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"Grosse Ghetto, grosse Aktion"
KAUNAS, 28-29 OTTOBRE 1941 (1) 
 

 
 
Non è valsa la pena vivere per oltre sessanta anni,
per poi arrivare a vedere un giorno come questo...
 
Elchanan Elkes,
Kaunas, 28 Ottobre 1941 (2)

 
 
1. STRADE A SENSO UNICO
"Pioveva, quel venerdi mattina, 28 ottobre. Una pesante nebbia copriva il cielo e l’intero ghetto era ancora avvolto nell’oscurità. Un leggero nevischio riempiva l’aria e velava il terreno con un manto sottile. Da tutte le direzioni, trascinandosi barcollanti e stanchi, gruppi di uomini, donne e bambini, con anziani e malati appoggiati alle braccia dei loro parenti o vicini, con i più piccoli portati in braccio dalle loro madri, procedevano in lunghe colonne. Tutti quanti erano avvolti in vestiti invernali, scialli o coperte, così da proteggersi dal freddo e dall’umidità. Molti tenevano in mano lanterne o candele, che gettavano una luce fioca per illuminare i loro passi nelle tenebre.
Molte famiglie procedevano a passi lenti, tenendosi per mano. Tutti andavano nella stessa direzione – verso Demokratenplatz. Era una processione di persone in lutto, in lutto verso loro stesse. Una processione di circa trentamila anime, che procedevano quella mattina verso l’ignoto, verso un destino che era già stato apparecchiato per loro da dei despoti sanguinari.
Un silenzio come di morte pervadeva quella processione di decine di migliaia di infelici. Ognuno trascinava sé stesso assorbito dai propri pensieri, meditando sul proprio destino e su quello della propria famiglia, le cui vite erano appese come ad un filo. Trentamila persone sole, dimenticate da Dio e dagli uomini, consegnate ai capricci di tiranni le cui mani avevano già sparso il sangue di innumerevoli ebrei.
Tutti quanti, specialmente i capifamiglia, portavano con sè ogni tipo di documento, fosse anche un permesso di lavoro presso una delle istituzioni del ghetto, o un diploma ottenuto da una scuola secondaria o da una università tedesca, qualche carta che avrebbe potuto forse – forse, chissà – procurare una «indulgenza» per quel loro peccato di essere ebrei" (3).
 
Questa drammatica scena è quanto si sarebbe potuto vedere trovandosi al ghetto di Kaunas in quella fredda alba del 28 ottobre 1941. Un’alba livida e grigia, che sarebbe stata l’ultima per migliaia di ebrei, selezionati tra i più deboli ed esposti, tra i più inutili ed inabili; tra coloro, insomma, che non potevano più produrre ma che potevano, bensì, consumare. E che pertanto, dovevano essere eliminati.
Ma come si era arrivati a tutto questo?
 
7.2 DUE MESI PRIMA
Fin dai giorni che avevano immediatamente preceduto e seguito l'istituzione del ghetto, avvenuta il 15 agosto 1941 (4), la comunità ebraica di Kaunas era stato travolto da tre diverse azioni, nel corso delle quali almeno 2.550 ebrei erano stati prelevati dalle loro abitazioni e fucilati al Forte nr. IV, per mano degli ausiliari lituani del TDA-Batalionas. In particolare, secondo il cosiddetto Rapporto Jäger del 1° dicembre 1941, le esecuzioni furono perpetrate il 2 agosto (205 ebrei e quattro lituani), il 9 agosto (534 ebrei) ed il 18 agosto (1.811 ebrei ed un polacco). Precedentemente, un numero ancora maggiore di israeliti – tra 8 e 10.000 (5) – era stato liquidato in città entro l’inizio di agosto al Forte nr. VII, nel corso di quella che è stata definita come «la più estesa serie di esecuzioni di massa di civili disarmati avvenuta in Lituania fino a quel momento» (6). Nel complesso quindi, in soli 54 giorni di occupazione, dal 25 giugno al 18 agosto, circa un quarto dell'intera popolazione ebraica di Kaunas – che alla vigilia di Barbarossa contava circa 40.000 persone – era già caduta vittima del genocidio, in massima parte mediante fucilazioni collettive organizzate: percentuale che sarebbe poi salita fino a circa il 95% al momento del ritorno dell'Armata Rossa, nel luglio 1944 (7).
 
La progressiva decimazione della comunità ebraica di Kaunas era iniziata nelle prime ore dell'occupazione, nella forma di cosiddetti pogrom, perpetrati da gruppi di estremisti lituani muniti di fascia distintiva da braccio, formati da civili aizzati per motivi di convenienza ed ex-militari riorganizzatisi come polizia locale: il tutto con l'approvazione ed il supporto del personale dell'EGA (8). Tali pogrom, scaturiti in realtà dalle negoziazioni tra Stahlecker ed i comandanti dei gruppi di attivisti lituani presenti in città – tra cui Algirdas Klimaitis e Bronius Norkus – provocarono la morte di circa un migliaio di ebrei, quasi tutti assassinati nel quartiere di Vilijampolė tra il 25 ed il 27 giugno 1941 (9). Questa prima fase, disorganica ed improvvisata, fu comunque piuttosto breve e si chiuse entro la fine di giugno per lasciare il posto a quella successiva, caratterizzata da arresti di massa della popolazione ebraica, dall'istituzione a Kaunas, presso il Forte nr. VII di quello che è stato definito «un campo di concentramento temporaneo per ebrei» (10) e dalla sistematica fucilazione allo stesso Forte nr. VII – oltre che ai forti nr. IV e IX – di molte migliaia di israeliti arrestati. In tale contesto, le fucilazioni cominciarono ad essere perpetrate il 30 giugno e proseguirono fino a novembre inoltrato, essenzialmente per mano dei plotoni di esecuzione del TDA-Batalionas, al quale era stata affidata la sorveglianza a rotazione dei forti. In diversi casi infatti, la presenza delle compagnie del TDA-Batalionas di guardia ai forti coincise con l'attuazione di eccidi di massa: così, ad esempio, avvenne per la 6/TDA al Forte nr. VII il 9 luglio (38 vittime), per la 3/TDA al Forte nr. VII il 19 luglio (26 vittime), per la 5/TDA al Forte nr. IV il 2 agosto (209 vittime), per la 4/TDA al Forte nr. IV il 9 agosto (534 vittime) ed ancora per la 5/TDA al Forte nr. IV il 18 agosto (1.812 vittime). Inoltre, da testimonianze rilasciate nel dopoguerra, si ricava che la 1/TDA prese parte a fucilazioni con frequenza pressochè quotidiana (11), mentre la stessa 5/TDA, per un certo periodo, fu posta a diretta disposizione del SK1b per le esecuzioni nelle aree rurali attorno a Kaunas, durante le quali furono assassinate centinaia di persone (12). Alla fine, il numero delle esecuzioni perpetrate si ritorse in un vero e proprio problema sanitario, aggravato dalla temperatura estiva e reso evidente dall'insostenibile fetore che proveniva dalle fosse comuni appena coperte con un velo di terra; per non parlare poi del pericolo di epidemie tra i detenuti rinchiusi nei forti in condizioni igieniche intollerabili, nonché del possibile l'inquinamento dei corsi d'acqua e delle falde acquifere, a seguito del quale fu proibita la balneazione nei torrenti attorno alla città (13).
  kaunas  ghetto bridge
  Il ghetto di Kaunas: il ponte su Paneriu Strasse
Gli eccidi ed i pogrom delle prime due settimane di occupazione avevano comunque ottenuto il ris ultato di ridurre il numero degli ebrei destinati ad essere rinchiusi nel ghetto, la cui istituzione nel vecchio e fatiscente quartiere ebraico di Vilijampolė (Slabodka), fu annunciata da Stahlecker il 7 luglio 1941, allo scopo apparente di ripristinare a Kaunas la sicurezza e l’ordine. In base al decreto attuativo, emesso il 10 luglio a firma del comandante militare lituano di Kaunas Bobelis e del borgomastro Palčiauskas, il trasferimento degli ebrei si sarebbe dovuto concludere entro il 15 agosto. L'area scelta, un sobborgo di case in legno oltre il corso del Neris abitato fino a quel momento da 5/6.000 ebrei, nonchè da 8/10.000 non-ebrei da trasferire altrove, avrebbe dovuto quindi accogliere un totale di almeno 30.000 persone, con il risultato di raddoppiare la densità abitativa e precarizzare ulteriormente le già fragili condizioni sanitarie (14). Dopodichè per molti ebrei, già duramente provati dalle violenze subìte nelle prime settimane, l'istituzione del ghetto in un'area riservata apparve come l'unico modo per ottenere una relativa sicurezza dalle temute scorribande degli esagitati lituani (15).
 Il trasferimento di circa 25.000 persone avvenne come previsto entro il 15 agosto, quando il perimetro del ghetto fu isolato dal resto della città. Un’ulteriore barriera di filo spinato suddivideva al suo interno il ghetto in due parti: il Kleine Ghetto ed il Grosse Ghetto, attraversati da una strada (Panerių gatvė) il cui accesso era proibito agli ebrei. Le due parti del ghetto erano collegate da un ponte in legno sovrastante la strada medesima, mentre la sorveglianza fu affidata alla terza compagnia del Polizei-Bataillon 11, supportata da ausiliari lituani (16).
A quel punto, una volta delimitata la riserva indiana con steccati e guardie armate, si aprirono per i reclusi alcuni giorni di tregua, che alimentarono l'illusoria speranza di un peggio oramai alle spalle. In realtà, come gli eventi delle successive settimane avrebbero drammaticamente dimostrato, quella in cui gli ebrei di Kaunas erano stati rinchiusi, non era tanto un ghetto, quanto piuttosto una trappola mortale.
 
3. DUE GIORNI PRIMA
Il dramma andò in scena nel pomeriggio del 25 ottobre 1941, con l’ingresso negli uffici dello Judenrat dello SS-Hauptscharführer Helmut Rauca, responsabile degli affari ebraici presso la Gestapo di Kaunas. 
Costui, senza preamboli, informò gli atterriti membri del Consiglio della decisione di procedere ad una razionalizzazione della forza-lavoro, allo scopo di impedire ogni competizione tra i possessori dei permessi di lavoro rilasciati dall'amministrazione civile – i cosiddetti Jordansheine – e coloro che non li avevano; per tale motivo, questi ultimi sarebbero stati trasferiti ed isolati all’interno del piccolo ghetto, mentre i lavoratori e diretti familiari, rimasti nel grande ghetto, avrebbero ricevuto razioni alimentari più abbondanti: conseguentemente, sarebbero state prese le fotografie di tutti coloro che erano considerati abili al lavoro (17). Tale operazione sarebbe avvenuta attraverso un appello nominativo, convocato alle 6 del mattino del 28 ottobre in Demokratenplatz. Pertanto, lo Judenrat doveva diffondere senza indugio la notizia alla popolazione attraverso un decreto, facendo in modo tutti quanti, nessuno escluso – compresi quindi gli inabili ed i neonati – obbedissero all’ordine. Ovviamente, secondo la minacciosa postilla di Rauca, tutti coloro che non si fossero presentati all’appello sarebbero stati fucilati sul posto dalle pattuglie incaricate di perquisire casa per casa (18).
Come era logico che fosse, visti i precedenti, l’ordine di raduno gettò nel panico l’intero Consiglio.
Rivelatasi infruttuosa una petizione presso Rauca – che assicurò circa l’assenza di ogni intenzione malevola da parte sua (19) – il Consiglio cercò di reperire ulteriori informazioni che potessero in qualche modo svelare le reali intenzioni di Rauca, ottenendo come risultato degli indizi inquietanti: attraverso furtivi contatti con i lituani erano infatti arrivate voci allarmati sullo scavo da parte di prigionieri di guerra russi, di grandi fosse comuni al Forte nr. IX (20). Inoltre, direttamente dagli uffici della Gestapo, dei permessi speciali estremamente selettivi cominciarono ad essere distribuiti in quelle ore ad alcuni lavoratori specializzati, impegnati nelle riparazioni dell’aeroporto o in fabbriche particolarmente importanti: tutti segnali, questi, che lasciavano ben poco spazio ad interpretazioni ottimistiche circa le reali intenzioni di Rauca.
Alla fine, dopo lunghe consultazioni e contrasti all’interno del Consiglio e dopo aver ricevuto il parere determinante del rabbino capo di Kaunas, Avraham Shapiro (21), nella tarda mattinata del 27 ottobre il decreto dello Judenrat fu inevitabilmente diffuso alla popolazione del ghetto.
Si trattò, per lo Judenrat, della scelta più difficile, quella che imponeva il sacrificio dei membri più vulnerabili della comunità allo scopo di salvare tutti gli altri. La decisione, confortata dai testi religiosi consultati dal Rabbi Shapiro fu probabilmente inevitabile, anche per l'assoluta impreparazione organizzativa della comunità di fronte alla prospettiva di una resistenza all'ordine di Rauca. In tal senso, quello di Kaunas fu un esempio tipico della drammatica quanto controversa scelta del male minore, che certamente consentiva a taluni di sopravvivere per un altro giorno ancora – ed a pochi fortunati Daniele, di sfuggire al genocidio come dalla fossa dei leoni – ma che allo stesso tempo imponeva, ai membri dei Consigli ebraici, un devastante dilemma etico/religioso, talvolta risolto – come nel caso di Lachwa del settembre 1942 – con l'autosacrificio, quasi masadico, armi alla mano, dell'intera comunità (22). Non fu, questa di Lachwa, la situazione verificatasi a Kaunas: a Kaunas lo Judenrat dovette scegliere di sacrificare quasi diecimila persone per farne sopravvivere almeno altrettante e per questo motivo, di fronte all'ampiezza di tali numeri, la scelta fu quasi obbligata ed anche rafforzata dal fatto – per quanto cinico possa sembrare – che i prescelti a sopravvivere appartenevano alla parte più giovane e produttiva della popolazione ed in tal senso – almeno in astratto – offrivano quelle potenzialità di perpetuazione della comunità che invece le vittime predestinate, perlopiù anziani e malati, non erano più in grado di garantire. In un certo qual modo, anche in quella dimensione del non-essere che era rappresentata dalla (ir)realtà del ghetto, la comunità compiva, attraverso l'accettazione della selezione imposta dai nazisti, l'ultimo disperato sforzo di tramandare sé stessa, di preservarsi il più a lungo possibile proteggendo i propri caratteri più idonei alla sopravvivenza. Con il lacerante consenso al martirio della sua parte meno essenziale, la comunità applicava a sé stessa – benchè suo malgrado – una forma di darwinismo sociale: che se da un lato poteva trovare conforto filosofico/religioso negli scritti del Maimonide circa la preservazione in vita del maggior numero possibile di ebrei, onde non interrompere la continuità del giudaismo (scritti su cui certamente Rabbi Shapiro ebbe modo di riflettere durante la sua disperata notte di veglia alla ricerca di risposte), dall'altro lato riconduce a schemi antropologici di salvaguardia della comunità presenti in varie culture, la cui rappresentazione simbolica, nel caso degli ebrei, è ben incarnata dal rito del capro espiatorio descritto nel Levitico 16. Sotto questo punto di vista la scelta che fu imposta a Kaunas (circa un 40% di vittime a fronte di un 60% di sopravvissuti) appare diversa da quella di Lachwa, dove la generosità nazista concedeva la vita a 30 (sic!) artigiani selezionati su una popolazione di circa 2.000 anime (1,5%). In entrambi i casi quindi, per quanto difficile possa essere stata, la scelta fu sostanzialmente obbligata: a Kaunas per mantenere il diritto di vivere, a Lachwa per riappropriarsi della scelta di come morire. Ed in entrambi i casi si trattò di una volontà di resistenza: perchè, se palesemente tale lo fu quella di Lachwa, reattiva ed armata, allo stesso modo può essere considerata anche quella di Kaunas, per la sua disperata ostinazione a preservare quel frammento di ebraismo di fronte all'oramai evidente volontà nazista di cancellarlo del tutto.
È difficile immaginare i pensieri che attanagliarono le migliaia di ebrei di Kaunas nelle poche ore che separarono la pubblicazione dell'annuncio dello Judenrat dall'appuntamento con il destino stabilito da Rauca. Nessuno di loro, infatti, poteva sapere con sicurezza quello che sarebbe successo in Demokratenplatz: di certo vi era il senso di una tragedia immanente, di cui tuttavia era impossibile delineare i contorni e la portata, e di certo vi era anche l'inconfessata speranza di ciascuno, di vedersi risparmiato ciò che neppure, probabilmente, era osato temere. Molti, con ogni probabilità passarono la notte pregando o dando addio ai propri familiari, altri, si crede, si aggrapparono alla logica della ragione per contrastare la prospettiva di un evento terrificante, di cui ben si conoscevano gli echi filologici tradizionali legati al regno dell'irreale trascendente, alla lettura dei sacri testi, alle visioni profetiche dell'Apocalisse, o magari all'interpretazione del destino riservato agli empi, come quello descritto nel Salmo 49.15, ma che certamente, logicamente, non avrebbe potuto avere una manifestazione razionale nella realtà oggettiva, soprattutto se proveniente da quello stesso mondo che aveva dato i natali a un Kant, a un Goethe o ad uno Schiller. Non sappiamo, in effetti, come fu vissuto intimamente il tempo nella notte che precedette il raduno del 28 ottobre, ma al di là di ogni Ragione, riflettuta o auspicata, le processioni di dolenti che cominciarono ad uscire all'alba dalle loro case, nel nevischio e nel buio, tra i bagliori di trepide fiammelle, si aprirono il passaggio tra il reale e l'irreale, tra il mondo dei viventi e la trascendenza dello Sheol, con la morte al loro fianco come ultimo pastore.
 
4. INGLORIOUS BASTARDS
Quello che decise, organizzò ed infine portò a termine la maggior parte degli eccidi perpetrati nel ghetto di Kaunas nell’estate 1941 era un piccolo ed eterogeneo manipolo di individui efficienti e zelanti.
Secondo lo storico lituano Arūnas Bubnys, il 23 settembre 1941, l’Einsatzkommando 3 di Karl Jäger – che fin dal 29 giugno si trovava dislocato a Kaunas – fu ufficialmente trasformato nel comando centrale della Sicherheitspolizei in Lituania, vale a dire nel KdS “Litauen” (23). Al suo interno, relativamente alla cosiddetta questione ebraica, fu nominato comandante dell’Abt.IV (Gestapo), l’SS-Obersturmführer Martin Kurmis il quale però, verso metà ottobre venne rimpiazzato dall’SS-Hauptsturmführer Heinrich Schmitz (24): costui, dopo essere stato fino a quel momento vice di Jäger presso lo Stab/EK 3, nei mesi successivi si sarebbe proposto come uno dei maggiori reponsabili della distruzione degli ebrei di Lituania.
 
heinrich schmitz
  SS-Hstuf. Heinrich Schmitz
Nel medesimo Abt.IV, alle dirette dipendenze di Schmitz furono trasferiti, tra gli altri, anche due sottufficiali che avevano servito nel famigerato – ed ora disciolto – Rollkommando “Hamann”: l’SS-Hauptscharführer Helmut Rauca, che di Hamann era stato il vice, e l’SS-Hauptscharführer Josef Stütz (25). Rauca in particolare, che in data successiva sarebbe divenuto comandante della Sezione 4A3 (movimenti partigiani) del KdS “Litauen”, fu nominato da Jäger «commissario per le questioni ebraiche (Beauftragter für jüdische Angelegenheiten)» a Kaunas: ruolo che gli avrebbe sostanzialmente garantito il diritto di vita e di morte sugli abitanti del ghetto, dovendo egli sovrintendere, durante i vari rastrellamenti, alle selezioni delle vittime da avviare alla fucilazione (26).
Sostanzialmente nello stesso ruolo di Rauca di responsabile per gli affari ebraici, ma riferito nel suo caso all’amministrazione civile di Kaunas, si trovava l’SS-Hauptsturmführer Fritz Jordan attraverso il quale, oltre all'imposizione delle più svariate ordinanze antiebraiche, tanto vessatorie quanto surreali (27), passava anche il rilascio, agli abitanti del ghetto, dei permessi di lavoro che ben più seriamente rappresentavano l’unico barlume di temporanea sopravvivenza per coloro che ne erano i beneficiari (28). Diretto collaboratore di Jordan ed incaricato dal borgomastro lituano Kazys Palčiauskas (29) di mantenere i collegamenti tra le autorità cittadine e lo Judenrat era infine Mikas Kaminskas, un collaborazionista civile impiegato presso la municipalità di Kaunas. Pedissequo burocrate, Kaminskas svolse la sua funzione di megafono per le ordinanze da trasmettere allo Judenrat, senza alcuna empatia nei confronti degli ebrei rinchiusi, ma con buona attitudine nel collaborare alla pianificazione delle azioni contro il ghetto, tra cui quelle del 18 agosto e del 6 ottobre 1941, ch'egli fece precedere dalle proprie personali rassicurazioni rivolte ai membri del Consiglio ebraico (30).
Al di là dei leaders che pianificavano gli eventi e dei quadri intermedi che li supportavano, ciò che occorreva per eseguire materialmente le azioni ebraiche sul campo era, secondo un'efficace definizione di Klaus-Michael Mallmann, la cosiddetta fußvolk der Endlösung (31), vale a dire una manovalanza genocida sufficientemente numerosa da rafforzare le scarse aliquote della Sicherheitspolizei, e che nel caso dell'eccidio di Kaunas del 28 ottobre 1941 fu ben rappresentata dalla terza compagnia del Polizei-Bataillon 11 agli ordini dell’Hptm. Alfred Tornbaum (32), rafforzata da un contingente di ausiliari lituani tratti dal PPT-Batalionas 1 (Litauische-Hilfspolizei-Bataillon 1) del Maj. Kazys Šimkus: questi era un ex ufficiale dell’aeronautica lituana passato al comando di un battaglione ausiliario reclutato fin dai primi giorni dell’occupazione tedesca, già regolarmente utilizzato dall’EK 3 nelle esecuzioni di massa ai forti di Kaunas (33).
 
4.1. – Polizei-Bataillon 11
Il reparto tedesco maggiormente coinvolto negli eccidi di Kaunas fu il Polizei-Bataillon 11. Si trattava di un battaglione originario di Königsberg, in Prussia Orientale, costituito fin dal settembre 1939 e destinato a rivelarsi, soprattutto nei primi mesi dopo Barbarossa, come uno dei più micidiali strumenti del genocidio messi in campo dall’Ordnungspolizei: oltre che a Kaunas infatti – raggiunta già nel tardo giugno 1941 – questo battaglione si rese responsabile di una vera e propria campagna di sterminio nell’area di Minsk, dove due delle sue compagnie furono trasferite dal 6 ottobre 1941 fino a circa metà novembre, assieme ai lituani del PPT-Batalionas 2 del Maj. Impulevičius (34). Comandava il battaglione il Maj. Franz Lechthaler, un renano di 51 anni ritenuto di idee socialiste (35), che dopo la guerra venne condannato a due anni di carcere dal Tribunale di Kassel, per gli eccidi commessi in Bielorussia (36).
Relativamente a Kaunas, fondamentale fu il ruolo svolto da questo battaglione, che per diverso tempo rappresentò la principale unità tedesca a disposizione della FK 821, anche dopo il trasferimento dei poteri dall’amministrazione militare della Wehrmacht a quella civile del Reichkommissar von Renteln proclamata in Lituania il 17 luglio 1941. Fino alla nomina avvenuta in settembre del suo superiore, il KdO Engel, Lechthaler rimase infatti l’ufficiale dell’Ordnungspolizei di più alto grado presente a Kaunas, titolare di un ruolo di primo piano anche all'interno dell'intera articolata scala gerarchica tedesca dispiegata in città, presa nel suo complesso.
Per il Polizei-Bataillon 11 e per il suo comandante Lechthaler fu quindi pressochè automatica, in virtù di tale situazione, l’attribuzione di compiti direttamente connessi alla questione ebraica, tra cui la già accennata sorveglianza del ghetto, svolta fin dalla metà di agosto (37), nonché la scorta agli Arbeitskommando ebraici che giornalmente si recavano dal ghetto stesso ai luoghi di lavoro esterni, tra cui l’aeroporto di Aleksotas.
Ed in effetti, fu proprio la scelta di ricorrere alla mano d’opera ebraica, con relativa emissione di permessi di lavoro – i cosiddetti Jordanscheine – consegnati ai singoli lavoratori da parte dell’amministrazione civile (38), la discriminante lungo la quale sarebbero passate le successive selezioni tra gli abitanti del ghetto: tra quelli cioè in grado di lavorare e quelli che non lo erano, tra i produttivi e quelli considerati inutili, tra coloro insomma, che avrebbero vissuto ancora un po' e coloro che invece sarebbero stati uccisi immediatamente.
È interessante notare, nel caso specifico della 3/11 di Tornbaum, come questa compagnia, dopo la partenza per la Bielorussia di Lechthaler con una metà del Polizei-Bataillon 11, fosse stata sostanzialmente messa a disposizione del KdS “Litauen” Jäger, evidentemente a seguito di un accordo con il KdO Engel, al quale la compagnia continuava a rispondere, ma solo per l’ordinaria amministrazione (39). Per tutto il resto, ed in particolare per gli interventi correlati alla questione ebraica, la compagnia di Tornbaum poteva considerarsi una vera e propria coorte genocida, così come lo erano anche le due compagnie del battaglione (la 2/11 e la 4/11) in quel momento impegnate in Bielorussia a seminare distruzione tra le comunità ebraiche dell’area di Minsk (40). Di Alfred Tornbaum, capitano di polizia e zelante esecutore, rimane la descrizione fattane da Tory nel suo libro:
 
"Tornbaum era l’incarnazione del tipico gendarme tedesco. Dimostrava grande interesse nell’arte, nelle collezioni di francobolli e negli oggetti preziosi in generale. Era un sadico, capace di appassionarsi ad una rapsodia di Liszt fatta suonare ad un musicista, salvo poi, alla fine, sequestragli il pianoforte. Era un «mastino», che costringeva le donne a spogliarsi ed a sottoporsi a perquisizioni ginecologiche, mentre allo stesso tempo le percuoteva pesantemente. Questo ispettore di polizia che saccheggiava e derubava gli ebrei dei loro averi e li ripagava a bastonate in ogni parte del loro corpo; quest’uomo dalle spalle larghe, nella sua grigia uniforme e nei suoi lucidi stivali, temuto dai suoi stessi subordinati: questo [era] Tornbaum, che pensava che il suo dominio sopra di noi sarebbe durato indefinitamente" (41).
 
Un ricordo di Tornbaum, durante una razzia nel ghetto, lo offre anche Joheved Inčiūrienė, ebrea sopravvissuta, all’epoca dei fatti giovane ragazza di 17 anni:
 
"Entrò nella nostra stanza con la pistola spianata. Ci costrinse ad aprire gli armadi dove tenevamo i vestiti pesanti ed ordinò ad un ebreo che lo accompagnava di portare sugli autocarri fermi nel cortile tutti i nostri abiti invernali, oltre a due completi di mio padre. [Dopo che se ne fu andato], attraverso la finestra vidi mettere le nostre cose sull’autocarro ed all’improvviso sentii Tornbaum che urlava: «Balla, ebreo!». L’ebreo, un uomo di mezza età che aveva trasportato senza troppa fretta i nostri vestiti, rimase immobile, non capendo quello che il tedesco gli ordinava. A quel punto, Tornbaum puntò la pistola e gli sparò su due piedi" (42).
 
4.2. – PPT-Batalionas 1
  simkus3
 
Maj. Kazys Simkus, in
uniforme lituana
 Tra le unità lituane presenti a Kaunas nell'estate/autunno 1941, il PPT-Batalionas 1 del Maj. Kazys Šimkus ebbe un ruolo fondamentale nella risoluzione della cosiddetta questione ebraica. Si trattava di un reparto costituito il 7 agosto 1941 dalla ristrutturazione del precedente TDA-Batalionas, a sua volta formato a Kaunas il 28 giugno da personale lituano già in forza all’Armata Rossa e da gruppi di insorti nazionalisti agli ordini di Bronius Norkus e dello stesso Kazys Šimkus (43). Fortemente sovradimensionato grazie ai numerosi arruolamenti, tale battaglione – largamente utilizzato fin dall'inizio di luglio nelle fucilazioni perpetrate nei forti su ordine dell'EK3 di Jäger – era stato riorganizzato il 7 agosto successivo e suddiviso in tre formazioni più piccole: vale a dire il PPT-Batalionas 1 rimasto agli ordini di Šimkus, il PPT-Batalionas 2 di Antanas Impulevičius (poi trasferito in Bielorussia) ed il PPT-Batalionas 3 del Maj. Antanas Švilpa.
Relativamente al PPT-Batalionas 1 (Litauische-Hilfspolizei-Bataillon 1, nella dizione tedesca), era stato ottenuto dalle compagnie ex-TDA terza (1/PPT 1, Oltn. Anatolijus Dagys), quarta (2/PPT 1, Ltn. Bronius Norkus) e quinta (3/PPT 1, Hptm. Juozas Truškauskas) (44): compagnie, queste, che avevano già partecipato alle esecuzioni del luglio/agosto 1941 sia al Forte nr. IV (3/TDA, Ltn. Juozas Barzda), che in provincia con il Rollkommando “Hamann” (4/TDA Ltn. Norkus) e che continuarono le medesime attività genocide anche nelle successive settimane (45). In particolare, nell'eccidio del 29 ottobre sarebbe stato coinvolto l'intero battaglione, il cui personale venne utilizzato nella cinturazione del ghetto durante la selezione, nelle perquisizioni casa per casa, nella scorta alle colonne di ebrei al Forte nr. IX e nella successiva esecuzione delle vittime, perpetrata soprattutto da parte della terza compagnia (3/PPT 1). Complessivamente, dal luglio al dicembre 1941 il 1/PPT-Batalionas si sarebbe reso responsabile di almeno 26.000 esecuzioni (46).
 
4.3 – PPT-Batalionas 3
Il 7 agosto 1941 la settima compagnia del TDA-Batalionas, avanzata dalla ristrutturazione che aveva originato i PPT-Batalionas 1 e 2, fu utilizzata per formare il nucleo del PPT-Batalionas 3, presso il quale confluirono altre due compagnie di nuova formazione. Al comando della 3/PPT 3 – ottenuta dalla 7/TDA – fu nominato il 15 agosto il Ltn. Antanas Guselis (Gudelis), in sostituizione di Antanas Švilpa, ora divenuto comandante del battaglione (47).
Dislocato a Kaunas nel periodo delle azioni dell'autunno 1941, questo battaglione fu certamente utilizzato nella sorveglianza del ghetto, sebbene relativamente ad un suo diretto coinvolgimento nei massacri degli ebrei di Kaunas e della provincia, non siano emerse prove concrete (48), ma solo indiziarie, tra cui l'accusa di crimini di guerra rivolta dal Centro Wiesenthal nel febbraio 1999 a Guselis, rifugiatosi nel dopoguerra ad Adelaide, in Australia, con relativa istanza rivolta al governo lituano di procedere con la richiesta di estradizione a quello australiano, o quantomeno con l'apertura di un processo in contumacia (49). Al di là della prova documentata sui crimini commessi o meno dal battaglione, rimangono certi ed inequivocabili gli ordini emanati alle guardie attorno al quartiere di Vilijampolė, secondo i quali bisognava agire in modo che nessun ebreo si allontanasse dal recinto che perimetrava il ghetto.
 
5. DEMOKRATENPLATZ: 28 OTTOBRE 1941
   kaunas demokratuplatz
  Demokratenplaz
Subito dopo l’alba del 28 ottobre, una volta completato il raduno in Demokratenplatz degli abitanti del ghetto (50), gruppi di ausiliari lituani cominciarono le perquisizioni casa per casa, alla ricerca di eventuali ebrei nascosti: questi lituani erano coordinati da una squadra di poliziotti tedeschi agli ordini dell’Hauptwachtmeister Blask (51); nel frattempo, un cordone di sicurezza era già stato steso attorno all'intero perimetro del ghetto dagli altri poliziotti della 3/11 armati di mitragliatrici. Dietro di loro, sulle colline sovrastanti il quartiere ebraico, numerosi civili lituani si erano intanto radunati per assistere allo spettacolo.
L’attesa della folla di ebrei, ammassata sulla piazza, si protrasse fino alle 9 del mattino, quando finalmente Schmitz, Rauca, Jordan e Tornbaum giunsero davanti alle loro vittime, già suddivise in gruppi in base al luogo di lavoro dei capifamiglia (52). Attorno a loro, negli angoli della piazza, furono posizionate delle mitragliatrici, mentre altri poliziotti della 3/11 di Tornbaum ed ausiliari lituani si schierarono tutto attorno alla folla trepidante.
La selezione, a quel punto, poteva cominciare.
Ma leggiamo la testimonianza di Tory (53):
 
"Le colonne degli impiegati delle istituzioni del ghetto, con le loro famiglie passarono davanti a Rauca, seguiti dalle altre colonne, una dopo l’altra. L’uomo della Gestapo fissava il suo sguardo su ciascun paio di occhi e con un movimento del dito della sua mano destra sentenziava sui singoli individui, famiglie o anche interi gruppi (54). Anziani e malati, famiglie con bambini, donne sole e persone le cui condizioni fisiche non lo soddisfacevano in termini di potenzialità lavorative, furono dirette a destra. Essi immediatamente caddero nelle mani dei poliziotti tedeschi e dei lituani (55), i quali li sommersero di urla e colpi e li spinsero al di là di un’apertura del recinto, dove due tedeschi li contavano e li raggruppavano in punti diversi […].
Ogni volta che qualche anziano o malato, non riuscendo più a resistere, collassava a terra, veniva immediatamente raggiunto dai lituani, che colpendolo
  tory kaunas2
 
Avraham Tory a Kaunas,
 nel marzo 1942
con i loro stivali, picchiandolo e minacciandolo di calpestarlo, lo costringevano a rialzarsi […].
Rauca dirigeva il lavoro di selezione tranquillamente, con cinismo e con la massima velocità possibile […]. Nel corso delle selezioni egli non diede mostra di alcun segno di fatica o di sensibilità ai lamenti, alle suppliche ed alle grida, o alla vista degli strazianti spettacoli che avvenivano davanti ai suoi occhi, quando i bambini venivano separati dai genitori, o i parenti dai bambini, o i mariti e le mogli gli uni dalle altre […].
Di tanto in tanto Rauca addentava un panino […] o si accendeva una sigaretta, il tutto continuando senza interruzione il suo diabolico lavoro.
Quando una colonna formata prevalentemente da anziani, o da donne con bambini, appariva davanti a lui, egli ordinava sprezzante: «Tutti questi pezzenti vadano a destra!», oppure «Tutto questo mucchio di immondizia a destra!». E quando il Dr. Elkes provava ad intervenire nel tentativo di salvare delle vite (56), egli lo redarguiva: «Vedrai, poi mi ringrazierai per averti liberato di tutto questo peso» […].
Di tanto in tanto Rauca riceveva una nota, con un numero scritto sopra, diligentemente copiato dai taccuini tenuti dai tedeschi che erano stati incaricati di registrare il numero di ebrei trasferiti al piccolo ghetto […].
La selezione divenne una faccenda prolungata. Affamate, assetate e avvilite, migliaia di persone rimasero ad aspettavare il loro turno dall’alba […]. Coloro che erano più deboli – o non più in grado di reggere la tensione psicologica ed il tormento fisico – finirono per collassare, esalando l'ultimo respiro prima ancora che venisse il loro turno di passare davanti a Rauca […].
Verso l’imbrunire, quando migliaia di persone si trovavano ancora in piedi nella piazza, il capitano Jordan aprì un altro punto di selezione, assistito dal capitano Tornbaum: Rauca poteva contare su questi due senza alcuna riserva […] (57).
La selezione ebbe termine solo dopo il tramonto, ma non prima che Rauca avesse avuto la certezza di avere raggiunto la quota di circa 10.000 persone trasferite al piccolo ghetto. Solo a quel punto, coloro che avevano passato la selezione ed erano rimasti in piedi nella piazza, ricevettero il permesso di ritornare alle loro case […]. Circa un terzo dell’intera popolazione del ghetto era stata falciata via. I malati inamovibili, che erano rimasti nelle loro case al mattino, erano scomparsi, portati via nel corso della giornata al Forte nr. IX.
Sulla piazza erano rimasti, sparpagliati a terra, i corpi di diverse decine di anziani e malati, morti di sfinimento. Qui e là c’erano sgabelli rovesciati, sedie e carrozzine per bambini (58).
Sulla strada del ritorno il Dr. Elkes mormorò: «Non valeva la pena vivere per più di sessant’anni, per poi arrivare a vedere un giorno come questo…».
 
6. ALBA D'AUTUNNO: 29 OTTOBRE 1941
  elkes 1939
  Dr Elkanan Elkes, 1939
La drammatica selezione del 28 ottobre aveva condotto quasi 10.000 ebrei, perlopiù anziani, malati, bambini e gli sfortunati privi di una occupazione, dal grande ghetto al piccolo e fatiscente ghetto attorno a Sajungosplatz, precedentemente svuotato dei suoi abitanti durante l’azione del 4 ottobre (59).
Tutti costoro, sebbene i più non nutrissero alcuna speranza, non potevano essere certi di quale sarebbe stato il loro futuro: tanto è vero che alcuni di essi cominciarono a discutere su come organizzare la loro sopravvivenza nel nuovo settore.
Ogni illusione, tuttavia, fu brutalmente spezzata già all’alba del 29 ottobre, allorchè i poliziotti di Tornbaum ed i lituani di Šimkus fecero irruzione nelle abitazioni del piccolo ghetto, costringendo gli ebrei ad incolonnarsi per marciare verso il Forte nr. IX, distante circa quattro km. I più deboli e coloro che erano incapaci di muoversi, tra cui molte donne con bambini, furono invece caricati a bordo degli autocarri della compagnia (60). A quel punto, dalle migliaia di vittime in cammino cominciò a sollevarsi, sempre più intensa, una sinfonia di pianti, preghiere e lamenti, che pervase l’intera colonna da cima a fondo. La Grosse Aktion del piccolo ghetto di Kaunas stava per raggiungere il suo culmine.
Ma leggiamo ancora le parole di Tory (61):
 
"Era una nebbiosa e cupa alba d’autunno, quando poliziotti tedeschi e partigiani lituani ubriachi irruppero nel piccolo ghetto come bestie feroci e cominciarono a cacciare gli ebrei dalle loro abitazioni […]. I lituani abbaiarono l’ordine di abbandonare le case e di allinearsi in righe e colonne. Ogni colonna veniva immediatamente circondata dai partigiani, che gridavano «Avanti march, pezzenti, avanti march!», nel mentre che spingevano le persone fuori dal ghetto con il calcio dei fucili, lungo la strada verso il Forte nr. IX. Era la stessa via che altri ebrei avevano percorso durante l'azione guidata da Kozlowski il 26 settembre 1941, ed anche il 4 ottobre, dopo la liquidazione del piccolo ghetto. La stessa strada in salita […] verso un luogo dal quale non c’era ritorno.
Era una processione di morte […]. Colonna dopo colonna, famiglia dopo famiglia, i condannati passarono oltre i reticolati del grande ghetto. Diversi uomini, ed anche alcune donne, tentarono di irrompere attraverso la catena di guardie per rifugiarsi nel grande ghetto, ma furono colpiti a morte. Una madre cercò di gettare suo figlio oltre il reticolato, ma mancò il bersaglio ed il bambino rimase impigliato nel filo spinato. Le sue urla furono silenziate dai proiettili […].
La processione di circa 10.000 persone, dal piccolo ghetto al Forte nr. IX, durò dall’alba fino a mezzogiorno. Gli anziani e i malati collassarono lungo la strada e morirono […]. Migliaia di civili lituani incuriositi si affollarono lungo entrambi i lati della strada per osservare lo spettacolo, e rimasero fino a che l’ultima delle vittime non venne infine inghiottita dall’ingresso del forte.
All’interno del forte tutti quegli infelici furono immediatamente aggrediti dai criminali lituani, che li depredarono di ogni oggetto di valore – anelli d’oro, orecchini, braccialetti. Poi, li costinsero a spogliarsi nudi, li spinsero nelle fosse che erano state preparate in anticipo ed aprirono il fuoco contro di loro con le mitragliatrici già posizionate. Gli assassini non facevano in tempo a sparare a tutto un primo gruppo di ebrei, che già si avvicinava il gruppo successivo. A costoro veniva riservato il medesimo trattamento di quelli che li avevano preceduti. Venivano spinti nelle fosse sopra i corpi dei morti, dei morenti e di quanti ancora erano vivi del gruppo precedente. E continuarono così, gruppo dopo gruppo, fino a che 10.000 uomini, donne e bambini non furono tutti massacrati.
Gli abitanti che vivevano nelle vicinanze del forte raccontarono poi le storie di orrore cui avevano assistito da lontano, e le strazianti grida che si levavano dal forte e che turbarono le loro ore per tutto un giorno ed una notte intera".
 
Il percorso delle colonne, lungo Zemaiciu gatvė fino al Forte nr. IX, cominciò al mattino presto del 29 ottobre ed andò avanti per ore fino a pomeriggio inoltrato. All'interno del forte tutto era pronto, in attesa delle prime vittime. Tutte le celle erano state svuotate ed i detenuti trasferiti alla prigione centrale di Kaunas; grandi fosse comuni erano state scavate da duecento prigionieri di guerra russi sul lato occidentale del forte; un numeroso contingente di funzionari della Sicherheitspolizei, guidato personalmente da Jäger era arrivato da Kaunas, accompagnato da almeno una cinquantina di lituani agli ordini di Šimkus e del suo aiutante Barzda; mitragliatrici erano state posizionate lungo le fosse comuni ed un cordone di sicurezza era stato steso attorno al forte (62). Immobile, sulla collina di Kaunas, ad otto km dal centro della città, Moloch attendeva paziente l'arrivo di Cabiria.
La descrizione di quanto avvenne nel Forte nr. IX di Kaunas il 29 ottobre 1941 ci giunge attraverso le drammatiche testimonianza di chi, come Kuki Kopelman – all’epoca ragazzino di tredici anni – riuscì fortunosamente a sopravvivere in quanto ritenuto morto sotto ai corpi delle altre vittime, oppure di chi, come Ignas Veliavicius-Vylius – responsabile lituano del Forte nr. IX – assistette e collaborò di persona all'eccidio.
Questo il racconto di Kopelman (63):
 
   kaunas forte nr ix
  L'ingresso principale del Forte nr. IX
"I tedeschi e le guardie lituane erano davanti all’ingresso, con diversi grossi cani tenuti al guinzaglio, che abbaiavano e ringhiavano furiosamente. Fummo spinti oltre il cancello.
Numerosi autocarri erano fermi all’interno del cortile con il motore acceso, i cui ritorni di fiamma spesso producevano degli scoppi che assomigliavano a dei colpi d’arma da fuoco.
Un giovane ufficiale tedesco si rivolse a noi: «Nonostante tutte le ridicole voci che avete sentito, state per essere trasportati ad un campo di lavoro ad est. Dovrete quindi farvi la doccia e poi vi veranno forniti degli abiti da lavoro. Spogliatevi e lasciate qui i vosti vestiti».
L’ufficiale aveva parlato in tono civile, e nonostante tutto quello che avevamo sentito su quel luogo di morte, era quasi riuscito a convincerci.
Tuttavia, ogni barlume di speranza si spense allorchè udimmo una lunga raffica di mitragliatrice ed urla lontane. Anche i tedeschi le udirono ed a quel punto sollevarono i fucili, puntandoceli contro.
«Sbrigatevi, ebrei!», urlò l’ufficiale, «spogliatevi ed andate alle docce! Sono solo i ritorni di fiamma di alcuni autocarri» […].
Ma nessuno si mosse. Nessuno sembrava in grado di muovere un muscolo. A quel punto, in tutta calma, l’ufficiale si avvicinò ad un vecchio che era fermo davanti a lui, estrasse la sua luger e gli sparò in pieno volto. Quando l’uomo cadde a terra la sua testa si aprì e grumi di cervello si sparsero nel fango.
A quel punto, tutti si spogliarono. Quando si è sul punto di morire, anche pochi minuti sembrano preziosi, anche un solo secondo in più che sia in grado di posticipare la fine […].
Quello che seguì fu come un incubo al rallentatore. Ogni più piccolo dettaglio brucerà per sempre nella mia mente.
Ad un cenno dell’ufficiale i tedeschi ed i lituani si lanciarono su di noi: «Di corsa, di corsa, porci ebrei», ci urlarono colpendoci con bastoni e con il calcio dei fucili, mentre i loro cani attaccavano i più lenti di noi, strappando brandelli di carne dalle gambe e dalle natiche. Cominciammo a correre nel panico più folle, con le guardie ed i cani dietro di noi […]. Infine, quando girammo un angolo, vedemmo decine e decine di mitragliatrici piazzate attorno ad un terreno aperto, che sparavano lunghe raffiche dentro a delle grandi fosse. Potevo sentire le urla provenienti dal loro interno […].
Lituani e tedeschi, con le maniche rimboccate ed i volti paonazzi, caricavano e sparavano nel mucchio. Si potevano vedere i lampi gialli uscire dalle canne delle armi ed un velo di fumo bluastro aleggiare sul campo.
Era una scena come se fosse l’inferno. Si udivano rauche urla e le acute grida delle donne, e i bambini e i neonati che piangevano, ed il latrare dei cani. Si avvertiva fetore di sudore, di urina, di escrementi, rilasciati dai corpi terrorizzati… Vidi un uomo con la barba, in piedi nella fossa, con i pugni rivolti verso il cielo, che urlava: «Ebrei! Non esiste più Dio! C’è solo il demonio seduto lassù!». Assomigliava molto al mio vecchio rabbino. Il sangue usciva dalle sue ferite mentre quelli continuavano a colpirlo. Ma lui rimaneva in piedi, urlando verso il cielo.
Poi finimmo spinti vicino alla fossa. Era piena di migliaia di corpi, uno sull’alto, che urlavano e si contorcevano, che pregavano i tedeschi di finirli. Una visione infernale. Era l’inferno […].
Eravamo proprio di fronte ai fucili. I proiettili sibilavano attorno a me come api arrabbiate. Ma tutto quello che sentii fu l’accasciarsi della folla dietro di me […]. Poi un peso cadde sulla mia testa e finii tramortito in un pietoso oblio".
 
Questa la testimonianza di Ignas Veliavicius-Vylius (64):
"Gli ebrei che venivano portati al forte non erano registrati. Squadre di dieci guardie, incaricate di scortare gli ebrei alle fosse, venivano da me nel cortile del forte, ed io consegnavo loro di volta in volta, gruppi di un centinaio di ebrei – uomini, donne, bambini ed anziani, senza preoccuparmi dei loro legami familiari. Le persone, allineate in colonne di quattro file, venivano prese vicino all'ingresso del forte e portate verso le fosse. Ad una certa distanza veniva detto loro di togliersi gli indumenti e di dirigersi verso le fosse. Dopodichè venivano spinti dentro e costretti a sdraiarsi per essere uccisi.
I primi gruppi dovettero sdraiarsi nell'acqua accumulatasi sul fondo delle fosse. Chiunque non obbediva all'ordine di sdraiarsi, era colpito con bastoni o con il calcio dei fucili e veniva quindi costretto a giacere nella fossa. Queste immagini di fucilazione e di morte erano orribili. Le guardie abusavano delle loro vittime in ogni modo. Gli elementi più ostinati tra gli ebrei venivano colpiti già lungo la strada. Per tutto il giorno si poterono udire i gemiti delle vittime, le grida ed i singhiozzi delle donne e i pianti dei bambini piccoli. Le donne portavano i loro bambini in braccio, mentre tenevano la mano di quelli più grandi. Tutti quanti erano costretti a scendere nelle fosse, e mentre aspettavano la loro fine dovevano sdraiarsi sulle centinaia di corpi di coloro che erano già stati uccisi.
Nel cortile, allo stesso tempo, era in corso una specie di adunata. Agli ebrei in attesa veniva dato l'ordine di muoversi verso le fosse camminando a schiena dritta e tenendo le mani in alto sopra la testa. Vi furono alcuni che gridarono slogan rivoluzionari, in favore della lotta per la libertà. In tutte queste situazioni riuscii a mantenere l'ordine tra la folla, dove alcuni ascoltavano le disposizioni che venivano loro date, mentre altri, ed erano la maggioranza, pregavano malgrado il suono ininterrotto dei lamenti che si udivano provenire dalle fosse. Ogni dieci minuti circa, un nuovo gruppo di cento vittime veniva prelevato.
Verso sera, con l'avvicinarsi del buio, l'eccidio di massa ebbe fine. Le fosse erano ricolme, ma le vittime che giacevano accatastate non furono subito ricoperte di terra. In mezzo ai corpi c'erano anche bambini, donne e uomini che non erano ancora morti. Costoro giacevano tra i cadaveri e gemevano. Potei vedere molti feriti, uomini e donne ricoperti di sangue, annaspare nelle fosse, nel tentativo di uscirne. Le guardie però li fermavano subito, li perquotevano e li costringevano a rientrare nelle fosse, dove venivano quindi finiti da un proiettile […].
In seguito, dei prigionieri di guerra russi prelevati dal carcere, furono mandati al forte per igienizzare le fosse con delle ceneri. La terra, che ricopriva i cadaveri continuò a muoversi ancora per diverso tempo. Centinaia di feriti, che giacevano sepolti, si muovevano in preda all'agonia.
 
Quel giorno, furono sterminati 9.200 ebrei: 2.007 uomini, 2.920 donne e 4.273 bambini, così come confermato da Karl Jäger nel suo rapporto riepilogativo del 1° dicembre 1941, nel quale si legge: «ripulitura del ghetto dagli ebrei superflui (Säuberung des Ghetto von überflüssige Juden)».
 
7. TEMPI D’ATTESA
Nel dopoguerra, tra tutti coloro che furono i maggiori responsabili degli eccidi perpetrati a Kaunas nell’estate/autunno 1941, solo in tre si trovarono a dovere rispondere delle loro azioni nel corso di un interminabile iter giudiziario, avviato dalla ZStL verso la fine degli anni Cinquanta con la raccolta dei primi fascicoli informativi e conclusosi circa trent’anni dopo con la morte in carcere per un male incurabile – mentre era ancora in attesa di giudizio – dell’ultimo dei grandi imputati di quell’indagine: quell’Helmut Rauca che solo da pochi mesi era stato finalmente estradato in Germania dal Canada, dove aveva vissuto indisturbato dal 30 dicembre 1950 al 20 maggio 1983 (65).
Relativamente ad altri due dei principali responsabili dell’eccidio, vale a dire Jordan e Šimkus, il primo era stato ucciso sul fronte orientale il 2 agosto 1942, mentre il secondo aveva trovato rifugio in Australia, dove probabilmente morì il 10 giugno 1968 (66). Per quanto riguarda invece l'aiutante di battaglione di Šimkus, ossia il Ltn. Juozas Barzda di Kavolių, distretto di Zarasų, pesantemente coinvolto negli eccidi al Forte nr. IV nel luglio/agosto 1941 e quindi fino al tardo ottobre anche nella campagna genocida di Lechthaler in Bielorussia con il PPT-Batalionas 2 di Impulevičius, il suo corpo fu ritrovato e riconosciuto il 15 gennaio 1945, dopo essere stato estratto dal lago Platelai nel quale, probabilmente, era caduto al termine di uno sfortunato lancio con il paracadute avvenuto in dicembre, all'inizio di una missione di sabotaggio oltre le linee sovietich (67).
Proponiamo, di seguito, una breve cronologia dell’iter giudiziario relativo alle indagini condotte dalla Procura di Francoforte tra il 1959 ed il 1983.
 
1959:
il procuratore di Francoforte riceve dalla ZStL il fascicolo relativo a Schmitz e ad altri membri dell’EK3: il fascicolo è indicato come ZStL 207 AR-Z 14/1958 (Schmitz). Il procuratore di Francoforte classifica il fascicolo come StAw Frankfurt 4 Js 1106/59 gegen Heinrich Schmitz und anderen.
1961:
il 27 settembre 1961, il procuratore di Francoforte richiede al Tribunale di Wiesbaden l’apertura dell’indagine preliminare (StAw Frankfurt VU-Antrag gegen EK 3) contro membri del PB 9, del PB 11 e dell’EK3 tra cui Rauca, contro il quale, pochi giorni prima (21 settembre), era stato spiccato un mandato d’arresto in contumacia. Heinrich Schmitz viene posto in custodia cautelare.
1962 (febbraio):
relativamente all’eccidio del 28-29 ottobre 1941, il 28 febbraio 1962 Heinrich Schmitz rilascia al procuratore di Francoforte la seguente dichiarazione: «Si è trattato di una specie di diradamento. Questa parola, adesso, può suonare terribile, ma descrive piuttosto efficacemente ciò che accadde allora. Circa 10.000 ebrei furono selezionati in base a principi di utilità e buona salute. E circa 10.000 di essi furono effettivamente uccisi (eine art ausforstung vorgenommen worden sie. Dieser Ausdruck hört sich jetzt fürchterlich an, aber er bezeichnet ziemlich treffend das, was damals geschah. Es wurden etwa 10.000 Juden ausgewählt nach dem Grundsatz der Nützlichkeit und auch der Gesundheit. 10.000 wurden damals auch tatsächlich umgebracht(68).
1962 (novembre):
nel novembre 1962 inizia il procedimento da parte del Tribunale di Wiesbaden. Schmitz commette suicidio in cella. Avraham Tory viene chiamato a deporre come testimone dell’accusa. Il suo diario è accettato come prova a carico (69).
1966 (marzo):
il 27 marzo 1966 il procuratore di Francoforte richiede al Tribunale di Wiesbaden lo stralcio della posizione del poliziotto G.B., membro della 3/11.
1966 (agosto):
il Tribunale di Wiesbaden, attraverso la sentenza LG Wiesbaden 4 Js 1106/59 – 7 VU 3/61 vom 22.8.1966, accoglie la richiesta dello stesso procuratore di Francoforte, sullo stralcio della posizione di G.B., membro della 3/11.
1971:
  rauca
 
Helmut Rauca,
 dopo il suo arresto
il Tribunale di Wiesbaden, con sentenza LG Wiesbaden 4 Js 1106/59 – VU 3/61 vom 6.12.71, stralcia la posizione degli altri membri del Polizei-Bataillon 11 messi sotto indagine, tra cui Alfred Tornbaum, ed anche quella di quattro membri dell’EK3. Secondo la sconcertante sentenza del tribunale, «la sola funzione di Tornbaum era stata quella di selezionare le vittime, senza sapere quale sarebbe stato il risultato delle sue azioni. Altresì, la sua presenza nel ghetto, nel corso dell’una o dell’altra azione, non porta automaticamente a considerare Tornbaum reponsabile in parte di quello che accadde, né dimostra che abbia svolto una qualche funzione di supporto» (70). In questo stesso periodo, la Procura di Francoforte riceve prove concrete circa la presenza di Rauca in Canada. 
1973:
un’ulteriore sentenza emessa dal Tribunale di Wiesbaden il 28 gennaio 1973, LG Wiesbaden VU 3/61 – 4 Js 1106/59 vom 28.1.73, stralcia infine anche la posizione di quei membri del PB 9 ancora indagati.
1982:
le autorità della Germania Federale richiedono a quelle canadesi l’estradizione di Rauca. Rauca viene arrestato dalla RCMP il 17 giugno 1982. Avraham Tory viene chiamato a deporre a Toronto contro Rauca; nuovamente, il suo diario ed altri documenti sono accolti come prova.
1983:
il procuratore di Francoforte, a seguito dell’estradizione in Germania di Helmut Rauca (20 Maggio 1983), emette contro di lui un atto di accusa il 26 agosto 1983 (StAw Frankfurt 50/4 Js 284/71 vom 26.8.1983 gegen Rauca), a seguito del quale Rauca viene arrestato e posto in custodia cautelare a Kassel. Già gravemente malato, muore in carcere in attesa dell’inizio del processo il 29 ottobre 1983.
 
8. CONSIDERAZIONI
Con il massacro di Kaunas del 28-29 ottobre 1941 il breve e sanguinoso percorso che nelle prime settimane dopo Barbarossa si era dipanato lungo una teoria di stragi relativamente selettive e quasi improvvisate, sparse a macchia di leopardo lungo gli assi di avanzata degli Einsatzgruppen e dei successivi rincalzi rappresentati essenzialmente dai reparti di polizia, appare largamente concluso: già a partire dall'eccidio di Kamenec Podolski del 27-29 agosto infatti, era stata varcata la soglia della variante sistemica del genocidio itinerante, che per diversi mesi nel corso del 1942 avrebbe preceduto e quindi accompagnato la fase stanziale, incentrata sui campi di stermino di Belzec, Sòbibor e Treblinka, avviati in primavera.
Kaunas quindi, non segnò alcun punto di svolta nell'ambito del genocidio ebraico, ma consolidò piuttosto una tendenza, vale a dire quella di ampliare a dismisura la categoria delle vittime, che ora includeva in misura crescente e senza più alcuna volontà mistificatoria, anche tutti coloro che non risultavano immediatamente utili, secondo l'arbitrario giudizio dei perpetratori: quindi non più solo coloro che potevano essere considerati pericolosi, inabili o malati, ma anche molte persone valide o giovani, che per qualche motivo non erano stati graziati da un permesso di lavoro. Non si era ancora allo sterminio di una intera comunità – come presto sarebbe avvenuto a Rumbula, in Lettonia, o a Charkov, in Ucraina, ma si era molto vicini: si stava cioè percorrendo a grandi passi ed in modo del tutto organico, coerente e funzionale, la strada verso la Soluzione finale, la Weg zur Endlösung, come è stata efficacemente definita (71).
Per diversi motivi, a differenza di Rumbula, l'eccidio di Kaunas non lo si può leggere come il tragico simbolo storico del genocidio ebraico: Rumbula, infatti, rispetto a Kaunas ha di specifico l'apocalittica potenza dei suoi numeri (circa 25.000 vittime in due giorni), oltre al fatto di avere visto un'intera comunità ebraica di grandi dimensioni, quella di Riga, cancellata per sempre dalla storia senza alcuna eccezione. Ma non solo. Rumbula è probabilmente l'epitome del genocidio itinerante non tanto per le dinamiche distruttive che si produssero durante l'eccidio, quanto piuttosto come momento psicologico di non-ritorno, oltre che come prova generale e verifica definitiva di fattibilità – stante la sua magnitudo – di una scelta strategica, quella genocida, vista come metodo di ingegneria sociale applicato per risolvere definitivamente il presunto problema ebraico. Per tale motivo dopo Rumbula ci fu il deserto: il passo successivo, oltre le sue immense fosse comuni nascoste nella foresta, l'avrebbero compiuto solo le lunghe colonne di vittime avviate alle camere a gas.
Per contro a Kaunas, dove le vittime del 28-29 ottobre furono circa un terzo rispetto a quelle di Rumbula e dove il ghetto riuscì in qualche modo a sopravvivere per altri trentadue mesi circa, si combinarono potentemente, ma ancora in sintesi, tutte quelle dinamiche genocide che variamente, ma quasi mai contemporaneamente, si erano manifestate nel corso degli eccidi precedenti:
 
1) A Kaunas vi fu una selezione premeditata, pianificata ed applicata, in primo luogo dei più deboli e vulnerabili, dei bambini e dei giovanissimi (circa il 45% del totale), oltre che delle donne, dei malati, degli anziani e di tutti coloro che non disponevano di un permesso di lavoro: vale a dire di tutte quelle categorie ritenute superflue in quanto improduttive, divenute quindi bersaglio privilegiato di una razionale strategia annientatrice. In altri termini, se genocidio doveva essere, non c'era nulla di più cinicamente logico che cominciare con lo sbarazzarsi per primi dei pesi più inutili, preservando per fini meramente utilitaristici solo coloro che erano immediatamente in grado di fornire un contributo di lavoro. Ricordiamo, in tal senso, ciò che Rauca disse ad Elkes durante la selezione: «Vedrai, poi mi ringrazierai per averti liberato da tutto questo peso».
 
2) A Kaunas la selezione non avvenne su base nominativa, stralciando eventualmente qualche elenco di oppositori ritenuti pericolosi, bensì attraverso una procedura arbitraria di massa, basata solo sull'occhio del padrone, la stessa che sarebbe stata poi utilizzata infinite volte sulla banchina di Auschwitz: vale a dire, i più validi da sfruttare fino allo sfinimento da una parte ed i superflui da eliminare senza esitazione dall'altra. In tal senso, a Kaunas furono precorsi i tempi ed adottati metodi selettivi degni di un vero e proprio campo di steminio.
 
3) A Kaunas la logica ed i metodi da campo di sterminio furono applicati anche durante le procedure di uccisione, con ondate senza fine di ebrei nudi che oltrepassavano i cancelli del forte per essere falciati dalle mitragliatrici nelle fosse comuni: un sistema che non aveva nulla di diverso a parte la causa della morte – proiettili anziché gas – da quello applicato per esempio a Sòbibor e Treblinka, dove altre colonne senza fine di ebrei egualmente nudi avrebbero varcato l’ingresso dei tunnel che portavano alle camere a gas. A questo punto, se il Forte nr. IX non può essere tecnicamente definito un campo di sterminio, nella pratica funzionava come tale. Per estensione, lo stesso Grosse Ghetto di Kaunas può essere associato in senso funzionale, al Campo nr. 1 di Sòbibor, in cui sopravvivevano e lavoravano tutti quegli ebrei non destinati alla gassazione immediata. In altre parole, il sistema organizzativo e strutturale dei campi di sterminio dell’Aktion Reinhardt era stato in qualche modo anticipato dal complesso di detenzione e massacro rappresentato dai ghetti e dai forti di Kaunas (72).
 
4) A Kaunas, così come a Rumbula, nei campi dell’Aktion Reinhardt ed in molti brutali massacri in Bielorussia ed Ucraina, vi fu una consistente collaborazione di ausiliari locali, attivamente utilizzati come manovalanza nei plotoni di esecuzione, durante le scorte e nei rastrellamenti. E se inizialmente alcuni di essi potevano forse essere stati spinti ad agire contro gli ebrei da qualche sentimento di rivalsa legato a motivazioni politico/ideologiche endogene, risalenti cioè al periodo dell’occupazione sovietica, ebbene, tutto questo finì per confondersi e livellarsi nel momento in cui tutti costoro si ritrovarono ad essere utilizzati, dai loro controllori tedeschi, come meri esecutori materiali eterodiretti, senza alcuna voce in capitolo (73). Per esteso, la stessa speranzosa amministrazione nazionalistica lituana, che seppure mirando ad obiettivi propri (ancorchè velleitari) contribuì in maniera determinante alla distruzione dell’ebraismo in Lituania, non solo non si oppose alla soluzione genocida imposta da Berlino, ma finì per assimilarla totalmente (74), riducendosi ad uno stato di desolante vassallaggio morale, prima ancora che politico.
 
5) A Kaunas vi fu, quella che potremmo definire una comunità di intenti. Non fu infatti solo la Sicherheitspolizei, attraverso l’ufficio affari ebraici IV B 4 del KdS “Litauen” – istituzionalmente preposto allo scopo – ad essere coinvolta nella decimazione del ghetto, bensì anche l’Ordnungspolizei, l’amministrazione civile tedesca facente capo all'SA-Brigadeführer Hans Cramer, quella lituana del borgomastro Palčiauskas, nonché gli onnipresenti ausiliari militarizzati di Šimkus. Fu quindi applicata una strategia sinergica volta ad ottimizzare le risorse, in cui ogni istituzione – pur perseguendo i propri obiettivi immediati – forniva un interessato contributo. Si intravede quindi quel decentramento genocida che da Berlino, nucleo del sistema, si riproduceva a cascata sulla periferia, suddividendosi in mille rivoli semiautonomi ma funzionali al medesimo disegno generale (75).
 
6) A Kaunas non vi fu alcuna necessità operativa legata alla sicurezza, né pretesto di rappresaglia collegato all’esecuzione di un simile massacro, neppure quella grottesca giustificazione che era stata avanzata in occasione della cosiddetta Aktion-Kozlowski del 26 settembre (76). Vi fu solo la volontà di procedere con la progressiva distruzione del ghetto – diradamento, fu il termine usato – basata su propositi meramente genocidi. Ed anche la dichiarazione rilasciata da Schmitz al procuratore di Francoforte, circa i principi di utilità e buona salute che furono alla base della selezione, testimonia in questo senso: quella generazione di ebrei, sulla quale i nazisti avevano messo le mani, doveva essere l’ultima; nessuna nascita sarebbe più stata tollerata nel ghetto (77), tutte le relazioni familiari, i legami di comunità, la perpetuazione delle tradizioni ai bambini ed ai giovani, l’assimilazione della memoria dagli anziani, la solidarietà tra le generazioni, tutto questo doveva essere inesorabilmente tagliato. Il fiume andava progressivamente inaridito fino ad estinguersi del tutto nel momento in cui, anche l’ultimo ebreo considerato utile, avesse cessato di essere tale.
 
Secondo le stime riconosciute, quasi il 95% dell’ebraismo lituano, ovvero 200.000 persone circa, non sopravvisse alla Soluzione finale (78): una percentuale che risulta essere la più alta dell’intera Europa occupata. Nella sola Kaunas, dei circa 40.000 ebrei presenti in città nel giugno 1941 ed esclusi i pochi che erano riusciti a fuggire prima dell’arrivo della Wehrmacht, solo 2.000 furono i superstiti che si ritrovarono nel luglio 1944, dopo il ritorno dell’Armata Rossa (79).
I numeri di questa catastrofe lasciano poco spazio ad interpretazioni e sofismi.
 
Si può disquisire sulle dinamiche, sui ruoli e sui metodi con cui avvenne tutto questo, ma non certo sul fatto che vi sia stata una precisa volontà politica volta ad annientare l’ebraismo lituano per ragioni meramente ideologiche e razziali: una volontà che fu perseguita dal primo all’ultimo giorno dell’occupazione, anche durante la lunga pausa tattica del periodo dicembre 1941-marzo 1943, nel corso della quale fu la selezione biologica prodotta dalle insostenibili condizioni dei ghetti a sostituire le esecuzioni di massa (80).
 
Si può discutere sul contesto in cui questa catastrofe fu perpetrata e sulle relazioni che potevano intercorrere o meno fra le varie componenti della società lituana e sulle influenze che le condizionarono dall’esterno, ma ciò non toglie che per oltre tre anni, dal giugno 1941 al luglio 1944, una parte sostanzialmente inerme della popolazione, ridotta in condizioni fisiche e logistiche tali da non poter reagire in alcun modo, fu scientificamente, costantemente ed inesorabilmente perseguitata ed annientata, sfruttando rapporti di forza che non potevano essere più squilibrati.
 
Si può discettere sulle sofferenze patite dalla popolazione lituana durante il periodo dell'occupazione sovietica antecedente Barbarossa e certamente riconoscerle, nonché sui sentimenti di rivalsa che propruppero nel momento in cui tale dominio venne meno, ma allo stesso tempo non è in alcun modo accettabile la cosiddetta teoria dei due genocidi, né tantomeno quella brutale generalizzazione che in una sorta di colpevolizzazione collettiva volle espandere all’intero ebraismo lituano, tendenzialmente askenazita e praticante, le colpe di taluni segmenti pro-sovietici della stessa comunità ebraica di Lituania o addirittura quelle importate attraverso le malefatte di quegli ebrei sovietici membri dell’NKVD o di altre organizzazioni repressive, basicamente atei ed internazionalisti, inviati in Lituania nel 1940 come parte delle forze di occupazione. Un teorema, questo, giustificazionista a senso unico ed autoassolutorio, che affonda le sue radici nella propaganda nazista e che è stato giustamente bollato come trogloditico da esponenti stessi della cultura lituana contemporanea (81).
 
Si può parlare di tutto questo. Ma tutto questo non toglie che l’ebraismo lituano, che per secoli aveva rappresentato un crocevia culturale ed economico a cavallo dei mondi baltico, germanico e slavo sia stato irrimediabilmente cancellato nello spazio di trentasette mesi, per mano di una rozza ma lucida volontà annientatrice.
 
Vogliamo concludere con questo passaggio tratto dal volume The Vanished World of the Lithuanian Jews (82):
 
"La rimarchevole comunità ebraica lituana, che una volta occupava un posto preminente nel mondo ebraico e costituiva una parte unica dell’ebraismo mondiale, non esiste più. Tutto ciò che resta è la memoria".
 
Quella che è scolpita nelle rocce della Valle delle Comunità allo Yad Vashem.
 
NOTE 
1 Questo articolo è in parte basato sul volume di Avraham Tory “Surviving the Holocaust. The Kovno Ghetto Diary”, il quale a sua volta è la rielaborazione editoriale, implementata da note storiche ed aggiornamenti, del diario scritto all’epoca dei fatti dallo stesso Tory, Ebreo lituano e segretario dello Judenrat del ghetto di Kaunas dal 1941 al 1944.
In tal senso, nei prossimi paragrafi verranno riproposti diversi stralci selezionati direttamente da quest’opera, che non è solo un diario personale, bensì una vera e propria cronaca storica minuziosamente documentata, tanto da essere accolta come prova primaria nel corso di tre diversi procedimenti legali, per crimini di guerra o per revoca della cittadinanza, intentati dalle procure di Wiesbaden (Germania), Tampa (Florida, USA) e Toronto (Canada), contro soggetti dell’amministrazione politica e militare nazista di Kaunas, indicati come corresponsabili del genocidio ebraico in Lituania negli anni tra il 1941 ed il 1944.
Pertanto, essendo convinti che nulla possa essere migliore dell’originale, invitiamo alla lettura del volume di Tory di cui questo articolo – soprattutto per la descrizione degli eventi del 28 Ottobre 1941 – è largamente debitore.
2 Tory, p. 55.
3 Tory, p. 49.
4 Dieckmann, p. 443.
5 Ibid., p. 442.
6 Dieckmann/Sužiedėlis, p. 54. Secondo l’EM 19 dell’11 luglio 1941, fino a quella data 7.800 ebrei erano stati liquidati attraverso le fucilazioni perpetrate da parte di kommandos lituani. In questo totale erano compresi anche i circa 1.000 ebrei assassinati a Kaunas durante i pogrom dei primi giorni. Queste fucilazioni, oltre che dai lituani del TDA-Batalionas, furono perpetrate dal personale del SK 1b e da un distaccamento di poliziotti del Polizei-Bataillon 9, aggregato all’EK 3. Si veda Dieckmann, pp. 442, 463, Dieckmann/Sužiedėlis, pp. 55-57.
7 Furono circa 2.000 gli ebrei superstiti che salutarono il ritorno dell'esercito sovietico a Kaunas nel luglio 1944. Dieckmann, p. 439.
8 Dieckmann/Sužiedėlis, p. 30 e segg., in particolare pp. 32, 36-37. Gli appartamenti degli ebrei uccisi o arrestati furono sistematicamente razziati dai pogromisti, sovente indirizzati a colpo scuro dalle informazioni ricevute dai padroni di casa lituani, circa i loro inquilini ebrei.
9 Dieckmann Pogrom, pp. 359-360, Dieckmann/Sužiedėlis, p. 42, Sull'istigazione dei pogrom da parte di Stahlecker, si veda il rapporto di Stahlecker Gesamtbericht Einsatzgruppe A, bis zum 15 Oktober 1941, in IMT Blue Series, vol. XXXVII, p. 672 – Doc. 180 L. Su Bronius Norkus si veda il Cap. 8, nota nr. 569. Relativamente a Klimaitis, le informazioni si di lui sono scarse: da quanto se ne sa, si trattava di un giornalista, fanatico antisemita, messosi alla testa di un gruppo di sodali che agivano del tutto indipendentemente dalla stessa volontà del LAF (Lietuvos aktyvistų frontas), ovvero il governo provvisorio lituano del Primo ministro Ambrazevičius. Secondo Michael MacQueen, Algirdas Jonas Klimaitis riuscì a rifugiarsi in Germania, dove fu rintracciato sotto falso nome alla fine degli anni Settanta. Sottoposto ad indagini preliminari da parte del procuratore di Amburgo, morì prima che potesse essere sottoposto a processo. Nel 1992, suo figlio Algirdas fu accusato ed arrestato dalle autorità lituane in quanto sospetto agente del KGB. MacQueen, pp. 97, 102.
10 Dieckmann/Sužiedėlis, pp. 52-53. Questo campo di concentramento provvisorio per ebrei era stato istituito all'interno del Forte nr. VII il 30 giugno 1941, per ovviare agli spazi ristretti del carcere di Kaunas e fu posto sotto la responsabilità amministrativa di Jurgis Bobelis, comandante militare lituano di Kaunas.
11 Stang, pp. 143-144, Rapporto Jäger in Bartusevičius/Tauber/Wette, pp. 303-304, Dieckmann/Sužiedėlis, p. 57. I comandanti delle compagnie del TDA-Batalionas, nel periodo preso in esame erano i seguenti: 1/TDA: Hptm. Bronius Kirkila fino al 12 luglio (suicida) e quindi Hptm. Povilas Pukys; 3/TDA: Oltn. Juozas Barzda; 4/TDA: Hptm. Viktoras Klimavičius; 5/TDA: Hptm. Juozas Truškauskas.
12 Dieckmann/Sužiedėlis, p. 57.
13 Ibid, p. 59. KTB del Wirtschaftskommando “Kauen”.
14 Tory, pp. 16-18.
15 Ibid., pp. 60-61.
16 Curilla, p. 154, Tory, p. 39, Dieckmann, p. 443.
17 Curilla, p. 173, StAw Frankfurt am Main, 50/4 Js 284/71 del 26.8.1983 contro Rauca.
18 Tory, pp. 43-44.
19 Secondo la ricostruzione del procuratore di Francoforte, Rauca assicurò i membri dello Judenrat circa la sua intenzione di conoscere la popolazione del ghetto e di raccogliere informazioni circa le loro possibilità di lavoro. StAw esaminare la forza lavoro. Curilla, p. 173, StAw Frankfurt am Main, 50/4 Js 284/71 del 26.8.1983 contro Rauca.
20 Faitelson, pp. 137, 139. Furono beneficiati di questi permessi in particolare gli ebrei della cosiddetta Brigata “Lipzer”, impegnata in lavori di ripristino nei fabbricati della Gestapo di Kaunas.
21 Abraham Duber Kahana-Shapiro, 1871-27 febbraio 1943. Rabbino capo di Kaunas ed autorevole esponente del rabbinato lituano accettò la tragica responsabilità, su preghiera dello Judenrat, di dire l'ultima parola sul destino del ghetto, di fronte all'ordine irrevocabile di Rauca. Da lungo tempo malato, sopravvisse alla decimazione del ghetto e morì nel suo letto il 27 febbraio 1943. Tory, pp. 245-246.
22 Sulla reazione all'eccidio degli ebrei di Lachwa si veda il Cap. 14.
23 Bubnys, Vokiečių okupuota Lietuva, p. 78.
24 Stang, pp. 60, 98. Prima di Barbarossa, Martin Kurmis aveva seguito in Italia un corso di polizia coloniale presso la scuola della PAI di Tivoli, tra il novembre 1940 ed il marzo 1941, apprendendo tra l'altro le metodologie più efficaci per rapportarsi con le popolazioni tribali indigene. Fu probabilmente grazie a tale addestramento che nel 1944 venne incluso in una missione di intelligence/sabotaggio nell'Iran meridionale, volta ad organizzare scioperi tra gli operai addetti allo scarico dei mercantili con i rifornimenti americani lend-lease diretti in Unione Sovietica ed a convincere i capotribù locali ad atti di sabotaggio e di guerriglia contro i convogli e la linea di collegamento verso il Caspio.
25 Bubnys Holocaust, p. 19. Tra il luglio e l’ottobre 1941 il Rollkommando Hamann aveva seminato la distruzione tra le comunità ebraiche di Lituania, assassinando circa 53.000 civili. Si veda il Rapporto Jäger in Bartusevičius/Tauber/Wette, pp. 303-308, Stang, pp. 158-160. In buona parte formato da ausiliari lituani, annoverava tra i suoi quadri anche un piccolo nucleo di sottufficiali tedeschi: oltre ad Hamann, Rauca e Stütz, sono menzionati gli SS-Hauptscharführer Porst, Salzmann, Mack e Planert. Si veda Curilla, p. 309. Il Rollkommando Hamann fu disciolto all’inizio di ottobre 1941, poco dopo aver perpetrato il suo ultimo eccidio a Žagarė, a sud di Vilnius (2 ottobre).
26 Stang, p. 98.
27 Si pensi solo alla grottesca ordinanza del 10 agosto 1941, che proibiva agli ebrei di camminare per le strade tenendo le mani nelle tasche (sic!). Benz/Kwiet/Matthäus, p. 185.
28 Jordan, che aveva anche il grado di SA-Obersturmführer era il direttore dell’Hauptabteilung II Politik ed era direttamente subordinato, in qualità di referente per il ghetto, all’SA-Brigadeführer Hans Cramer, capo dell’amministrazione civile tedesca di Kaunas (Stadtkommissar). Jordan cadde al fronte il 2 agosto 1942, dove era stato trasferito a seguito di un diverbio con un suo superiore. Si veda Dieckmann, pp. 443, 463, Neumann, p. 147, Tory, p. 38.
29 Nato a Žagarė nel 1907, Kazys Palčiauskas rimase sindaco di Kaunas dal 25 giugno 1941 al maggio 1942 e fu quindi nominato dai tedeschi direttore di una cooperativa alimentare. Fuggito in Germania nel 1944, al momento del ritorno dell'Armata Rossa in Lituania, fu assunto nel dopoguerra come impiegato presso una società tedesca dipendente dall'US-Army. Ottenuto nel 1949 il certificato di Displaced Person dall'International Refugee Organization (IRO), fu riconosciuto idoneo all'emigrazione negli Stati Uniti su parere favorevole della Displaced Person Commission e degli investigatori del CIC e potè quindi richiedere il visto d'ingresso negli USA al subconsolato americano di Amberg (Monaco). Ottenutolo dopo il colloquio con il vice-console, Palčiauskas raggiunse gli Stati Uniti il 19 aprile 1949 ed il 18 luglio successivo fece domanda di cittadinanza, che ottenne infine nel 1954. Residente a St. Petersburg, in Florida, fu rintracciato dall'OSI ed accusato, il 15 giugno 1981, di collaborazione con i nazisti ed in particolare «di corresponsabilità nella persecuzione di civili, nell'internamento di oltre 20.000 ebrei nel ghetto, nella confisca di proprietà ebraiche e nell'emissione di ordini di deportazione». Sottoposto a processo di denaturalizzazione il 6 dicembre 1982, davanti alla Corte Distrettuale di Tampa, il 23 marzo 1983 fu privato in primo grado della cittadinanza americana, verdetto poi confermato anche dal successivo appello davanti alla Eleventh Circuit Court of Appeal, il 18 giugno 1984. In seguito a ciò, venne aperto su richiesta dell'OSI il procedimento di espulsione davanti al Tribunale dell'immigrazione, con prima udienza fissata per il 18 febbraio 1985 e successiva sentenza che giudicava Palčiauskas come espellibile dal territorio degli Stati Uniti: giudizio confermato in seguito dal Board of Immigration Appeal ed in linea con il parere dell'US Immigration and Naturalization Service. Questa sentenza di espulsione fu appellata da Palčiauskas davanti alla Eleventh Circuit Court of Appeal il 26 agosto 1991, pochi mesi prima della morte dello stesso Palčiauskas, avvenuta per infarto a St. Petersburg il 7 gennaio 1992. Allen, pp. 9-10, Sentenza Palčiauskas, The New York Times, 16 giugno 1981 e 7 dicembre 1982, Orlando Sentinel, 10 gennaio 1992, Ryan, pp. 358-359.
30 Tory, pp. 23, 25, 39-40, Curilla, pp. 155-156, Ganor, p. 102. L'azione del 6 ottobre 1941, si concluse con la fucilazione al Forte nr. IV di 534 cosiddetti intellettuali, ai quali era stato ordinato da Kaminskas, di presentarsi per un semplice lavoro di archivio. L'azione del 6 ottobre fu invece rivolta contro il piccolo ghetto, dal quale furono prelevate almeno 1.600 persone, poi fucilate al Forte nr. IV.
31 Si veda l'articolo di Klaus-Michael Mallmann: Vom Fussvolk der “Endlösung”. Ordnungspolizei, Ostkrieg und Judenmord. Tel Aviv, 1997.
32 Curilla, pp. 151 e 174.
33 Si veda il § 8.2.
34 Si veda il § 8.2.
35 Mann, p. 266.
36 Curilla, p. 150. LG Kassel, 3a Ks 1/61 del 9 gennaio 1963.
37 Nel corso di uno scambio di messaggi tra Himmler, Prutzmann ed il Reichkommissar Lohse, datati 24 agosto, ossia pochi giorni dopo l’istituzione del ghetto (15 agosto), fu autorizzato l’utilizzo di guardie lituane a supporto della 3/Polizei-Bataillon 11, già da qualche giorno impegnata nella sorveglianza del ghetto stesso. Breitman, pp. 78, 271.
38 I primi 5.000 permessi di lavoro furono consegnati il 15 settembre al Consiglio ebraico e da questo distribuiti sulla base delle liste compilate dagli uffici di Fritz Jordan, «in ragione di non più di un certificato a famiglia, ovvero coppia sposata». Il dramma era che, essendo nominativi e non cedibili a chichessia, i certificati proteggevano solo il diretto titolare del permesso di lavoro, mentre attorno a lui tutti i suoi familiari più stretti – figli, coniuge, genitori – nonchè parenti di altro grado, potevano essere soggetti a caccia libera durante le selezioni. Tory, p. 36-37.
39 Tra Engel, nominato KdO “Litauen” verso metà settembre 1939 e Lechthaler, comandante del Polizei-Bataillon 11, vi era stato contrasto in merito alla gestione delle unità ausiliarie lituane fino a quel momento controllate da Lechthaler e che adesso Engel avocava a sé, in forza del suo ruolo. Il contrasto venne risolto dal BdO Jedicke, dapprima con un compromesso e quindi con il trasferimento di Lechthaler in Bielorussia (6 ottobre), assieme a due compagnie del suo battaglione (2/11 e 4/11). Relativamente alla 1/11, essa rimase invece in Lituania, a Marijampole, mentre la 3/11 di Tornbaum fu posta, come già detto, a disposizione della Sicherheitspolizei. Stang, p. 187.
40 Per quanto riguarda l'ultima delle quattro compagnie del Polizei-Bataillon 11, vale a dire la 1/11 (Hptm Vanselow), nell'estate/autunno 1941 rimase dislocata a Marijampole e si riunì al resto del reparto a Vitebsk, in Russia, nel tardo dicembre 1941.
41 Tory, p. 403.
42 Inciuriene, p. 203-204.
43 Bubnys Hilfspolizeibataillone, p. 119.
44 Ibid., p. 119, Dieckmann/Sužiedėlis, pp. 31-32, 50-51.
45 Bubnys Hilfspolizeibataillone, p. 119-120. Sulla partecipazione della 4/TDA agli eccidi del Rollkommando “Hamann” si veda il § 8.2, Band of slayers.
46 Bubnys Hilfspolizeibataillone, p. 120, Bubnys Holocaust, p. 11.
47 Bubnys Holocaust, pp. 16-17. La 1/PPT 3 era agli ordini dell'Hptm Andrius Juškevičius, mentre la 2/PPT 3 del Ltn. Justinas Pakalniškis.
48 Bubnys Hilfspolizeibataillone, pp. 122-123, Bubnys Holocaust, p. 17.
49 Antanas Gudelis, nato nel 1911, in forza al terzo reggimento dragoni lituano alla vigilia dell'invasione sovietica. Arruolatosi nel TDA-Batalionas il 17 luglio 1941 ed assegnato alla settima compagnia, come vice di Švilpa; nominato comandante della 3/PPT il 1° settembre 1941. Emigrato in Australia nel 1949, cittadino australiano dal 1958 residente ad Adelaide. Accusato dal Centro Wiesenthal di avere preso parte ad eccidi nella località lituana di Kupiskis tra luglio e agosto 1941, così come nei forti di Kaunas ed in altre località all'inizio di settembre (Leipalingis, Seirijai e Simnas), fu sottoposto ad indagine da parte del SIU australiano tra il 1989 ed il 1991, ma venne scagionato per mancanza di prove concrete. Inserito nel luglio 1999 in un dossier investigativo da parte del procuratore generale lituano, che tuttavia venne archiviato a seguito della morte di Gudelis, avvenuta il 12 settembre 1999. Singer/Grossmann, p. 497, intervista di Zuroff alla ABC, 28 febbraio 2000.
50 Nell’autunno 1941 Demokratenplatz era, a dispetto del suo nome, un’ampia area incolta ai margini settentrionali del ghetto. Fu in seguito convertita ad uso agricolo.
51 Curilla, p. 175.
52 Ibid., p. 173. StAw Frankfurt am Main, 50/4 Js 284/71 del 26.8.1983 contro Rauca. Secondo il procuratore di Francoforte, Rauca e gli altri arrivarono nella piazza verso le 7.
53 Tory, pp. 51-55.
54 Dettaglio confermato dal procuratore di Francoforte: StAw Frankfurt am Main, 50/4 Js 284/71 del 26.8.1983 contro Rauca, ovvero StAw Frankfurt am Main 4 Js 1106/59 del 27.3.1966, contro Heinrich Schmitz.
55 Tory adopera il termine partigiani per riferirsi ai gruppi collaborazionisti lituani postisi al servizio dei tedeschi. Deve essere quindi inteso in questo senso anche in questo capitolo, nel quale lo manteniamo in aderenza con l’originale.
56 Elchanan Elkes (1979-1944), presidente dello Judenrat del ghetto di Kaunas. Morì in Germania, nel campo di concentramento di Landsberg il 17 ottobre 1944.
57 Secondo una testimonianza, ad un certo punto verso sera, Rauca lasciò la piazza e venne sostituito dal Ltn. Iltmann, comandante di uno dei plotoni della 3/11, il quale sovrintese alla selezione degli ultimi 5 o 6.000 ebrei. Questo ufficiale si sarebbe dimostrato piuttosto generoso, selezionando solo circa una trentina di anziani, particolarmente malati e fragili. Curilla, p. 174.
58 Secondo il procuratore di Francoforte, i morti per sfinimento rimasti sulla piazza furono tra 10 e 15. StAw Frankfurt am Main, 50/4 Js 284/71 del 26.8.1983 contro Rauca. Secondo Stang, p. 103, e vittime furono 30.
59 Si veda nota nr. 503.
60 Curilla, p. 175, StAw Frankfurt am Main 4 Js 1106/59 del 27.3.1966, contro Heinrich Schmitz.
61 Tory, pp. 54-59.
62 Faitelson, pp. 152-153.
63 Ganor, pp. 175-176. La testimonianza di Kopelman è stata pubblicata dal suo amico d’infanzia Solly Ganor (Zalke Genkind), nel suo libro Light one Candle. A Survivor’s Tale from Lithuania to Jerusalem [ed.ted.: Das andere Leben. Kindheit im Holocaust]. Subito dopo la sua pubblicazione, il libro di Ganor sollevò delle controversie relative ad alcuni punti della narrazione, ben presto rientrate anche a seguito dell’intervento in suo favore di Barbara Distel, la ben nota storica e direttrice, per oltre trent’anni, del museo memoriale di Dachau.
64 Faitelson, pp. 154-155.
65 Margolian, pp. 113-114.
66 Dean, p. 282. Kazys Šimkus: nato a Riga (Lettonia) il 9 settembre 1905. Diplomato presso una scuola magistrale, il 7 settembre 1925 completò il corso ufficiali presso una scuola di polizia militare. Trasferito all'aviazione navale ottenne il brevetto di pilota il 14 aprile 1927. Promosso capitano il 23 novembre 1932. Promosso maggiore il 23 novembre 1938 ed assegnato al comando del 4° Squadrone Bombardieri. Congedato il 2 luglio 1940 dopo l'invasione sovietica della Lituania. Arruolatosi nel TDA-Batalionas, ne divenne il comandante il 24 luglio 1941, in sostituzione di Andrius Butkūnas. Comandante del PPT-Batalionas 1 dal 7 agosto 1941 fino al marzo 1942, vale a dire durante il periodo degli eccidi di Kaunas. Fuggito in volo in Germania nell'ottobre 1944 davanti all'avanzata sovietica in Lituania, nel 1949 emigrò in Australia con la famiglia. Secondo una testimonianza, ad un certo punto nel 1949 venne riconosciuto da un giovane ebreo sopravvissuto nel campo rifugiati di Bonegilla, Victoria, da cui immediatamente scomparve. Successivamente avrebbe risieduto dapprima a Geelong (Victoria) e quindi a Melbourne, dove sarebbe morto il 10 giugno 1968. Agli inizi degli anni Novanta il suo nome venne incluso in una lista di 38 lituani, ritenuti membri del TDA-Batalionas, indagati dalla Special Investigations Unit australiana. Secondo il rapporto conclusivo di questa unità investigativa, redatto nel 1993, 18 dei 38 indagati, tra cui lo stesso Šimkus erano nel frattempo deceduti.
67 Juozas Barzda, nato a Kavolių, distretto di Zarasų, comandante di plotone in un reggimento di fanteria lituano alla vigilia dell'invasione sovietica. Leader di un gruppo studentesco clandestino di resistenza, attivo all'università di Kaunas. Membro dello Stab/TDA-Batalionas dal 28 giugno 1941. Comandante della 3/TDA-Batalionas dal 3 luglio 1941 e quindi della 3/PPT-Batalionas 2 dal 25 agosto. Sostituto in tale ruolo dall'Hptm. Juozas Uselis ed assegnato allo Stab/PPT-Batalionas 2, con il quale viene trasferito in Bielorussia all'inizio di ottobre. Richiamato a Kaunas verso la fine del mese e nominato aiutante di Battaglione di Kazys Šimkus presso il PPT-Batalionas 1. Trasferito al Litauische-Schuma-Bataillon 302, come comandante della terza compagnia, nel 1944. Membro della resistenza lituana antisovietica e comandante del gruppo partigiano “Vanagas” dal 19 agosto 1944.
68 Dieckmann, pp. 448, 466.
69 Tory fu chiamato a testimoniare, con il suo diario riconosciuto come prova, nei dibattimenti di Wiesbaden contro Heinrich Schmitz (comandante dell’Abt. IV.Gestapo del KdS “Litauen”), di Tampa contro Kazys Palčiauskas (sindaco di Kaunas) e Toronto contro Helmut Rauca (aiutante di Schmitz).
70 Curilla, p. 177. LG Wiesbaden, 4 Js 1106/59 – VU 3/61 vom 6.12.71.
71 Christopher R. Browning, Der Weg zur Endlösung. Entschedungen und Täter. Bonn, 1998.
72 Sull’organizzazione dei campi dell’Aktion Reinhardt, si veda Yitzhak Arad: Belzec, Sobibor, Treblinka. The Operation Reinhardt Death Camps.
73 Gli stessi pogromisti lituani, che agirono nei primi giorni di Barbarossa, che in parte furono assorbiti nelle unità ausiliarie militarizzate (tra cui quella di Šimkus) e che secondo una teoria dovrebbero dimostrare un’attitudine antisemita della popolazione lituana del tutto indipendente dalle politiche antiebraiche applicate da Berlino ed esplosa in parallelo con il ritiro dei sovietici dal paese, diventano sostanzialmente irrilevanti nell’economia generale del genocidio ebraico: non più di un migliaio infatti, furono le vittime dei pogrom (più organizzati che spontanei), avvenuti a Kaunas nel tardo giugno 1941, così come sottolineato da Dieckmann/Sužiedėlis, p. 43. In buona sostanza, le teorie circa una cosiddetta vendetta politica dei nativi nei confronti degli oppressori giudeo-bolscevichi appaiono del tutto speciose, in quanto possono essere applicate unicamente a singoli episodi, in un arco temporale estremamente limitato e comunque immerso in un contesto politico, operativo e situazionale in cui la presenza sul terreno – o quantomeno un’influenza esterna – dei reparti della Sicherheitspolizei non può essere sottovalutata.
74 Bubnys Outline, p. 215.
75 Per approfondimenti sul tema del decentramento genocida si veda il § 8.6, Obiettivo Genocidio.
76 La cosiddetta Aktion-Kozlowski del 26 settembre 1941, che provocò la morte di 1.608 ebrei, sarebbe stata perpetrata quale rappresaglia per un colpo d’arma da fuoco esploso dal lato del ghetto, in direzione di tal Willi Kozlowski, poliziotto della 3/11 in servizio di guardia al perimetro esterno. Un simile ratio di rappresaglia – 1.600 vittime per un colpo che non raggiunse il bersaglio – va ben oltre qualsiasi concepibile proporzionalità, infinitamente superiore alla Sühnequote di 100 ostaggi per ogni tedesco ucciso, applicata in Serbia e già considerata ai limiti. Da qui l’evidente irrealità di una simile giustificazione.
77 Si veda l'ordine di Rauca allo Judenrat, del 24 luglio 1942: «Le gravidanze e le nascite nel ghetto sono proibite. Ogni gravidanza deve essere interrotta. Ogni donna incinta verrà fucilata». Benz/Kwiet/Matthäus, p. 205.
78 Bubnys Outline, p. 214.
79 Dieckmann, p. 439.
80 Solo per dare un'idea delle condizioni in cui erano costretti gli abitanti del ghetto, riportiamo le principali voci alimentari cui ciascuno di essi aveva diritto settimanalmente, come da ordine dello Stadtkommissar Cramer, del 26 agosto 1942: 700 gr di pane, 125 gr di carne, 112,5 gr di farina, 70 gr di surrogati, 50 gr di sale. A quegli ebrei, impiegati come lavoratori per i tedeschi, le razioni di pane e di carne venivano invece generosamente raddoppiate ed integrate dall'aggiunta di 20 gr di grassi. Benz/Kwiet/Matthäus, p. 207. Ordine di Cramer al Consiglio ebraico di Kaunas del 25 agosto 1942.
81 Tomas Venclova, citato da Leonidas Donskis, nella prefazione di The Vanished World of the Lituanian Jews, p. X.
82 Alvydas Nikžentaitis/Stefan Schreiner/Darius Staliūnas: The Vanished World of the Lituanian Jews, p. 1.
 
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scribd2
 
 

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0 #1 profile 2018-10-31 11:16
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