettoni dell’SD (15).
Una seconda versione, proposta da Pavlovičs (16), riconosce invece in Vagulāns niente altro che un avventuriero opportunista ed ambizioso, che trovandosi nell’area di Meitene, nei pressi della frontiera con la Lituania, subito dopo il 22 giugno, riuscì a mettersi in contatto con il comando del XXVI° Corpo d'Armata tedesco, da cui ricevette l’incarico di organizzare la sicurezza a Jelgava. A quel punto, forte di un’autorizzazione scritta, nel tardo pomeriggio del 29 giugno Vagulāns si sarebbe presentato al comitato cittadino, che confusamente stava tentando di prendere le misure più urgenti per la sicurezza della città sostanzialmente abbandonata a sé stessa (17), ed apparentemente senza sollevare obiezioni si sarebbe autoproclamato «Jelgavas drošības dienesta štāba priekšnieku (Sicherheitsdienststabführer Stadt Jelgava)». Secondo questa ricostruzione, il primo contatto tra Vagulāns e Stahlecker sarebbe avvenuto attorno al 2 luglio, vale a dire pochi giorni prima dell’arrivo a Jelgava di un distaccamento dell’EGA, ossia il Teilkommando “Becu”, recante specifiche istruzioni relativamente all’inizio della persecuzione antiebraica in città e nel distretto (18). A quel punto, essendosi rivelato uno dei pochi leaders locali disposti a sporcarsi le mani con tali faccende, Vagulāns sarebbe divenuto il referente lettone di Stahlecker nel distretto di Zemgallia, nonostante i malumori della FK 818, che vedeva in lui poco più di un inetto, incapace sia di provvedere all’amministrazione ordinaria del territorio sotto sua giurisdizione – compresi i rifornimenti alimentari alle truppe, del tutto disorganizzati ed insufficienti –, sia di garantire la percorribilità delle rotabili – essenziali per il collegamento con Riga – ancora attraversate da gruppi di sbandati sovietici diretti in Russia e da bande di criminali provenienti dalla Lituania. Per tale motivo, secondo Pavlovičs, Vagulāns sarebbe stato tollerato dalla Wehrmacht solo in quanto, spinto dal suo congenito antisemitismo, si dimostrò ben disposto ad accollarsi anche gli incarichi più irricevibili, tra cui la deportazione di tutti gli ebrei di Jelgava e dintorni in aree di residenza controllata: provvedimento, questo, che sarebbe stato voluto dalla FK 818 (e non dall’SD), allo scopo di allontanare gli ebrei da aree considerate sensibili, quali i ponti sul Lilupe, in obbedienza a quella sorta di ossessione paranoica che agitava i comandi di retrovia della Wehrmacht (19). In altre parole, interpretando Pavlovičs, Vagulāns sarebbe stato un utile idiota (o meglio uno squallido avventuriero) (20), tollerato dalla Wehrmacht e manovrato da Stahlecker e con scarso seguito tra i caporioni locali al di fuori di Jelgava.
 
Queste dinamiche tuttavia, sono interpretate diversamente da Ezergailis, il quale avanza l’ipotesi che Vagulāns possa essere stato un agente operativo dell’SD fin da prima di Barbarossa, e che avesse iniziato la propria missione a Jelgava proprio in virtù di tale ruolo, costituendo di fatto uno di quegli effimeri comandi operativi che lo stesso Ezergailis identifica come «Self-Defense Commandantures (Selbstschutz-Kommandantures)» (21).
In tal senso, l’insediamento di Vagulāns in città, nonché la sua immediata assunzione di tutti i poteri nel caotico vaccum lasciato dai sovietici e non ancora riempito dalla Sicherheitspolizei – il cui primo nucleo, il Teilkommando “Becu”, giunse a Jelgava solo entro la prima decade di luglio – sarebbe stato troppo rapido per essere casuale (22): rapido al punto da riuscire ad organizzare, già dal giorno successivo, 30 giugno, e forse con il benestare di Stahlecker, l’uscita del primo numero del Nacionālā Zemgale, un quotidiano pubblicato e diretto dallo stesso Vagulāns, che divenne il veicolo attraverso il quale egli cominciò ad emanare ordini e decreti, nonché il megafono per diffondere la propria isteria antisemita.
Per tali motivi non si può escludere che Vagulāns, forse attraverso vecchie aderenze con i membri del Perkonkrusts fuggiti in Germania nel luglio 1940, o forse attraverso qualche volksdeutsche lettone emigrato nel Reich, possa essere effettivamente entrato in contatto con l’SD fin da prima di Barbarossa, e che da questi sia stato assoldato, fornito di proprie direttive politiche e quindi lasciato in stand-by in attesa dell’occasione propizia: che si sarebbe manifestata già nelle prime ore dopo il 22 giugno allorchè Vagulāns, una volta entrato in clandestinità, potè unirsi ad gruppo di partigiani lettoni operanti nei pressi di Eleja, lungo la frontiera con la Lituania non lontano da Meitene. A quel punto, dopo essersi messo in contatto con i tedeschi, avrebbe fornito loro delle informazioni sui reparti dell’Armata Rossa presenti nell’area di Jelgava, che aveva ricevute da un suo conoscente, Arturs Neparts, allievo presso l’Istituto Magistrale di Jelgava e leader di un gruppo studentesco clandestino (23).
In tale contesto, se come sembra un contatto effettivamente vi fu, tra Stahlecker e Vagulāns lungo la rotabile che dalla frontiera con la Lituania porta a Riga via Jelgava (probabilmente attorno al 29 giugno), più che casuale sarebbe stato del tutto consequenziale, oltre che funzionale a definire gli ulteriori sviluppi di un progetto pre-esistente e delineato nelle sue linee generali, che non sembra possa avere avuto alcunchè di improvvisato o di spontaneo. In altre parole, nella sua marcia di avvicinamento a Riga, Stahlecker avrebbe provveduto ad organizzare, con personale lettone, una rete territoriale dell’SD, nominando dei singoli responsabili a livello locale: così, oltre che a Jelgava, branche ausiliarie dell’SD ufficiosamente denominate Selbstschutz-Kommandantures, sarebbero state attivate anche a Bauska, Tukums e Jēkabpils, oltre che in numerose altre località della Lettonia (24).
   Jelgava 5 Stahlecker
  Franz Walther Stahlecker
 
Non si conoscono in effetti, le disposizioni che Vagulāns ricevette da Stahlecker, il quale si mantenne sempre piuttosto sul vago senza ordinare apertamente l’esecuzione di ebrei. Certo è che nè gli eventi che si succedettero a Jelgava nel luglio/agosto 1941 e che portarono all’annientamento della locale comunità ebraica, nè la linea ideologica indicata dal Nacionālā Zemgale, di giorno in giorno più violentemente antisemita al punto da compiacersi nel suo ultimo numero datato 15 agosto, dell’espulsione dalla città della comunità ebraica «creatrice delle miserie del mondo», attuata con «l’esemplare supporto dei soldati tedeschi», non potevano ragionevolmente non avere ottenuto un preventivo beneplacito – o quantomeno un tacito assenso – da parte di Stahlecker, il cui comando di Riga distava da Jelgava solo poche decine di chilometri.
Secondo Ezergailis è quindi piuttosto improbabile che Stahlecker possa non avere dato una specie di benedizione preventiva a Vagulāns, il quale, fin dal giorno successivo al suo insediamento nei locali della Prefettura, in Liela iela 42, cominciò a costruire la sua organizzazione, essenzialmente basandosi su un gruppo iniziale di 10 o 15 elementi che avevano già servito nella polizia lettone d’anteguerra, nell’organizzazione paramilitare e di difesa civile Aizsargi, nonché nei nuclei di partigiani nazionali in armi, scesi in strada in quei giorni. Infatti, con un articolo pubblicato il 30 giugno sulle colonne del Nacionālā Zemgale, fu annunciata da Vagulāns la formazione del suo comando – assimilato ad una polizia di sicurezza – e decretato il richiamo di tutti i poliziotti ed Aizsargi presenti in città, già in servizio fino al 15 giugno 1940. Allo stesso tempo, furono emanate una serie di disposizioni inerenti la sicurezza urbana, l’assegnazione di bracciali di riconoscimento al personale (25), il possesso delle armi, la censura alla stampa, il controllo dei prezzi, la requisizione di veicoli e l’applicazione delle leggi di guerra (fucilazione) per i contravventori: tutte misure piuttosto ordinarie in una situazione straordinaria e caotica quale era quella degli ultimi giorni di giugno 1941 in Lettonia, ma che confermano la completa presa di autorità di Vagulāns su Jelgava e i suoi sobborghi nel breve spazio di 24 ore. Ovviamente, a queste prime ordinanze si aggiunsero fin da subito le disposizioni antiebraiche, preannunciate da Vagulāns il 30 giugno attraverso uno sproloquio sul complotto giudaico-massonico incentrato attorno ai Protocolli dei savi di Sion; tali disposizioni si concretizzatrono nell'ordinanza del 3 luglio, che imponeva alle fabbriche, alle attività commerciali di pubblico interesse ed alle varie istituzioni cittadine il licenziamento dei lavoratori ebrei. A questa prima vessazione ne seguì una seconda due giorni dopo, incentrata sulla proibizione agli ebrei di frequentare teatri, cinema, musei e parchi pubblici (26).
È stato stimato che il Kommando “Vagulāns” possa aver raggiunto, all’apice della sua forza, una consistenza complessiva di circa 300 uomini, un centinaio dei quali a Jelgava ed il resto disperso in un network di comandi estesi anche nei distretti limitrofi di Bauska, Tukums e Jēkabpils, a quanto pare operativi già dal 5 luglio, così come confermato dallo stesso Vagulāns attraverso un articolo pubblicato due giorni dopo dal Nacionālā Zemgale, al termine di un giro di ispezione nelle varie località; nel medesimo articolo venivano tra l'altro evidenziati, con toni parossistici, numerosi problemi riscontrati in quelle sedi distaccate, inerenti l'organizzazione, la leadership e lo scarso rispetto per gli ordini emessi dal comando centrale.Relativamente a Jelgava, dove il kommando aveva il proprio quartier generale, erano state costituite diverse strutture (27):
 
- comando centrale di Vagulāns e segreteria, in Liela iela 42
- una unità di guardia
- un nucleo comando per l’area urbana di Jelgava
- un nucleo di coordinamento per i comandi distaccati
- un nucleo di polizia criminale
- un nucleo tesoreria e sequestro oggetti preziosi
- un nucleo sequestro e gestione beni immobili
- un nucleo gestione materie economiche
- un nucleo controllo prezzi e mercato nero
- un nucleo kommandantur campi di concentramento
- un nucleo investigativo
- un nucleo registrazione ebrei
- un ufficio passaporti
- una unità compiti speciali
 
Leggendo tale struttura e sovrapponendola al contesto generale, si può avere la percezione delle ambizioni che ruotavano attorno al Kommando “Vagulāns”, al quale fu consentito di espandersi entro certi limiti, fino ad evolversi in qualcosa di molto simile ad una vera e propria struttura di sicurezza su scala locale, parallela all’SD.Ad un certo punto, tuttavia, qualcosa smise di funzionare.Il 16 agosto 1941, dopo aver annunciato con la sua solita isteria antisemita dalle colonne del Nacionālā Zemgale, la fine della comunità ebraica di Jelgava, Vagulāns fu rimosso dal comando e rimpiazzato dopo due giorni (18 agosto) da Valdis Jursons; costui assunse anche il controllo del quotidiano, che nell’occasione fu ribattezzato semplicemente Zemgale (28).
Quanto alla struttura operativa del kommando, questa fu mantenuta intatta nelle sue linee generali, ma riordinata non più come una polizia di sicurezza ausiliaria, bensì come un'ordinaria polizia distrettuale Schuma-Einzeldienst, con tutto il significato politico che ne conseguiva. Relativamente a Vagulāns, coerentemente con le sue attitudini, non avrebbe trovato di meglio che arruolarsi nel Kommando Arajs, salvo poi essere incarcerato nel 1943 nella prigione centrale [di Riga?], per lo stupro di una donna ebrea a Minsk (29). In effetti, non si conoscono i motivi che portarono alla sostituzione di Vagulāns, sulla quale sono state avanzate alcune ipotesi tutte piuttosto plausibili e non necessariamente in contraddizione tra di loro.Dopo aver escluso, come unica improbabile, la possibilità che il suo furore antisemita possa aver travalicato eventuali limiti imposti dai tedeschi – vista la condiscendenza ed il supporto che questi garantivano ed avrebbero continuato a garantire, ad Arajs ed ai suoi sgherri – riassumiamo di seguito le ipotesi più ragionevoli:
 
La prima, nonché più plausibile, è che il ruolo di Vagulāns possa essere stato considerato esaurito una volta più o meno normalizzata la situazione in città e nel distretto e, soprattutto, dopo aver completato la distruzione della comunità ebraica di Jelgava (30). Non sappiamo, in effetti, quali furono gli accordi ch’egli prese con tahlecker il 28 giugno, ma è possibile che fossero ristretti al solo breve periodo ed all’assolvimento del lavoro sporco, così come d’altronde limitato ed effimero rimase il ruolo delle altre Selbstschutz-Kommandantures costituite in Lettonia durante le prime sei settimane dell’occupazione. In tal senso, l'aver consentito a agulāns di arruolarsi nel gruppo di rajs, mantenendo anche successivamente collegamenti con l'SD (si veda § 3.7), lascia intedere che non si sia trattato di una caduta in disgrazia di fronte agli occhi dei suoi controllori, ma che sia stato semplicemente messo nelle condizioni di poter decidere del proprio destino, una volta completata la missione a Jelgava.
La seconda possibilità è che Vagulāns possa essersi dimostrato difficilmente gestibile e potenzialmente pericoloso in quanto tendenzialmente nazionalista. Il fatto che il suo gruppo, dopo il 16 agosto, abbia finito per essere riorganizzato come una specie di gendarmeria ausiliaria sulla falsariga degli Schuma-Einzeldienst, perdendo quelle attitudini di polizia politica che lo avevano contraddistinto fino a quel momento, è piuttosto significativo. In tal senso, è cosa nota come le direttive provenienti da Berlino, e che Stahlecker dovette applicare sia pure adattandole ad un contesto complicato, non prevedessero la presenza di entità armate ausiliarie che non fossero interamente sotto un rigido controllo politico ed operativo tedesco, tanto che fin dall’8 luglio era stata imposta la dissoluzione di tutti i gruppi partigiani formatisi spontaneamente dopo il 22 giugno (31). A quel punto, sarebbe stato impossibile tollerare oltre un certo limite, anche la manifesta ambizione di Vagulāns di trasformare la sua accozzaglia di bravacci in qualcosa di politicamente significativo. Un altro indizio in tal senso potrebbe essere la rimozione, avvenuta il 18 agosto, dell’aggettivo “Nacionala“, dalla testata del quotidiano, che fu così ridotto ad un più innocuo e generico “Zemgale“.
Una terza possibilità citata sia da Pavlovičs che da Ezergailis (32) – è che Vagulāns sia stato ritenuto professionalmente non idoneo a svolgere un ruolo di comando in una condizione che non fosse di emergenza, bensì di stabilizzazione, e che pertanto, sia stato rimpiazzato per questo motivo dall’Hptm. Jursons. In tal senso, a prescindere dal livello di fedeltà politica ed ideologica di cui si possa dare dimostrazione, la gestione di una struttura di polizia a livello distrettuale è cosa troppo complessa per lasciarla a un dilettante, e sotto quest’ottica Vagulāns non poteva vantare alcuna esperienza, se non quella di mediocre giornalista ed agitatore politico.
Un’ultima ipotesi, anche questa avanzata da Ezergailis (33), è legata a possibili incompatibilità tra Vagulāns ed il Gebietkommissar Walter von Medem, neo-incaricato dal Reichkommissar Lohse dell’amministrazione civile nel distretto di Jelgava, il quale, alcuni giorni dopo il suo insediamento avvenuto il 12 agosto 1941 (34), scrisse un severo memorandum nel quale si addossava a quei «pazzoidi dei lettoni» l’intera responsabilità dell’uccisione degli ebrei di Zemgallia, probabilmente come risposta e smentita ad un articolo di Vagulāns apparso sul Nacionālā Zemgale, del 15 agosto, nel quale tale merito era riconosciuto essenzialmente ai tedeschi (35):
 
Questa la versione di Vagulāns:
Jelgava è libera da ebrei, un piccolo cartello lo annuncia all'ingresso della metropoli della Zemgallia. Questo cartello è sufficiente per riconoscere – e per far sapere a tutti i cittadini della Zemgallia – […] che i costruttori del nuovo ordine – i soldati tedeschi – hanno dimostrato fede esemplare nel supportare ed assicurare il successo, [ossia] l'espulsione di quella razza di persone creatrice di tutte le miserie del mondo.
 
Questa la successiva versione di von Medem:
"Le brutalità ed il reinsediamento provennero prima di tutto dai lettoni, e sono state dirette contro gli ebrei locali ed i comunisti. Il popolo lettone si è liberato da solo dagli ebrei con odio spontaneo, e c'è stata anche una sanguinosa resa dei conti con elementi lettoni locali.
 
Quale sia stata l'origine del contrasto tra von Medem e Vagulāns non è dato sapere con certezza. Tuttavia, per un soggetto di nobile ma decaduto lignaggio come Walter-Eberhard, Barone von Medem – che con l'improntitudine di un sovrano nei suoi domini personali aveva cominciato ad esercitare il suo potere nel distretto dallo spettacolare Jelgavas pils, il Palazzo Rastrelli già sede dei duchi di Curlandia –, difficilmente poteva essere tollerabile la concorrenza di un piccolo ras locale, perdipiù plebeo, quale era Vagulāns. Si aggiunga poi il probabile risentimento personale e la volontà di rivalsa di von Medem nei confronti degli ingrati lettoni in generale, e si ha un quadro plausibile del rapido crollo del sistema di potere esercitato da Vagulāns a Jelgava e dintorni (36). In ogni caso, a prescindere dalle motivazioni che portarono al suo dimissionamento, sta di fatto che dopo l'intervento di Vagulāns la cosiddetta questione ebraica, quantomeno nel distretto di Zemgallia, poteva considerarsi efficacemente risolta.
Vediamo come.
 
4. PREPARATIVI
Secondo quanto pubblicato il 30 giugno dal Nacionālā Zemgale, Jelgava cadde senza combattere in mano tedesca, alle ore 14:30 del 29 giugno, dopo essere stata raggiunta poco prima (12:50) da un’avanguardia di truppe cicliste della 61a Divisione di Fanteria, incaricata di tenere aperti i ponti a sud della città. Secondo tale articolo – poi ripubblicato il 6 luglio sulla base di un pezzo scritto dal corrispondente di guerra tedesco Frank Götze – la popolazione lettone avrebbe accolto festosamente le truppe tedesche (37). Dopodichè, nel giro di poche ore, Stahlecker e lo Stab/EGA attraversarono la città, per da qui raggiungere il 30 giugno Pardaugava, sobborgo di Riga sulla sponda meridionale della Dvina ed infine la stessa Riga il giorno successivo (1° luglio) (38); in questa stessa data Jelgava fu scelta quale sede della Feldkommandantur 818 del Maj. Schäfer, il quale tuttavia assunse effettivamente l'incarico solo il 6 luglio, lasciando per alcuni giorni un vuoto di potere in città e nel contado, almeno per quanto riguarda l'autorità della Wehrmacht: un vuoto che fu occupato saldamente da Vagulāns e dai suoi (39).
A questo punto, stando alle informazioni disponibili, sostanzialmente riconducibili agli atti raccolti durante il processo di Colonia contro Adelt e Becu (membri dell’Einsatzkommando 2), l'unico reparto della Sicherheitspolizei dopo Stahlecker ad entrare in città sarebbe stato il Teilkommando di Alfred Becu, che giunto a Riga tra il 2 ed il 4 luglio 1941, avrebbe ricevuto dal comandante dell’EK2 Rudolf Batz, anch’egli arrivato in città negli stessi giorni, l’ordine di insediare a Jelgava un piccolo nucleo di uomini allo scopo di procedere sia con l’eliminazione di tutti i potenziali oppositori – compresa ovviamente l’intera componente ebraica della popolazione locale – (40) sia di sostenere (e presumibilmente controllare), l’attività degli ausiliari di Vagulāns.
Sulla base di questo calendario si può quindi inquadrare la presenza di Stahlecker a Jelgava non oltre il giorno 29, vale a dire poco dopo l’incontro avuto con Vagulāns, nonché, verosimilmente, poco prima dell’incendio notturno della sinagoga: incendio che avvenne due o tre giorni dopo l’ingresso a Jelgava delle truppe tedesche e che fu uno dei primi atti perpetrati ai danni della locale comunità ebraica, in questo caso, probabilmente, per mano di qualche piccolo distaccamento dell’EK2 ancora presente in città, forse allo scopo di dare una dimostrazione pratica a Vagulāns ed ai suoi (41).
Una breve testimonianza sull’incendio della sinagoga – avvenuto probabilmente nella notte tra il 29 e 30 giugno, o in alternativa in quella tra il 30 giugno ed il 1° luglio – fu rilasciata il 16 ottobre 1970 davanti al Tribunale di Colonia da Arturs Tobiass, un cittadino lettone che assistette alle fasi immediatamente successive al divampare dell’incendio, verso il quale era stato richiamato dalla curiosità, sull'eco di una violenta esplosione ch’egli udì verso mezzanotte dalla sua casa, distante dalla sinagoga solo poche centinaia di metri (42).
 
   Jelgava 1
  The main Synagogue in Jelgava, before the war
"Quando raggiunsi la sinagoga questa era già completamente avvolta dalle fiamme. Gli altri spettatori mi dissero che erano stati i tedeschi ad appiccare il fuoco con gasolio e granate a mano. Dopodichè, vidi un gruppo di ebrei che si avvicinavano. Non sono in grado di ricordare se tra di essi vi fossero solo uomini oppure anche donne. Lungo entrambi i lati del gruppo, ad una distanza di circa cinque metri, marciavano degli uomini in uniforme, con elmetti tedeschi. È difficile dire quanti ebrei vi fossero nel gruppo. C’erano forse 100 o 200 persone. Gli ebrei scomparvero nel buio ed io ritornai a casa.
Il giorno successivo parlai con un conoscente che abitava a fianco della sinagoga, il quale mi spiegò che il rabbino aveva rifiutato di abbandonare la sinagoga e che per questo motivo era stato ucciso dai tedeschi. Dopodichè, questi avevano appiccato il fuoco all'edificio. Sentii dire che degli ebrei erano morti bruciati nella sinagoga e mi fu anche raccontato di eccessi commessi contro il gruppo di ebrei incolonnati. Devo aggiungere che [quella notte] io rimasi in fondo alla folla di spettatori… Non appena gli ebrei furono passati oltre la sinagoga, udii dei lettoni che li commiseravano […]. In questa circostanza non udii né vidi alcuna espressione o atto di antisemitismo, da parte della folla di spettatori lettoni".
 
Dunque, quello della sinagoga di Jelgava non sarebbe stato un pogrom perpetrato da qualche manipolo lettoni facinorosi, bensì un atto ordito da personale tedesco in uniforme ai danni di un gruppo di ebrei che, probabilmente per cercare riparo o forse per discutere il da farsi, si erano radunati all’interno della sinagoga. Addirittura, i civili lettoni che assistettero all’incendio avrebbero espresso simpatia nei confronti dei loro concittadini ebrei (43).
Relativamente agli ebrei arrestati dopo l’incendio, non si conosce quale sia stata la loro sorte. Secondo Kaufmann, nei primi giorni dell’occupazione vi furono numerose fucilazioni di singoli ebrei o anche di intere famiglie (44) – probabilmente nell’ordine di alcune decine di persone – ma non riporta nulla che possa far pensare ad una esecuzione di massa – quale evidentemente sarebbe stata la fucilazione di 100 o 200 persone. Pertanto, è plausibile che gli ebrei arrestati quella notte siano stati confinati per la maggior parte, negli stessi fabbricati adibiti a ghetto nei quali furono poi deportati, già entro la prima settimana di occupazione, anche tutti gli altri ebrei di Jelgava (45).
Il confino, sotto sorveglianza, dell’intera comunità ebraica di Jelgava è confermato dagli ordini emessi da Vagulāns attraverso le colonne del Nacionālā Zemgale. Infatti, subito dopo aver imposto a tutti i capi-palazzo di fornire gli elenchi dei condomini alla polizia di sicurezza, (1° luglio) ed aver proibito ai lettoni di intrattenere qualsiasi rapporto commerciale o di scambio con gli ebrei (3 luglio), Vagulāns produsse un’ulteriore e drastica misura discriminatoria, in base alla quale fu ordinato a tutti gli ebrei di Jelgava di abbandonare le loro abitazioni entro il 5 luglio, nonchè tutti i posti di lavoro che ancora occupavano e di raggiungere quindi i fabbricati-ghetto loro assegnati. A quel punto, i luoghi di segregazione obbligata furono posti sotto sorveglianza dagli uomini di Vagulāns.Il testimone, Arturs Tobiass, conferma questo particolare (46):
 
"Sentii dire che gli ebrei erano stati radunati in un fabbricato lungo la strada che portava al mercato del pesce. La casa era vicina al fiume Lielupe. Quella casa, che poteva contenere solo una piccola parte degli ebrei di Jelgava, era sorvegliata da un ex-sergente dell’esercito lettone e da altri lettoni. Non ricordo niente altro di speciale circa quel luogo di confino, anche perché il sergente con il quale parlavo, era sovente ubriaco".
 
Ecco quindi, che se Vagulāns ed i suoi accoliti rimasero verosimilmente estranei all’attacco contro la sinagoga, ben presto avrebbero potuto rimediare a questa mancanza, così come dimostrato dagli eventi successivi.
 
 
 Jelgava 6
On July 3, 1941, through the columns of the Nacionālā Zemgale, the Jews of Jelgava were ordered to abandon
their houses and workplaces 
 
5. ANNIENTAMENTO
Secondo quanto riportato da Stahlecker nell’EM 40 del 1° agosto 1941, entro quella data erano stati eliminati i 1.550 ebrei superstiti di Jelgava: cifra coerente con un sommario già riportato dal Nacionālā Zemgale il 29 luglio, secondo il quale 1.200 ebrei erano stati espulsi dalla città. Pochi giorni dopo, il 15 agosto, sempre dalle colonne del medesimo quotidiano, Vagulāns annunciava la scomparsa della comunità ebraica di Jelgava. Un'ulteriore ridimensionamento dell'arco temporale entro il quale l'eccidio fu perpetrato, lo fornisce una lettera, scritta a sua moglie Hanna il 20 luglio 1941, del Wachtmeister Hermann Gieschen, membro dei Polizei-Bataillon 105 di Brema, mentre con il suo reparto si trovava a transitare da Jelgava diretto a Riga (47):
 
"Abbiamo marciato nel frattempo per circa 100 km, e siamo ora in territorio lettone. Siamo dislocati a circa 40 km da Riga... La piccola città dove ci troviamo è molto graziosa. La vita ha ripreso il suo corso. I rifugiati hanno fatto ritorno... Gli ebrei sono tutti via. Dove sia finita questa masnada, non lo so. In ogni caso non ci sono più ebrei a Mitau. Probabilmente sono dovuti andare a lavorare nei campi... [sic!]
Inoltre, è stato aperto il Mitauer Hof, un grande e nuovo albergo dove vivono anche diversi ufficiali. Ci si può anche pranzare... I prezzi sono piuttosto bassi. Anche Riga è una città bellissima e ordinata. Si vede subito che ha un'impronta germanica. Sono tutti amichevoli e puliti, strade larghe, splendidi edifici, bei negozi e ristoranti eleganti".
 
Basandosi sui dati ricavati da queste fonti, è ragionevole inquadrare l’annientamento degli ebrei di Jelgava in un periodo compreso tra la prima e la seconda decade di luglio, in buona parte coincidente con la permanenza in città del TK “Becu”, protrattasi per almeno una settimana, a partire circa dal 4 luglio. Tutto ciò è ulteriormente confermato dai cartelli recanti l’annuncio Mitau Judenfrei, fatti affiggere agli ingressi della città poche settimane dopo l’inizio dell’occupazione (48).
Delineare il periodo in cui avvenne la liquidazione degli ebrei di Jelgava è importante per cercare di stabilire le responsabilità ed il contesto in cui tale sradicamento fu perpetrato. Dai dati disponibili quello che emerge è una condivisione della colpa tra il Mordkommando di Becu e gli ausiliari di Vagulāns, con il primo giunto in città per dare probabilmente il via alle esecuzioni sotto sua stretta supervisione ed i secondi impegnati ad eseguirle, dopo aver svolto fin dal 30 giugno, subito dopo il loro insediamento a Jelgava, tutto il lavoro preparatorio: emarginazione, identificazione e reclusione degli ebrei in aree di soggiorno obbligato.
A Jelgava, così come in buona parte della Lettonia, le esecuzioni di massa sarebbero incominciate quindi solo dopo l'istituzione, da parte tedesca, delle cosiddette Selbstschutz-Kommandantures formate essenzialmente attorno ai membri dei gruppi partigiani, come quello di Vagulāns, che avevano preso le armi nei giorni della ritirata sovietica dal paese. Circa 700 di queste entità operative sarebbero state costituite a livello locale in tutta la Lettonia, per un verso subordinate alle strutture territoriali della Wehrmacht (Orts- e Feld-Kommandantures) e per un altro verso disponibili, quando necessario, ad accollarsi le attività antiebraiche, nel ruolo di manovalanza genocida per i distaccamenti dell'SD (49). Sebbene probabilmente non tutte, tali Kommandantures rimasero coinvolte nel genocidio ebraico, è certo che molte di esse svolsero, per circa sei settimane dal 22 giugno 1941 in poi, un ruolo significativo soprattutto nelle aree rurali, dove sarebbe stato altrimenti difficile, per la Sicherheitspolizei, intervenire con gli scarsi reparti che aveva disponibili in Lettonia. In ogni caso, queste strutture furono creature di matrice tedesca, che scomparvero entro l'autunno 1941, una volta completata la degiudeizzazione delle provincie e non appena le autorità d'occupazione decisero in tal senso (50). Per tale motivo, il genocidio ebraico in Lettonia non deve essere letto come un fenomeno endogeno spontaneo, magari generato da qualche risentimento dei lettoni verso gli ebrei, risalente al periodo dell'occupazione sovietica, ma sarebbe stato piuttosto il risultato di impulsi esogeni lanciati attraverso le ramificazioni e sotto la stretta supervisione della Sicherheitspolizei.
Prova ne è l'irritata reazione di Stahlecker del 6 agosto 1941, di fronte alle più pragmatiche linee guida circa il trattamento degli ebrei indicate da Lohse, neo-nominato Reichkommissar Ostland, colpevole di non tenere in debita considerazione le nuove possibilità offerte dai territori dell'est, per «risolvere la questione ebraica mediante un trattamento radicale(Radikale behandlung der Judenfrage)» (51).
Prova ne è anche, l'annotazione vergata a mano da Stahlecker sul medesimo memorandum, circa la necessità di discutere della questione unicamente a voce, non essendo opportuno farlo per iscritto, trattandosi di una materia riguardante gli «ordini fondamentali provenienti dalle autorità superiori della Polizia di Sicurezza» (52).
Prova ne è, infine, il sostanziale fallimento, ammesso dallo stesso Stahlecker, del tentativo di sobillare pogrom antiebraici tra la popolazione lettone, subito dopo l'ingresso delle forze tedesche nel paese (53): ammissione che non smentisce, bensì conferma anche le impressioni relativamente più ottimistiche registrate in un primo tempo dallo stesso Stahlecker, come quelle riportate nel già citato EM 40 del 1° agosto 1941, dove è riportato, con voluta ambiguità, il completamento di alcune azioni di (presunta) autopulizia da parte dei lettoni, ivi compresa la rimozione dei 1.550 ebrei di Jelgava, in realtà eterodiretta. In altri termini, il sostanziale fallimento dei pogrom spontanei ebbe l'effetto di riportare l'onere di risolvere la questione ebraica in Lettonia (ed altrove), nelle mani dei nazisti.
Detto ciò, il ruolo subordinato dei perpetratori lettoni rispetto ai loro controllori tedeschi non esclude, evidentemente, l'acclarata responsabilità di taluni settori della intellighenzia locale, probabilmente minoritari ma particolarmente rumorosi – quali associazioni studentesche, quotidiani come il Nacionālā Zemgale, circoli intellettuali estremisti, ecc. (54) – per aver contribuito ad esacerbare di fatto le pulsioni più intransigenti tra la popolazione, attraverso le grida di dolore, la strumentalizzazione di episodi e la distorta lettura degli eventi, ed anche facendo leva sul clima di incertezza – questa si generalizzata – e sulle oggettive difficoltà prodotte dal repentino quanto inaspettato regime changing: un ambiente avvelenato tipico di ogni situazione di turbolenza esasperata, se non di quasi anarchia come quella prodottasi in Lettonia nel breve periodo di interregno compreso tra la fuga dei sovietici e l'ingresso delle truppe tedesche, durante il quale violenze, soprusi, opportunismo, espedienti, astuzie e meschinità miseramente a-ideologiche, pur non riuscendo a sfociare in pogrom o esecuzioni di massa, furono funzionali alla creazione di quel mefitico habitat sociale adatto a favorire il passaggio dall'antisemitismo discriminatorio a quello eliminazionista nel breve volgere di poche settimane; o addirittura di pochi giorni, come nel caso di Jelgava.
Gli atti del processo di Colonia forniscono alcuni particolari su quello che avvenne a Jelgava nei giorni delle stragi.
Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, il gruppo della Sipo-SD agli ordini di Alfred Becu, composto da nove membri dell’EK2 supportati da una dozzina di poliziotti del primo mezzo plotone della 1/Polizei-Bataillon 9 guidati da Wilhelm Adelt, sarebbe giunto a Jelgava da Riga nei giorni immediatamente successivi al 4 luglio. Fin da subito, Becu avrebbe preso contatto con Vagulāns, fornendogli il supporto del suo plotone d’esecuzione, così come ordinatogli da Batz (55).
Questa la testimonianza di Adelt, circa il suo primo approccio con Becu (56):
 
"Non appena arrivammo a Riga fui aggregato, con i miei 12 uomini, ad un Sonderkommando dell’SD di circa pari forza, comandato dall’SS-Sturmscharführer Becu, che a me era del tutto sconosciuto. A quel punto, ricevetti da Becu l’ordine di seguirlo, lui ed il suo gruppo, con tutti i miei uomini, senza sapere né il motivo né la destinazione. Dopodichè, nelle prime ore del pomeriggio raggiungemmo Mitau dove prendemmo quartiere. Misi una parte del mio gruppo a guardia degli alloggiamenti".
 
A quel punto, essendosi già conclusa la carcerazione degli ebrei nei fabbricati ad essi assegnati (5 luglio), non rimaneva altro da fare che procedere con la loro liquidazione.
Non è chiaro, in effetti, se questo avvenne attraverso un’unica esecuzione, oppure in più fasi nel corso di luglio. Da quanto si ricava dal confronto dei pochi dati disponibili, la seconda ipotesi sembra confermata, anche perché avrebbe impegnato un minore numero di uomini rispetto ad un’azione in grande stile: ricordiamo infatti, come fossero disponibili a Jelgava solo un centinaio circa degli ausiliari di Vagulāns, compresi gli amministrativi, oltre ai pochi poliziotti tedeschi di Becu e Adelt. È possibile, pertanto, che ogni azione prendesse di mira un singolo gruppo di fabbricati-ghetto, svuotati i quali si passava a quelli successivi.
Riportiamo un estratto degli atti dell’indagine preliminare avviata dal procuratore di Dortmund contro Adelt e Becu (57):
 
"Nel luglio 1941, dopo l’ingresso a Riga di buona parte dell’EK2 di Rudolf Batz, un kommando dell’SD e membri della 1/Polizei-Bataillon 9 furono inviati a Mitau (Jelgava), allo scopo di liquidare gli ebrei, assieme alla lettischen Selbstschutz. Sotto gli ordini di Adelt c’era approssimativamente un gruppo della 1/Polizei-Bataillon 9, mentre l’intero kommando era agli ordini di Becu. Le esecuzioni degli ebrei di Mitau (uomini, donne e bambini), furono perpetrate tutti i giorni o quasi per circa una settimana, presso un ex campo di tiro ad alcuni chilometri dalla città. I membri del Polizei-Bataillon 9 furono in parte utilizzati ai posti di blocco ed in parte anche nei plotoni d’esecuzione. I plotoni d’esecuzione erano agli ordini di Becu ed a volte anche di Adelt. Dopo questo impiego il kommando fu fatto rientrare a Riga".
 
Così come riferito dal civile lettone Tobiass al Tribunale di Colonia, le fucilazioni ebbero inizio due o tre settimane dopo l’occupazione, vale a dire attorno alla metà di luglio (58):
 
"Circa due o tre settimane dopo l’occupazione tedesca vidi un autocarro pieno di ebrei, sia uomini che donne, che ritengo fosse diretto fuori città. Non mi fu chiaro, in quel momento, cosa sarebbe successo agli ebrei. Si diceva in giro, anche se non pubblicamente, che gli ebrei sarebbero stati uccisi… Sentii dire da varie parti che gli ebrei venivano uccisi in un campo di tiro a suo tempo usato dal reggimento di fanteria di Jelgava. Questo posto, in lettone, era chiamato «šaujamlauks». Il campo era a circa due chilometri a sud di Jelgava, non lontano dalla rotabile Jelgava-Šiaulai".
 
Una testimonianza di Becu, rilasciata davanti al procuratore di Berlino, riporta alcuni dettagli su come furono perpetrate le esecuzioni a Jelgava. In particolare, per sua stessa ammissione, egli avrebbe ricevuto dai lettoni un primo elenco di ebrei già in parte arrestati e fucilati dai lettoni stessi, tranne un gruppo di circa una ventina ancora rinchiusi in un bunker nei pressi del campo di tiro. Anche costoro, dopo l’arrivo di Becu e dei suoi, furono fatti uscire a gruppi di cinque e fucilati in una vicina trincea. Le fucilazioni sarebbero poi proseguite ogni giorno, per diversi giorni successivi. Circa un centinaio di vittime furono fucilate dal plotone di esecuzione comandato dallo stesso Becu, il quale dava gli ordini ai suoi uomini utilizzando un fischietto. In caso di assenza di Becu, il plotone passava agli ordini di un altro sottufficiale di polizia (probabilmente Adelt). Gli ausiliari lettoni, presenti sulla scena, scortavano le vittime, formavano il cordone di sicurezza e provvedevano a coprire le fosse (59).
Una dettagliata confessione di Adelt, rilasciata nel 1968 davanti al Tribunale di Colonia, conferma sia il luogo che le modalità delle esecuzioni, che sarebbero avvenute per più giorni successivi, con un totale di almeno 500/600 vittime (60). Precedentemente, in una testimonianza rilasciata nel 1967 al procuratore di Dortmund ed in cui precisava di essere stato talvolta costretto a sostituire Becu al comando del plotone di esecuzione perché così gli veniva ordinato, Adelt non aveva mancato di sottolineare i difficili rapporti intercorsi tra lui e lo stesso Becu, nonché più in generale, tra i poliziotti e gli SD (61).
 
"Un giorno Becu mi disse che dovevamo partecipare ad una fucilazione e che io, con i miei uomini, avrei dovuto sorvegliare il perimetro esterno, in modo che nessuno che non fosse autorizzato, potesse avvicinarsi al luogo delle esecuzioni. Becu mi disse chiaramente che stavano per essere uccisi degli ebrei…
Ci recammo quindi, insieme agli SD, fino in prossimità del campo di tiro. Il posto si trovava a circa due o tre chilometri fuori città, in un campo aperto delimitato su di un lato da un ruscello e nella parte posteriore da un bosco. Era leggermente ondulato e sembrava un campo di addestramento al tiro, con muri protettivi di sabbia. Posizionai i miei uomini all’entrata, tenendoli ad una certa distanza, e poi ispezionai ogni posto di guardia per essere sicuro che tutto fosse in ordine.
Non so né come, né da dove, gli ebrei venissero portati fino al luogo delle esecuzioni, almeno non quel primo giorno. I due giorni successivi le esecuzioni continuarono nello stesso luogo, con gli ebrei che venivano portati alle fosse dai poliziotti ausiliari lettoni, muniti di bracciale e armati di fucile. Tra gli ebrei c’erano uomini, donne e bambini. Gli uomini erano in maggioranza. Per quanto potei notare, le fosse non erano state scavate in precedenza.
I condannati (intendo dire gli ebrei), dovevano scavarsi la fossa da soli, dopodichè venivano spinti sul bordo ed allineati a gruppi di otto o dieci, rivolti verso la fossa. Gli esecutori erano membri dell’SD, piazzati ad una distanza compresa tra i cinque e gli otto metri. Le fucilazioni venivano eseguite con fucili a ripetizione. Gli SD sparavano, alcuni accovacciati su un ginocchio, altri in piedi. Quanti di loro sparassero a ciascuna persona, questo non so dirlo. L’ordine di fuoco veniva dato da Becu. Alcuni dei condannati cadevano subito nella fossa, altri no. Tutti quelli che non cadevano direttamente nella fossa, venivano gettati dentro dal successivo gruppo di condannati. Non so dire se tutti costoro fossero già morti o meno. Mi ricordo tuttavia dello stesso Becu, che camminava lungo il bordo della fossa e che sparava a volte dei colpi di grazia. I condannati aspettavano nei pressi della fossa di essere uccisi allo stesso modo, un gruppo dietro l'altro. Negli intervalli tra le fucilazioni non veniva gettata terra sui cadaveri e solo alla fine la fossa fu ricoperta dai lettoni. Le fossa era lunga tra venti e cinquanta metri e profonda due. Ogni giorno una nuova fossa veniva scavata dai condannati.
Durante i tre giorni di fucilazioni furono uccise tra le 500 e le 600 persone. I condannati dovevano togliersi gli abiti, ma non vidi se questo valeva anche per le donne. Gli abiti venivano ammucchiati e portati via dai lettoni. Ovviamente, gli oggetti preziosi, il denaro e i gioielli dovevano essere consegnati. Ma era anche possibile che gli ebrei non avessero più nulla di valore addosso. Becu disse che gli ebrei dovevano essere uccisi perché non erano compatibili con il regime nazista, e che tutti gli ebrei, in generale, sarebbero stati sradicati".
 
Tale fu la dinamica generale delle esecuzioni sulla base delle testimonianze, ciascuna rilasciata dal proprio specifico angolo di visuale, ma tutte concordanti nelle loro linee essenziali. Almeno quattro esecuzioni furono comunque identificate dal Tribunale di Colonia, attraverso il confronto tra queste ed altre singole testimonianze allegate agli atti processuali (62):
 
1.
In particolare, nel corso della prima giornata di esecuzioni, sarebbero stati fucilati almeno 80 ebrei – uomini, donne e bambini. Mentre alcuni degli uomini, sorvegliati dai lettoni, procedevano a scavarsi la fossa, le altre vittime furono rinchiuse all’interno di una casamatta, circondata dai poliziotti. Dopodichè, una volta completato lo scavo, le vittime furono fatte uscire a gruppi di cinque, costrette a togliersi gli abiti fino alla biancheria, e furono quindi fucilate da un plotone di esecuzione formato sia da membri dell’SD, che da ausiliari lettoni. Ogni vittima era presa sotto tiro da due fucilieri, che miravano uno alla testa e l’altro al cuore. L’ordine di fuoco veniva impartito da Becu. È possibile che tra le vittime vi fossero anche alcuni non-ebrei.
Dopo questa prima giornata di fucilazioni i poliziotti sarebbero stati piuttosto demoralizzati, al punto da vedersi offrire dagli SD cibi appetitosi e molte bevande alcoliche.
 
2. – 3.
Due ulteriori esecuzioni furono perpetrare il giorno successivo o qualche giorno dopo la prima: una nel corso della mattinata e l'altra nel pomeriggio, con un totale di 80 vittime circa – uomini, donne e bambini – e con le medesime modalità. Anche in questo caso furono distribuite bevande alcoliche ai poliziotti. Ad un certo punto, il comandante del plotone di esecuzione avrebbe gridato alle vittime, che stavano per essere fucilate: «Guardate lassù: c’è il vostro Signore Jahvè!».
 
4.
Non solo Jelgava fu teatro di eccidi, ma in almeno un’altra località del suo distretto, a circa 20 o 25 km di distanza, furono fucilati 40 o 50 ebrei, tra cui donne e bambini, e forse anche qualche non-ebreo. A questa esecuzione, perpetrata essenzialmente da personale dell’SD, presero parte anche alcuni poliziotti della 1/9. Le vittime, tenute chiuse in un fienile sorvegliato da ausiliari lettoni, furono uccise a colpi di pistola sul bordo di una fossa comune. Tra le vittime vi sarebbe stata anche una donna in avanzato stato di gravidanza. Dopo l’esecuzione, il morale dei poliziotti che avevano sparato – almeno sei – sarebbe stato particolarmente depresso.
 
Jelgava 3
A view of Jelgava, during the german occupation
 
6. BODY COUNT
Considerata la frammentarietà delle informazioni disponibili, non sarà probabilmente mai possibile stabilire con assoluta esattezza quanti furono gli ebrei vittime del genocidio a Jelgava e dintorni.
Sono state tentate delle valutazioni ed anche fornite delle cifre precise, tra cui quelle eccessive ed irrealistiche proposte dalla Commissione straordinaria sovietica nel 1945, che riferisce di ben 5.964 vittime. In realtà, il numero di ebrei che persero la vita a Jelgava e nelle sue immediate vicinanze rimase probabilmente al di sotto dei 2.000, nella quasi totalità assassinati nel luglio/agosto 1941.
Un dato certo dal quale partire per tentare una stima delle vittime sono i 2.039 ebrei residenti a Jelgava, rilevati dal censimento del 1935 (63). Di questi, circa un migliaio riuscirono a fuggire prima dell’arrivo della Wehrmacht nel tardo giugno 1941, così come riportato dalle colonne del Nacionālā Zemgale il 29 luglio (64), in parte rimpiazzati in senso contrario da numerosi altri, che affluirono in città dalla provincia o anche dalla Lituania sospinti dalle avanguardie tedesche, o che vi giunsero perchè reinsediati a forza nel corso di luglio, su ordine di Vagulāns (65). Pertanto, presumendo una sostanziale compensazione tra arrrivi e partenze, è plausibile che il numero di ebrei a Jelgava, nei primi giorni dell’occupazione tedesca sia rimasto grossomodo stabile, rispetto al censimento del 1935.
Il secondo dato da tenere in considerazione sono i 1.550 ebrei uccisi, indicati da Stahlecker nel suo già citato rapporto del 1° agosto 1941 e sostanzialmente confermato da Vagulāns sulle colonne del Nacionālā Zemgale (1.200 vittime).
A questo punto, sommando le vittime delle quattro esecuzioni identificate con certezza dal Tribunale di Colonia (1÷4), si ha un primo riscontro preciso di almeno 200 ebrei assassinati dai poliziotti del kommando e dagli ausiliari lettoni su diretto ordine di Becu, a Jelgava e negli immediati dintorni (66), a fronte di un numero complessivo di fucilati che fu, probabilmente, di quasi dieci volte superiore (67), così come in parte confermato dalle varie testimonianze rilasciate al medesimo tribunale, tra cui quella già citata di Adelt (che riporta 500/600 vittime in tre giorni) e quelle di altri poliziotti del TK “Becu” (che riferiscono di un numero complessivo di uccisi vicino al migliaio).
Ecco quindi, che tra i numeri dichiarati da Vagulāns e Stahlecker (rispettivamente 1.200 e 1.550 vittime) e quelli sui quali il Tribunale di Colonia dovette basare le proprie valutazioni oggettive (200), vi è spazio per ipotizzare un ulteriore evento distruttivo di ampia portata, cui potrebbero avere preso parte anche i poliziotti (nell’ordine di diverse centinaia di vittime) o, eventualmente, un certo numero di fucilazioni minori, alcune delle quali possibilmente perpetrate dai soli uomini di Vagulāns prima dell’arrivo o dopo la partenza del TK “Becu” e per tale motivo non rintracciabili nelle testimonianze. Il tutto, naturalmente, condizionato dalle scarse informazioni disponibili, che non consentono di stabilire la precisa dinamica degli eventi.
Ad ogni modo, prescindendo dalle conferme sui tempi e sui luoghi, quello che è certo è che la comunità ebraica di Jelgava fu annientata e la città dichiarata Judenfrei. Ed anche tenendo conto della sopravvivenza di forse 350 ebrei dopo l’estate 1941 (68), ecco che si ritorna ad un numero di vittime superiore alle 1.500, coincidente con quanto riportato da Stahlecker il 1° agosto, nonché comodamente compreso all’interno del gran totale di 3.576 civili uccisi nel distretto di Zemgallia – sia ebrei che non ebrei – anche questo confermato da Stahlecker, in un suo ulteriore rapporto riepilogativo datato 15 ottobre 1941 (69).
 
7. NO-MESIS
Dopo la dissoluzione del suo piccolo sistema di potere a Jelgava e dintorni, Vagulāns sarebbe entrato a far parte del Kommando “Arajs”, per un tempo e con ruoli che non è dato sapere, ma che forse erano di collegamento con l’EK2, assieme all’SS-Hauptsturmführer Arnold Kirste: un nome, questo che ritroveremo tra poco. Dopodichè, in data imprecisata, Vagulāns avrebbe lasciato Arajs per essere inviato a Minsk, verosimilmente aggregato al gruppo di interpreti guidato da Otto Libram (70), o forse alla compagnia lettone dipendente dal KdS “Weissruthenien”: compagnia, tra l’altro, utilizzata fino all’ottobre 1943 nel campo di sterminio di Maly Trostenez (71). La presenza di Vagulāns a Minsk è infatti confermata dall’accusa di stupro nei confronti di una donna ebrea, a seguito della quale egli sarebbe stato rimpatriato nel corso del 1943 e rinchiuso nel carcere di Riga. A questo punto, e per tutto il resto del conflitto, di Vagulāns si perdono le tracce. Quello che è certo è che nel primo dopoguerra riuscì ad emigrare in Australia dove morì nel 1982, chiuso in un ospedale psichiatrico (72).
Qualcosa di più si conosce sulla sorte di Adelt e Becu.
Le notizie su costoro sono ovviamente legate al processo avviato l’8 luglio 1968 dal Tribunale di Colonia (LG Köln 24 Ks 1/68), su richiesta della Procura di Dortmund (StAwDo 45 Js 18/65) e sulla base di quei fascicoli raccolti già a partire dalla fine degli anni Cinquanta, che avevano consentito il 20 giugno 1966 l’apertura delle indagini preliminari contro tre membri dell’EK2: Adelt, Becu ed il sopra menzionato Arnold Kirste (73). La posizione di quest’ultimo tuttavia – già vicecomandante dell’EK2 e quindi incaricato di tenere i collegamenti tra Rudolf Batz e Viktor Arajs – fu stralciata pochi mesi dopo, il 14 febbraio 1967: e questo nonostante il suo evidente coinvolgimento in tutte le vicende criminali che videro legati fra di loro l’EK2, il Kommando “Arajs”, il killing field di Bikernieki e l’eccidio di Rumbula e che lo chiamarono più volte a testimoniare contro i suoi ex commilitoni. Altresì, Kirste sarebbe stato direttamente coinvolto nella formazione del TK “Becu” e quindi ovviamente edotto su quali fossero i compiti di quel reparto a Jelgava (74).
Ad ogni modo, per i due indagati rimasti il Tribunale di Colonia accolse la richiesta di rinvio a giudizio, formalizzata il 5 ottobre 1967 dal procuratore di Dortmund con il nuovo fascicolo StAwDo 10 Js 64/67 nel quale, relativamente ad Adelt si legge (75):
 
"Il Polizeimeister Wilhelm Adelt, nato il 2 settembre 1914 a Obermeinitz, nel distretto di Sprottau, è sotto inchiesta per omicidio dal 14 febbraio 1967, presso la Corte Distrettuale di Colonia. Adelt è accusato, in quanto comandante di un gruppo del primo plotone della prima compagnia del Polizei-Bataillon 9, di avere eseguito, durante una fucilazione perpetrata sotto la supervisione del coimputato Becu, il blocco dell'area attraverso i membri del reparto sotto al suo comando, nonché di avere temporaneamente guidato il plotone di esecuzione e di avere infine portato a compimento un'azione a cui aveva partecipato da subordinato".
 
Con tali motivazioni il Tribunale di Colonia procedette formalizzando l'accusa di complicità in omicidio (Beihilfe zum Mord): nei confronti di Adelt relativamente ad almeno 163 vittime, e nei confronti di Becu relativamente ad almeno 200, cui seguì tuttavia, una sentenza del tutto sproporzionata alla gravità dei crimini, riassunta nei soli tre anni comminati a Becu e nei 18 mesi inflitti ad Adelt. Tale verdetto fu reso definitivo il 1° luglio 1969, con sentenza del Bundesgerichtshof 2 StR 184/69.
Per quanto riguarda Adelt, le sue note biografiche sono contenute nel fascicolo del procuratore di Dortmund 45 Js 18/65 depositato presso l'Archivio di stato di Münster. In esso si legge che Adelt, dopo essere stato catturato dagli inglesi in Norvegia al termine del conflitto, fu rilasciato il 20 agosto 1946. A quel punto, vistosi rifiutare una prima volta il ritorno in polizia, lavorò a Berlino come autista dal 1947 al 1953 salvo poi, dietro sua seconda richiesta, essere riammesso in servizio presso una reviere del quartiere berlinese di Steglitz il 1° agosto 1953, con il grado di Oberwachtmeister. Dopodichè, fu definitivamente congedato il 10 maggio 1967 dopo l'apertura del fascicolo contro di lui e Becu (76). Sebbene lieve, la condanna inflittagli dal Tribunale di Colonia fu ulteriormente mitigata dopo un appello alla clemenza per motivi di salute, avanzato il 21 settembre 1972 da sua figlia presso il Ministero della giustizia del Nordrhein-Westfalen, che acconsentì a far trascorrere al condannato – nel frattempo arrestato il 3 gennaio 1972 e rinchiuso nel penitenziario di Moabit – il resto della pena in libertà vigilata. Alla fine, il 9 aprile 1976 Adelt ottenne il perdono da parte del Tribunale di Colonia (77).
Per quanto riguarda Becu, le notizie bografiche disponibili lo descrivono come un poliziotto di carriera, nato il 28 agosto 1902 a Bendorf nei pressi di Coblenza, arruolatosi nella Schutzpolizei prussiana fin dal 1923. Rimasto in servizio anche dopo l'avvento di Hitler al potere, raggiunse il grado di Wachtmeister nel 1935. Membro del partito dal 1° maggio 1933 e delle SS dal 20 maggio 1939, il 1° giugno 1935 fu trasferito alla Polizia di Sicurezza, come membro della Gestapo di Erfurt, nel ruolo di Kriminalassistent nel Referat IIa. Trasferito alla Gestapo di Weimar nel 1941, nel maggio dello stesso anno fu incluso tra i funzionari della Sicherheitspolizei assegnati all'EK2 (78). Riciclatosi come meccanico al termine del conflitto e ritenuto socialmente non pericoloso dal Tribunale di Colonia, dopo la sentenza di condanna fu rinchiuso nel carcere a regime aperto di Attendorn il 12 marzo 1970, godendo di tutti i benefici di questo status privilegiato, tra cui due periodi di licenza in famiglia ottenuti già nel corso del primo anno di detenzione. Inoltre, da parte dello stesso direttore del penitenziario fu firmato nel gennaio 1971 il benestare ad una richiesta di sospensione della carcerazione, a cui fece seguito l'approvazione al trasferimento di Becu in una delle residenze a soggiorno controllato affiliate al carcere medesimo. A quel punto, dopo un estremo ed inutile appello da parte della procura, il Tribunale di Colonia decise la definitiva messa in libertà di Becu, una volta scontata metà della pena inizialmente prevista: cosa che puntualmente avvenne il 12 settembre 1971 (79).
 
8. CONSIDERAZIONI
Sono diversi anni oramai che gli studi sul genocidio ebraico, soprattutto quelli cosiddetti regionali, si ritrovano a concordare su un punto, e cioè: che senza il fattivo supporto di una vasta pletora di reparti, strutture ed organismi ausiliari reclutati nei territori occupati, la realizzazione pratica dello sterminio da parte dei nazisti avrebbe incontrato molte più difficoltà e tempi sensibilmente più lunghi.Tuttavia, in taluni ambienti, tendenzialmente riduzionistici, si è arrivati a sostenere la teoria di un cosiddetto olocausto parallelo, che sarebbe stato perpetrato subito dopo l’inizio dell’Operazione Barbarossa in alcune aree dell’Unione Sovietica, e particolarmente in Galizia e nel Baltico, da parte delle popolazioni locali ed in reazione alla brutale oppressione comunista imposta da Mosca tra il 1940 ed il 1941. Secondo questa teoria, tale reazione, violenta e spontanea avrebbe assunto la forma di pogrom, atti di brutalità ed esecuzioni di massa perpetrati sulla base di dinamiche endogene del tutto indipendenti – seppure parallele – rispetto alle politiche razziali ordite a Berlino: una visione questa, piuttosto speciosa, aggrappata ad alcune situazioni specifiche e del tutto circoscritte, la cui limitatezza oggettiva non consente nulla più dell'elaborazione di un teorema (80).
In realtà, il coinvolgimento di reparti e gruppi armati locali, nella distruzione di innumerevoli comunità ebraiche vi fu e fu massiccio, ma nella quasi totalità dei casi eterodiretto o quantomeno ispirato dall’esterno, soprattutto se riferito ad azioni sistematiche ed organizzate. Già il 29 giugno 1941 infatti, confermando i suoi ordini verbali del 17 Giugno, Heydrich inviò un messaggio ai comandanti degli Einsatzgruppen, nel quale sottolineò che:
 
"Le azioni di autopulizia messe in atto dagli ambienti anticomunisti e antiebraici nelle terre da occupare non vanno ostacolate in alcun modo. Esse al contrario, andranno intensificate all'occorrenza, senza lasciare alcuna traccia, e se necessario avviate nei giusti binari, tuttavia in modo tale che questi «gruppi di autodifesa» non possano in futuro fare riferimento ad eventuali ordini o a qualsiasi finalità ed obiettivi politici […]" (81).
 
Tuttavia, a dispetto delle aspettative di Heydrich e dei suoi, i casi di violenza collettiva perpetrati contro gli ebrei dalla popolazione locale e riconosciuti come genuinamente spontanei, furono estremamente limitati e sostanzialmente irrilevanti nell’economia generale del genocidio. Irrilevanti al punto che lo stesso Stahlecker, già il 15 ottobre 1941, in un suo rapporto a Berlino sulla situazione nell’Ostland, era stato costretto ad ammettere che non sarebbe stato possibile risolvere il problema ebraico attraverso i soli pogrom (82). Un’ammissione confermata dal suo successivo rapporto datato 31 gennaio 1942 nel quale si legge che:
Dopo il terrore giudeo-bolscevico – durante il quale 33.038 lettoni, complessivamente, erano stati deportati, arrestati o assassinati – ci si sarebbe aspettati un pogrom generalizzato da parte della popolazione. In realtà, tuttavia, le forze locali hanno eliminato spontaneamente soltanto alcune migliaia di ebrei. In Lettonia è stato quindi necessario procedere con estesi rastrellamenti da parte dei Sonderkommandos e con il concorso di reparti della polizia ausiliaria lettone (di solito familiari di lettoni assassinati o rapiti) […] (83).
Nel caso della Lettonia in particolare, i tentativi di indurre dei pogrom spontanei tra la popolazione nei primi giorni dell’occupazione si rivelarono, più che altrove, un totale fallimento, al punto che fu necessario procedere con l’attivazione di gruppi ausiliari organizzati al fine di raggiungere quei risultati che i linciaggi da soli non avevano ottenuto (84). Da qui la repentina attivazione di reparti semi-ufficiali in grado di farsi carico del lavoro sporco, che potevano essere dimissionati o meno a seconda delle circostanze e che, in ultima analisi potevano essere funzionali a condividere – o addirittura ad accollarsi in toto – le più pesanti responsabilità storiche, morali e giuridiche qualora le cose non avessero funzionato nel modo giusto (85).
Vagulāns ed i suoi furono uno di questi gruppi. Probabilmente egli fu, per come lo interpreta Tomašuns, un avventuriero di bassa lega, ambizioso e senza scrupoli, in cui l’utilitarismo personale prevalse presumibilmente su ogni altra considerazione, eccezion fatta forse, per l’antisemitismo, di cui si fece testimone.All stesso tempo, queste sue caratteristiche potevano essere facilmente sfruttate da chi, come Stahlecker ed il suo entourage, avevano l’incarico di introdurre la Judenpolitik nel Baltico e per questo erano alla ricerca della manovalanza necessaria a raggiungere tale obiettivo.
È evidente come tutto questo non potesse prescindere dall'esistenza di un progetto di base ordito a Berlino nelle sue linee generali, ed applicato con gli opportuni aggiustamenti alle diverse situazioni locali: troppe infatti furono, nel rapido processo che durante l’estate 1941 portò la Judenpolitik ad evolversi nella Vernichuntgspolitik, le coincidenze, le similarità e le analogie nelle dinamiche, nei tempi e nei metodi, dal Baltico al Mar Nero, per poter pensare al genocidio ebraico solo come ad un semplice sovrapporsi di coincidenze, ovvero ad una specie di strada obbligata originata dal progressivo imbarbarirsi del conflitto sul fronte orientale e quindi non preventivamente pianificato e solo in parte voluto. Troppi furono i meccanismi che entrarono in funzione per non pensare ad un disegno preesistente, forse non elaborato nei dettagli, ma certamente tratteggiato nelle sue linee essenziali e via via modellato sull'evolversi delle situazioni (86).
È stato asserito, dai patrocinatori della teoria della casualità genocida, che l’assenza di precisi ordini scritti rivela la non-esistenza di un progetto preventivo di sterminio.Ebbene, a nostro parere è esattamente il contrario. Il ripetersi delle situazioni, quasi in fotocopia, in contesti operativi e sociali molto diversi fra di loro è un chiaro indizio dell’esistenza di linee-guida generali, evidentemente originate da un’unica sorgente: in altre parole, partendo dai fatti concreti e procedendo a ritroso, è possibile ricostruire sia il disegno originario che la volontà da cui questo trasse origine, nonché, ricavare, sebbene in modo empirico, tutte quelle prove indiziarie mancanti e non più ottenibili per i più svariati motivi. A questo sembra ricondurre, tra l'altro, la deposizione di Arnold Kirste, secondo il quale a Bad Schmiedeberg, nei giorni che precedettero Barbarossa, vi era già la consapevolezza sia da parte di Batz (EK2), sia di Jäger (EK 3), su quale sarebbe stato il loro ruolo relativamente alla questione ebraica in Unione Sovietica, anche in assenza di un incontrovertibile ordine scritto. In tal senso, nelle parole di Kirste, entrambi gli ufficiali avrebbero deciso di agire «a seconda di come si fossero evolute le cose» (87).
 
La distruzione dell’ebraismo in Lettonia fu un obiettivo raggiunto in poche settimane anche grazie a soggetti disponibili quali Viktor Arajs, Roberts Stiglics, Herberts Teidemanis, Martins Vagulāns ed altri. Ciascuno di essi, nell’economia generale del genocidio, ebbe un ruolo più o meno importante e più o meno distruttivo, ma comunque frutto di una precisa volontà annientatrice, applicata con metodo non appena fu chiaro che le cosiddette azioni di «autopulizia (Selbstreinigungsaktionen)» non avrebbero ottenuto risultati significativi (88).
L’annientamento nella provincia lettone cominciò in tempi remoti, molto prima che potessero intravedersi segni di imbarbarimento o indizi di difficoltà nelle operazioni militari sul fronte orientale, in grado cioè di produrre una presunta Soluzione finale obbligata, e cominciò invece fin da subito, annientando comunità anche di medie dimensioni come quella di Jelgava, ad ondate concentriche dalla periferia verso il centro del paese, fino all’apocalisse di Rumbula.Parafrasando Shakespeare, ci fu del metodo nella follia annientatrice dei pallidi principi del genocidio. Metodo e non casualità.
E gli Arajis, gli Stiglics, i Teidemanis, i Vagulāns, i battaglioni di polizia, i reparti dell’SD furono gli strumenti per applicare questo metodo. Furono, per continuare nelle citazioni, «l’arma-fine-di-mondo» .
E non sembri eccessiva tale citazione, perché ad essere cancellato in sole poche settimane fu un intero mondo.
Quello delle comunità ebraiche di Lettonia.
 
NOTE
1 Si veda il Cap. 4.
2 Si veda Arūnas Bubnys: The Holocaust in Lithuania: an Outline of the Major Stages and their Results, Amsterdam, 2004, p. 214.
3 Ezergailis, p. XIX.
4 Nel 1824 risiedevano a Riga 513 ebrei, saliti ad oltre 5.000 nel 1867, a 14.000 nel 1881 ed a quasi 34.000 nel 1913. Ezergailis, p. 60.
5 Fino alla seconda metà dell’Ottocento gli ebrei lettoni erano suddivisi in due sette principali: i Misnaggedim di osservanza torahnica, di lingua yiddish e tedesca, risiedenti principalmente in Curlandia e Zemgallia e parzialmente germanizzati, e gli Hassidim, di osservanza rabbinica, di lingua yiddish e russa, risiedenti principalmente in Letgallia ed in gran parte russificati. Entrambi i gruppi tuttavia, appartenevano all’ambito dell’ebraismo ortodosso, in opposizione al secolarismo Haskalah introdotto a partire dalla fine dell’Ottocento e che, in Lettonia, aveva il suo centro a Riga.
6 Si veda Tomašuns, p. 163, che fornisce i dati del censimento 1935, con gli ebrei di Jelgava suddivisi in base alla loro cittadinanza.
7 Si veda Pinkas Hakehillot Latvia v’Estonia, p. 158-159.
8 Pavlovičs, pp. 136-137.
9 Pavlovičs 2003, p. 111.
10 Ibid., p. 137.
11 Su considerazioni circa la consistenza e le perdite della comunità ebraica di Jelgava, si veda il § 5.
12 Si veda ad esempio il § 12.3.
13 Ezergailis, p. 156.
14 Rudolfs Turks era un avvocato lettone che entrò in contatto con Stahlecker il 1° luglio 1941, poche ore prima della caduta di Riga in mano tedesca. Poco dopo passò al servizio di Otto Libram, capo del dipartimento III-SD, dell’EK2/KdS “Lettland”, e fu quindi inviato a Minsk con il grado di tenente, al comando di una squadra di interpreti.
15 Si veda Ezergailis, p. 156-157. Un ufficiale tedesco di collegamento, in contatto con lo Stab dell’EK2, sarebbe stato affiancato a Vagulāns.
16 Juris Pavlovičs: Okupācijas varu maiņa Zemgalē 1941. gada vasarā: Jelgavas apriņķis 1941. gada jūnija beigās – jūlija sākumā.
17 Pavlovičs pp. 139-140. Un comitato cittadino di emergenza si era costituito fin dal 27 giugno, attorno ad un gruppo di maggiorenti locali, che provvidero a costituire un servizio di guardia per garantire i servizi essenziali e prevenire eventuali saccheggi alle fabbriche ed ai negozi presenti in città. Questo servizio di guardia, munito di un bracciale giallo, fu assicurato essenzialmente dagli studenti del locale Istituto magistrale.
18 Pavlovičs, pp. 144-145.
19 Ibid., p. 147.
20 Ibid., p. 134.
21 Si veda Andrew Ezergailis: Pašaizsardzības komandantūru loma holokaustā, pubblicato nel 2000 in Latvija Otrajā Pasaules Karāq. Starptautiskās konferences materiāli. Alcune tracce di questo concetto si possono ritrovare anche nel precedente lavoro di Ezergailis: The Holocaust in Latvia, del 1996, soprattutto a pp. 154 e segg., e 225 e segg.
22 Secondo quanto ricostruito dal Tribunale di Colonia, il Teilkommando “Becu” fu distaccato a Jelgava pochi giorni dopo l’arrivo a Riga dell’EK2, avvenuto tra il 2 ed il 4 luglio 1941. Si veda Curilla, p. 289, Tomašuns, p. 170.
23 Tomašuns, p. 164. Relativamente a Neparts, dopo avere inizialmente seguito Vagulāns a Jelgava, lo abbandonò già in luglio, per passare nelle fila della resistenza antitedesca. Arrestato dall’SD nel 1943, fu rinchiuso nei campi di Salaspils, Sachsenhausen ed infine Neuengamme. Nell’immediato dopoguerra divenne presidente dell’Associazione dei movimenti di resistenza lettone (LPKDA), costituita a Detmold su autorizzazione del governo militare britannico ed emigrò quindi negli Stati Uniti, nel 1950.
24 Lasmanis, p. 267.
25 Ezergailis, p. 158, Tomašuns p. 165. In data successiva, 31 luglio 1941, sempre sulle pagine del Nacionālā Zemgale, Vagulāns ordinò, per i suoi uomini, l’adozione di uniformi con gradi ed insegne Aizsargi, accompagnate da un bracciale con i colori della bandiera nazionale lettone, stampigliato da un timbro della Feldkommandantur 818.
26 Tomašuns p. 165, Lasmanis 2003, p. 290.
27 Ezergailis, p. 158.
28 Precedentemente, l’11 luglio 1941, con notizia diffusa il giorno successivo dal Nacionālā Zemgale, Jursons era stato nominato comandante della polizia distrettuale di Jelgava dal Gebietkommissar von Medem. È facile leggere in questa nomina, imposta da vom Medem bypassando Vagulāns, un’attacco indiretto allo stesso Vagulāns, che così si vide ridotta la propria autorità alla sola area urbana di Jelgava.
29 Ezergailis, p. 169. Sulla depravazione morale dei tedeschi a Minsk e sui loro eccessi alcolici e sessuali, si veda Browning Origini, p. 311.
30 Stranga, pp. 25-26, Stranga Holocaust, p. 214.
31 Stranga, pp. 25-26, Stranga Holocaust, p. 214.
32 Ezergailis, pp. 124-125.
33 Ibid., pp. 161-162, 170.
34 Ezergailis Versions, p. 71.
35 Ibid.
36 Walter-Eberhard Alexander Albert Freiherr von Medem era il discendente di una nobile famiglia tedesca della Curlandia, uno dei cui avi, l'Ordenmeister Konrad Medem von Mandern aveva probabilmente fondato nel 1265 la prima fortezza di Mitau-Jelgava. Ricchi proprietari terrieri fino al termine della Prima Guerra Mondiale, nei torbidi successivi alla Rivoluzione d'ottobre ed all'indipendenza lettone, i von Medem si videro nazionalizzate le proprietà nel 1920, dopo la riforma agraria imposta dal nuovo governo lettone, nonostante il loro giovane rampollo Walter-Ebehrard avesse attivamente preso parte nel 1919 alla guerra d'indipendenza ed alla presa di Riga, quale comandante del Freikorps von Medem. Walter-Eberhard era nato a Liegnitz, in Slesia, il 4 maggio 1887 e divenne membro degli Stahlhelm subito dopo essere rientrato in Germania dalla Lettonia, nel 1920. Iscritto al NSDAP e membro delle SA, raggiunse il grado di SA-Oberführer ed il rango di Leiter der Personalstelle presso l'amministrazione civile di Frank, nel Generalgovernatorato, prima di essere nominato Gebietkommissar a Jelgava: incarico che tenne dal 12 agosto 1941 alla ritirata tedesca dalla Lettonia, nell'estate 1944. Morì a Praga, probabilmente giustiziato, il 9 maggio 1945. Si veda Eksteins, pp. 135, 170.
37 Tomašuns, p. 164-165, Pavlovičs, p. 141. Secondo l’EM 11 del 3 luglio 1941, Stahlecker entrò a Jelgava il 28 giugno 1941, accompagnato dallo Stab EGA. Si veda Krausnick/Wilhelm, p. 173.
38 Ezergailis, pp. 150, 168. L'ingresso di Stahlecker a Riga è riportato nell'EM 12 del 4 luglio 1941.
39 Pavlovičs, p. 146.
40 Curilla, p. 289. Conclusioni del Tribunale di Colonia – LG Köln 24 Ks 1/68 vom 8.7.1969.
41 Ezergailis, p. 157.
42 Ibid., p. 227.
43 Ibid., p. 227, Tomašuns, p. 171. Il fatto che si sia trattato di tedeschi e non di ausiliari lettoni a cui fossero stati eventualmente forniti degli elmetti tedeschi, lo si evince dal fatto che gli ausiliari di Vagulāns – che fino a quel momento erano stati dotati unicamente di un bracciale con il colori nazionali sopra gli abiti civili – cominciarono ad indossare le uniformi Aizsargi solo dal 31 luglio. Ed in ogni caso è piuttosto improbabile che il testimone Arturs Tobiass, un lettone, possa non avere riconosciuto delle uniformi lettoni tra i bagliori delle fiamme, sia pure dalla distanza.
44 Kaufmann, p. 111, secondo il quale oltre ad alcuni civili locali, tra gli assassini vi sarebbero stati anche dei volksdeutschen lettoni di ritorno dalla Germania.
45 Ezergailis, pp. 226-227. A questo scopo furono adibiti dei magazzini o corpi di fabbrica abbandonati nei pressi del mercato del pesce, attorno alla stazione ferroviaria e nella parte meridionale della città.
46 Ibid., p. 227.
47 Eiber, p. 72. Su Gieschen si veda nota nr. 145.
48 Kaufmann, p. 111, Tomašuns, p. 171.
49 Stranga Holocaust, p. 166. Nei primi giorni di Barbarossa, si sarebbero costituiti almeno una trentina di reparti partigiani, con un totale di circa 6.000 uomini. Buona parte di questi sarebbero stati cooptati nelle Selbstschutz-Kommandantures, almeno fino all'8 luglio, quando l'ordine di disarmo emanato da Stahlecker nei confronti degli insorti lettoni, non indusse molti di costoro, disillusi dall'atteggiamento tedeso, a rinunciare alla collaborazione.
50 Stranga Holocaust, p. 166.
51 Ezergailis, p. 206, Browning Origini, p. 322. La traduzione in inglese del Memorandum Stahlecker del 6 agosto 1941, è riprodotta in Ezergailis, pp. 378-380. Le linee guida di Lohse insistevano sullo sfruttamento degli ebrei con il lavoro, senza menzionare ipotesi genocide: una visione utilitaristica presente negli ambenti del Ministero dei territori occupati dell'est, che si scontrava con la visione ideologica, poi trascesa in sterminazionista, del RSHA.
52 Ezergailis, p. 207, Browning Origini, p. 322. Nel suo memorandum del 16 agosto, Stahlecker usa il termine «grundsätzlichen [...] Befehlen [von höherer Stelle]», per definire gli «ordini fondamentali» relativi alla questione ebraica ricevuti dai vertici del regime. Le stesse parole egli le adopera anche nel suo successivo rapporto indicato a Norimberga come 2273-PS. Si veda l'Allegato nr. 6. Evidentemente, tale conformità non è casuale, ma indica la volontà di Stahlecker, nel trattare la questione ebraica, di fare costantemente riferimento a disposizioni provenienti da Berlino che con ogni probabilità egli ricevette unicamente in forma orale: disposizioni che, a questo punto, confermano come la scelta sterminazionista, quantomeno nell'Ostland, da parte dei vertici del regime, possa essere avvenuta già prima del 16 agosto 1941. Circa nello stesso periodo a seguito di un incontro avvenuto il 12 agosto in Ucraina tra Himmler e Jeckeln, quest'ultimo diede il via ad una drastica accelerazione dei grandi massacri in Ucraina, a partire da quello di Kamenec Podolski. Si veda il § 4.4. Ecco quindi che i primi giorni di agosto 1941 si rivelano come il momento in cui fu probabilmente presa a Berlino, la scelta definitiva di risolvere con lo sterminio la questione ebraica sfruttando la riservatezza e la lontananza offerte dai grandi spazi dell'est.
53 Si veda il Rapporto Stahlecker del 31 gennaio 1941, IMT Nuremberg, Documento 180-L, parzialmente riprodotto nell'Allegato 2. Si veda anche Stranga Holocaust, p. 159.
54 Stranga Holocaust, p. 167. Entro la seconda metà del 1941 venivano pubblicati in Lettonia ben 43 tra quotidiani e periodici, tra cui il ben noto foglio propagandistico e antisemita Tēvija di Riga, il Kurzemes Vārds di Liepaja, il Tālavietis di Valmiera ed il Daugavas Vēstnesis di Daugavpils. Zellis, p. 237, Ezergailis, pp. 165, 166, 171.
55 Testimonianza di Alfred Becu al Tribunale di Colonia. Ezergailis, p. 226, Klemp Sibirien, p. 296.
56 Klemp Sibirien, p. 294.
57 Ibid, p. 296. Atti dello StAw Dortmund, 9 marzo 1965.
58 Ezergailis, pp. 227-228.
59 Klemp Sibirien, p. 296-297. Testimonianza di Alfred Becu allo StAw Berlin 1 P Js 362/59 (k).
60 Ezergailis, p. 228. La testimonianza di Adelt in origine fu rilasciata davanti alla ZStL il 21 luglio 1959 ed è confermata anche da un altro poliziotto, Karl Becker, che faceva parte del cordone di sorveglianza e che riporta un totale di 160 vittime, tra cui donne e bambini, al termine di una giornata di esecuzioni. Longerich, pp. 333, 671.
61 Klemp Sibirien, p. 294.
62 Curilla, pp. 92, 289-291. Conclusioni del Tribunale di Colonia – LG Köln 24 Ks 1/68 vom 8.7.1969.
63 Tomašuns, p. 163, Ezergailis, p. 403. Si trattava, in particolare, di 2.004 ebrei di cittadinanza lettone e di 35 ebrei aventi altra cittadinanza.
64 Secondo Tomašuns, p. 163, alcuni ebrei di Jelgava cercarono rifugio a Riga, dove finirono per rimanere intrappolati, condividendo la sorte degli ebrei locali. Costoro quindi, rimasero vittime del genocidio, anche se non a Jelgava, bensì probabilmente a Rumbula.
65 Ezergailis, p. 226.
66 Tomašuns, p. 170.
67 Ezergailis, p. 226.
68 Sebbene Jelgava fosse stata formalmente dichairata Judenfrei probabilmente nel tardo luglio 1941, alcuni ebrei sarebbero sopravvissuti almeno fino al gennaio 1943, tra cui in particolare, un gruppo di 289 lavoratori assegnati alle dipendenze del commissario distrettuale. Inoltre, secondo l’EM 96 del 27 settembre 1941, 45 pazienti ebrei dell’ospedale psichiatrico di Jelgava erano stati fucilati il 2 settembre, mentre altri, in fuga da Riga, subirono la stessa sorte in data imprecisa. Tomašuns, p. 172.
69 Ibid., p. 162. EM del 15.10.141.
70 SS-Sturmbannfüher Otto Libram, comandante dell’Abtelung III del KdS “Lettland”. Successivamente trasferito al KdS “Weissruthenien”. Cadde nel 1943 ucciso da un partigiano. Ezergailis, pp. 56, 57, 152, 168, 382.
71 La presenza di una compagnia lettone a Maly Trostenez è confermata da Curilla, p. 268 e Gerlach, p. 187. Questa compagnia sarebbe stata inclusa in un battaglione di formazione essenzialmente formato da volksdeutschen baltici, romeni ed ungheresi ed avrebbe fatto parte di quel gruppo di reparti denominati Schutzmannschaft der Sicherheitspolizei (SMdS). Si veda Birn, pp. 306-308.
72 Ezergailis, p. 169. Testimonianza di Ēriks Pārups, ex ufficiale dell’esercito lettone, poi passato alla resistenza antinazista.
73 Klemp Sibirien, p. 297.
74 Ibid. Nell’organigramma dell’EK 2/KdS “Lettland”, Kirste era il vice-comandante dell’Abteilung IV – Gestapo, direttamente subordinato a Rudolf Lange. In assenza di Lange fu il principale collegamento con Arajs. Fu chiamato a testimoniare nel processo contro lo stesso Arajs. Ezergailis, pp. 152, 187, 190, 223, 231, 243, 245, 382, Curilla, pp. 120, 278. Nato a Jarotschin nella regione di Poznan, il 4 agosto 1901, tra il 1940 ed il 1941 Kirste avrebbe servito nella Gestapo di Lublino e quindi, dopo l'inizio di Barbarossa, come ufficiale di collegamento tra Arajs e l'EK2. Promosso SS-Sturmbannführer il 20 aprile 1942, sarebbe stato in seguito trasferito presso la Gestapo di Breslavia. Dopo la guerra Kirste rimase in polizia e raggiunse il grado di Regierungsinspektor.
75 Klemp Sibirien, pp. 292-293.
76 Ibid., pp. 295-296.
77 Ibid., p. 297.
78 Gräfe/Post/Schneider, p. 536.
79 Klemp Sibirien, p. 297.
80 Bogdan Musial, che pure si è si è occupato di analizzare ed evidenziare le relazioni tra l’occupazione sovietica del Baltico e della Polonia orientale nel 1940 e l’insorgere dell’antisemitismo tra le medesime popolazioni in corrispondenza con l’ingresso delle truppe tedesche, respinge decisamente l’ipotesi di una politica antiebraica autonoma da parte delle entità amministrative istituite dai nazisti nel Baltico, ch’egli definisce stati-marionetta. Musial, pp. 685-686.
81 Musial, p. 656. «Der Selbstreinigungsbestrebungen antikommunistischen und antijüdischer Kreise in den neu zu besetzenden Gebieten ist kein Hindernis zu bereiten. Sie sind im Gegenteil, allerdings spurenlos auszulösen, zu intensivierten wenn erforderlich in die richtigen Bahnen zu lenken, ohne dass sich diese örtlichen “Selbstschutzkreise“ später auf Anordnungen oder auf gegebenen politische Zusicherungen berufen können».
82 Ezergailis, pp. 203, 232.
83 Musial, p. 660. NMT Nürnberg, vol. XXX. Doc. 2273-PS, pp. 73-74. «Nach dem Terror der judisch-bolschewistischen Herrschaft – es wurden insgesamt 33.038 Letten verschleppt, verhaftet oder ermordet – ware ein umfassendes Progrom der Bevolkerung zu erwarten gewesen. Tatsachlich wurden jedoch durch ein-heimische Krafte nur einige tausend Juden aus eigenem Antriebe beseitigt ». Si veda l'Allegato nr. 6.
84 Musial, p. 660.
85 Hilberg, p. 328.
86 Si veda Ezergailis, p. 204.
87 Testimonianza di Arnold Kirste, presente al colloquio tra Batz e Jäger, rilasciata al procuratore di Amburgo, StAw Hamburg, 147 Js 31/67, il 31 marzo 1966, nel corso delle indagini preliminari a carico di Bruno Streckenbach, direttore dell'Amt I del RSHA. Angrick/Klein, pp. 49, 57.
88 Musial, p. 660.
 
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