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"Herren des Tatort"
IL POLIZEI-BATAILLON 322 E L'ECCIDIO DI MINSK
1° SETTEMBRE 1941
 
 

 
 
Frazeichen auf Fragzeichen gab es,
ohne das Berg von Schuld kleiner wurde.
Was uebriglieb,
muesse ganze Serien schlechte Gewissen,
nicht nur schlechter Gedaechtnisse sein.
 
Da un articolo del Rheinische Merkur, 1963 (*)

 
1. DIVIDE ET CAEDE
Daumanstrasse, Schirokaja-Strasse, Masyukovshchina, Drosdy, Puschkin-Kaserne, Maly Trostenez…
A partire dal luglio 1941 tutti questi luoghi – strade, villaggi e località, compresi nell’area urbana di Minsk o nelle sue immediate vicinanze – cominciarono a comparire sempre più frequentemente nei rapporti inviati da quei reparti che erano stati incaricati di presidiarli o amministrarli: unità regolari della Wehrmacht inizialmente, ed in seguito Wacht o Landesschutzen-Bataillone, oppure nuclei della Sicherheitspolizei (1); e questo in quanto si trattava di lager temporanei, di campi di lavoro o di prigionia, di luoghi di detenzione e centri di sterminio, che formavano un complesso concentrazionario senza eguali, in cui decine di migliaia di civili, prigionieri di guerra, comunisti ed ex funzionari dell’amministrazione sovietica, erano stati rinchiusi fin dai giorni successivi all’ingresso delle truppe tedesche a Minsk, avvenuto il 28 giugno 1941 (2).
 
aerial view of minsk  1941
  Vista aerea di Minsk, 1941
A tutto questo si aggiunse il ghetto ebraico, che ovviamente ed a pieno titolo, entrò ben presto a far parte di tale universo repressivo e distruttivo.
Secondo una stima accreditata, furono circa 10.000 gli ebrei di Minsk che riuscirono a fuggire dal ghetto, raggiungendo la foresta ed unendosi ai gruppi partigiani (3): il che significa – in rapporto ai circa 820 giorni di esistenza del ghetto (dal 20 luglio 1941 al 21 ottobre 1943), una media giornaliera di circa una dozzina di evasioni, attuate grazie ad una diffusa rete di complicità instauratasi tra gli ebrei e i bielorussi, tra l'interno el'esterno, e che superava – sulla base di una identità percepita come comune dalla parte maggioritaria di entrambe le comunità – quella contrapposizione improduttiva e molto spesso fatale, tra gli ebrei e le popolazioni locali, costruita su basi etniche e politiche, che era invece piuttosto diffusa in molte altre aree dell'Europa orientale occupata. Sotto questo punto di vista il contesto situazionale nel quale il ghetto di Minsk si trovava immerso rappresenta sostanzialmente un'eccezione, prodotta da un accumulo di fattori concausali essenzialmente legati alle dinamiche ideologiche e sociali avviate dal regime sovietico, particolarmente presenti in quella parte della Bielorussia, con Minsk capitale, che dell'URSS era storicamente parte.
A differenza di altri territori sovietici, sia di recente annessione come il Baltico, la Bielorussia occidentale ex-polacca e la Galizia, oppure caratterizzati dalla presenza di nuclei culturali identitari ancora persistenti a dispetto della feroce politica di denazionalizzazione attuata dal regime staliniano soprattutto in Ucraina, la Bielorussia non disponeva di una propria visione etnocentrica consolidata, né degli strumenti storici, etnici e linguistici in grado di fomentarla sul breve periodo, ma continuava a percepirsi, almeno a livello generale, come una propaggine moscovita, in cui l'ideologia nazionalistica d'inizio secolo – così virulenta in altre aree – non aveva trovato che tiepidi riscontri da parte di partiti politici di scarsa importanza e seguito (4).
 In un tale contesto fu quindi relativamente facile da parte della popolazione, soprattutto quella urbanizzata ed appartenente alle generazioni più giovani, l'accettazione dell'ideologia internazionalista sovietica, con la sua visione solidaristica e di superamento delle classi e delle etnie: una visione che aveva portato ad una buona integrazione sociale tra gli ebrei ed il resto della popolazione, con conseguente marginalizzazione dell'antisemitismo e dell'animosità inter-etnica in generale.
Questa realtà, assai specifica rispetto al complesso mosaico etnico, sociale e politico dell'Europa orientale occupata, favorì l'insorgere durante la guerra di legami solidaristici – altrove difficilmente concepibili – tra i bielorussi-ebrei rinchiusi nel ghetto ed i bielorussi-bielorussi residenti al di fuori, nonché produsse un ragionevole grado di accettazione dei fuggiaschi evasi dal ghetto di Minsk, da parte delle unità partigiane operanti nelle vicine foreste: accettazione che incentivava le evasioni degli ebrei dando loro una prospettiva (precaria ma pur sempre preferibile al destino del ghetto), a differenza di altre realtà come la Lituania o l'Ucraina, dove la popolazione locale malvedeva tendenzialmente i fuggiaschi, al punto da denunciarli agli inseguitori in cambio di un premio.

Evidentemente, una situazione così osmotica in termini di relazioni inter-etniche, mise in seria difficoltà la concezione nazista, rozzamente manicheistica, di contrapposizione tra i gruppi, basata sulla elevazione di taluni a discapito di altri attraverso l'applicazione di astratti teroemi razziali e per ragioni essenzialmente strumentali legate alle dinamiche dell'occupazione. Se questo stratagemma poteva avere e certamente ebbe, una certa efficacia in realtà storicamente e culturalmente strutturate, quali il Baltico e l'Ucraina ed in parte perfino la Polonia (nei confini del 1939), ben più limitato fu il successo che tale politica ottenne in Bielorussia, dove apparvero fin da subito evidenti le difficoltà, da parte dei tedeschi, nel tracciare una linea certa tra gli amici auspicati (i bielorussi etnici) ed i nemici percepiti (gli ebrei e i russi), utilizzando semplicemente gli schematismi razziali ritenuti validi a Berlino, ma dimostratisi deficitari in quella particolare realtà.
Le dinamiche politiche, sovrapposte in parte alle relazioni razziali aggiunsero poi un ulteriore fattore di fluidità ad una situazione priva di punti di riferimento stabili e definiti: la mancanza di una solida base nazionalistica, la scarsa presa sulla popolazione urbanizzata delle logiche incentrate sull'antisovietismo e sull'anticomunismo, le difficoltà nel fomentare posizioni antisemite, ostacolarono nella Bielorussia centro-orientale il consolidamento della dominazione nazista, che non fu quindi recepita come una liberazione dal giogo sovietico – come invece era avvenuto nel Baltico, in Galizia, in Ucraina ed anche in diverse aree della Bielorussia occidentale ex polacca – bensì come un'oppressione tout-court, in cui ad un dominus se ne sostituiva un altro, tuttavia molto più estraneo ed illeggittimo del precedente (5).
Certamente non mancò, in Bielorussia come altrove, un vasto bacino di collaborazione dal quale attingere i reclutamenti per la polizia ausiliaria, ma allo stesso tempo fu largamente diffusa la reazione partigiana filosovietica, assai marginale invece – se non sconosciuta – in Galizia, nel Baltico ed in Ucraina occidentale. Per di più, se già risultava assai difficile per i nuovi dominatori fomentare pogrom antisemiti anche laddove l'antisemitismo poteva dirsi relativamente diffuso, a maggior ragione fu impossibile in Bielorussia, dove i nazisti finirono per essere percepiti come «barbari ed impiccatori», mentre gli ebrei – a dispetto di quanto auspicato a Berlino – continuarono ad essere considerati dalla popolazione locale «come degli esserei umani, tanto quanto i bielorussi stessi» (6).
Fin dall'inizio quindi, i tedeschi si trovarono a dover fare i conti a Minsk e nelle principali città della Bielorussia centro-orientale, con un'atmosfera di sospettosa attesa, di scarsa empatia e di riluttante ed ambigua cooperazione da parte della popolazione locale; un atteggiamento questo, che unito alla sostanziale assenza di fiammate antisemite – quali quelle avvenute a Kaunas, a Leopoli, a Boryslaw ed in alcune altre località (7) – contribuì probabilmente ad alimentare l'ossessione securitaria da parte delle forze di occupazione, più che mai propense a confondere la guardinga prudenza della popolazione con l'aperta opposizione della quale, implicitamente nell'ottica nazista, gli ebrei facevano parte: un'opposizione armata che tuttavia, nell'estate 1941 era ancora di là da venire, del tutto disorganizzata e dotata di scarsi mezzi, nonché circoscritta, almeno in un primo tempo, ai soli settori politicizzati e filosovietici. La risposta a tale opposizione in nuce, da parte delle forze di occupazione – fossero esse inquadrate nella Wehrmacht oppure nelle strutture di SS e polizia – fu il terrore per il terrore, l'atteggiamento rozzo ed incolto del dominatore arrogante sul dominato ridotto ad ilota, l'approccio essenzialmente predatorio e coloniale dei reparti nei confronti della popolazione indigena, l'intolleranza violenta a qualsivoglia forma di dissenso, non solo di natura ideologica, ma anche quello originato da problematiche oggettive. La preoccupazione non fu di conquistare cuori e menti, ma piuttosto di azzerarli, ottenendo il risultato opposto di moltiplicare le ragioni dell'opposizione, in un circolo vizioso repressione/reazione virtualmente senza fine. Nelle città si procedette ad arresti di massa di maschi in età militare. A Minsk, verso l’inizio di luglio, l’intera popolazione maschile tra i 15 ed i 45/50 anni, sia bielorussi che ebrei, fu deportata nel campo di prigionia di Drosdy, circa cinque km a nord della città, per essere sottoposta ad uno screening ideologico durante il quale – relativamente agli ebrei – furono selezionati e quindi fucilati, circa 3.000 cosiddetti intellettuali, professionisti ed elementi di presunta fede comunista, ovvero membri dell’apparato sovietico (8). Dopodichè, mentre gli ebrei superstiti furono trattenuti nel campo, ai bielorussi fu consentito di ritornare alle loro case: una concessione che se da un lato ambiva ad inserire un cuneo tra ebrei e bielorussi, inducendo a questi ultimi il sollievo di un trattamento preferenziale, dall'altro lato confermava alla popolazione la percezione barbarica dei nuovi dominatori, sempre più poveri di ascendente, ma assai generosi nel dispensare forza bruta.
Così come le città, anche le campagne furono percorse da successive ondate distruttive, che sebbene mirate in primis contro gli ebrei, coinvolsero un numero sempre crescente di gentili. Secondo Christian Gerlach, ben l'85-90% delle vittime della guerra antipartigiana in Bielorussia fu costituito da contadini bielorussi, che col tempo e con il diffondersi della guerriglia a partire dall'inverno 1941, divennero l'obiettivo principale della repressione nazista (9). Nell'ottica della popolazione, quindi, la prima ondata genocida dell'estate/autunno 1941 finì per saldarsi in un unicuum temporale con la repressione antipartigiana, a conferma di un approccio esclusivamente terroristico dei nuovi dominatori. I quali, da parte loro, si ritrovarono ben presto a dover fare i conti con una situazione via via ingestibile. I reparti, sempre troppo scarsi per ottenere il completo controllo del territorio, ma sufficienti per alimentare la spirale, finirono per trovarsi ad operare in un contesto di ostilità crescente, che da sussurrata divenne palese, da potenziale si fece reale, da élitaria si promosse a popolare; dispersi su un territorio vastissimo, i presìdi si fecero sopraffare da una specie di sindrome da accerchiamento, cui risposero applicando metodi indiscriminati e draconiani. L'ossessione securitaria dalle aree urbane – tendenzialmente più evolute politicamente – si allargò alle campagne, finendo per coinvolgere i contadini, che da soggetti inizialmente passivi e fatalisti si ritrovarono loro malgrado a dover scegliere tra il martello della repressione e l'incudine della guerriglia. Le foreste divennero albergo per i gruppi partigiani, mentre i villaggi bacini di reclutamento ed obiettivi di spoliazione per entrambi i contendenti; i legami tra città e campagne si consolidarono attraverso il crescente numero di civili che dalle invivibili condizioni delle prime si spostavano verso le seconde, dove le possibilità di sopravvivenza, anche alimentare, potevano essere migliori (10). Con i fuggiaschi si muovevano le idee e con le idee arrivava la propaganda comunista, sia pure smorzata all'interno di ideali patriottici, e con il passare dei mesi quello che era stato un fenomeno tutto sommato limitato ai settori ideologizzati e filosovietici finì per estendersi a proporzioni endemiche, soprattutto nelle aree centrali ed orientali del paese. Nel loro sconsiderato manicheismo ideologico e grazie alla loro disastrosa incapacità di gestire il dissenso con metodi diversi dalla semplice repressione criminale, i nazisti finirono paradossalmente per diventare vittime della loro stessa ideologia (11), trasformando in pericolosi combattenti quelli che inzialmente erano, secondo la definizione di Nechama Tec, dei semplici «dissenzienti inattivi» (12).
Culturalmente incapaci di strutturare una razionale risposta a-ideologica alle problematiche sortite dopo il loro ingresso in Bielorussia, i nazisti si limitarono alla più semplicistica e controproducente delle reazioni, assimilando ebrei e contadini ai comunisti e ai partigiani, ed includendoli in un'unica irrisolvibile equazione circolare, con conseguenze drammatiche: non solo sugli ebrei che furono le vittime prime e designate, ma anche sul resto della popolazione nel medio periodo, e soprattutto sulla percezione che questa si andava formando, nei confronti dei suoi nuovi dominatori.

2. PREAMBOLI
La decisione di istituire il ghetto ebraico di Minsk fu presa su iniziativa autonoma della locale Feldkommandantur 812 (Oberstleutnant Karl Schlegelhofer), con ordine emesso il 19 luglio 1941, vale a dire solo poche settimane prima del passaggio della Bielorussia occidentale, compresa Minsk capitale, dall’amministrazione militare della Wehrmacht a quella civile del Generalkommissar Wilhelm Kube (31 agosto). Secondo le disposizioni di Schlegelhofer, entro cinque giorni dall’ordine tutti gli ebrei presenti in città – circa 85.000 – dovettero trasferirsi in un quartiere di edifici fatiscenti situato nella parte nord-occidentale della città, attorno al vecchio cimitero ebraico (13). Contemporaneamente, fu costituito lo Judenrat, che procedette alla registrazione dei residenti, o almeno di quelli sopravvissuti ad una prima decimazione degli ebrei comunisti, dei cosiddetti intellettuali e degli elementi
   minsk jews  1941
  Ebrei a Minsk, 1941
considerati antitedeschi, avvenuta verso l’inizio di luglio nel campo di Drosdy (14).
In tal modo, se fino a quel momento le esecuzioni che si erano succedute a Minsk nelle prime settimane di luglio avevano avuto un carattere per certi versi improvvisato, ovvero basato su logiche contingenti e scoordinate ma almeno basate in parte su indici di pericolosità relativamente verosimili, con l’attivazione del ghetto si otteneva il risultato di concentrare un'intera categoria di potenziali vittime (gli ebrei) entro un’unica grande zona di fuoco libero: nel luglio 1941 la città di Minsk divenne quindi il punto di massimo sforzo (Schwerpunkt) delle attività di persecuzione, selezione ed annientamento perpetrate dall’EGB in Bielorussia (15), in stretta collaborazione con i reparti dell’Ordnungspolizei messi a disposizione dall’HSSPF Erich von dem Bach: tra questi, il Polizei-Bataillon 322, due delle cui compagnie erano da poco giunte in città.
Dopodichè, con il passaggio dei poteri all’amministrazione civile, i vari organi di polizia definirono una volta per tutte le rispettive competenze in materia di guerra ideologica e di annientamento, fino a quel momento condivise – ancorchè proficuamente – con le unità di sicurezza e di retrovia della Wehrmacht.
È un dato acclarato, infatti, come quasi tutte le azioni genocide avvenute in Bielorussia tra il luglio/agosto 1941 ed i mesi successivi furono perpetrate, salvo rare eccezioni (16), tramite l’impiego coordinato di reparti della Sicherheitspolizei e dell’Ordnungspolizei: e questo grazie anche all’intervento diretto delle maggiori autorità di SS e polizia, in quella fase impegnate in frequenti visite ai reparti.
Infatti, così come era accaduto a Bialystok e Brest Litowsk tra il 12 e 13 luglio, e come sarebbe avvenuto a Mogilev il 19 ottobre, anche a Minsk l’intervento di un’autorità superiore (Daluege, in questo caso), sembra potersi porre in diretta relazione con la successiva esecuzione di un eccidio: un eccidio che, come vedremo, non era giustificato da alcuna logica di carattere militare o di sicurezza, bensì seguiva una visione genocida tout-court e che, proprio per tale motivo necessitava, evidentemente, di un ulteriore incoraggiamento esterno.
E questo incoraggiamento giunse puntuale il 29 agosto, con l’incontro a Minsk tra il Chef der Ordnungspolizei, Kurt Daluege e l’HSSPF von dem Bach, a seguito del quale, il giorno successivo, fu inviato a Gottlieb Nagel, comandante del Polizei-Bataillon 322, l’ordine di dare il via ad un’azione ebraica nel ghetto, in coordinamento con l’SS-Obersturmbannführer Hans-Hermann Koch dell’EGB (17): azione che – istruiti i comandanti delle compagnie 1/322 e 3/322, Jörke e Riebel – fu lanciata il 31 agosto 1941.
 
3. AUSTRIA FELIX
Quello che era stato chiamato a perpetrare la prima riduzione del ghetto di Minsk era un battaglione prevalentemente austriaco con quadri tedeschi, costituito a Vienna-Kagran il 15 aprile 1941, da un reparto addestrativo strutturato su tre compagnie, che già dal suo ingresso in territorio sovietico, avvenuto tra il 5 ed il 6 luglio 1941, aveva avuto modo di dimostrare le proprie attitudini genocide con il secondo massacro della comunità ebraica di Bialystok, perpetrato il 12 luglio (18). Operativamente, il battaglione era inquadrato nel Polizei-Regiment “Mitte” dell'Oberstleutnant Max Montua, a sua volta subordinato in linea politica all'HSSPF von dem Bach. Una seconda linea di comando collegava invece il battaglione alle strutture di retrovia della Wehrmacht. Questo era l'organigramma del battaglione nell’agosto 1941:
 
Bataillon-Stab: Maj. Gottlieb Nagel, Adj. Oltn. Josef Uhl
Kraftfahrzeugstaffel: Hptm. Frömsdorf
Nachrichtenzug
1/322: Hptm. Reinhold Jörke
2/322: Hptm. Sigfried Binz (dal luglio 1941)
3/322: Oltn. Gerhard Riebel
 
Quanto avvenne nelle ore successive ripercorse con monotona analogia uno schema già esperimentato.
Il 31 agosto 1941, mentre il personale della 3/322 cinturava il perimetro del ghetto, i poliziotti della 1/322 supportati da elementi della Sipo e da una compagnia dell’NSKK, procedettero al rastrellamento, casa per casa, di tutti gli ebrei tra i 15 ed i 60 anni, i quali furono condotti, spesso a colpi di frusta e bastone (19), fino ad una piazza precedentemente bombardata – presumibilmente il cortile interno del carcere di Minsk – dove quasi tutte le donne con i bambini furono separate dagli uomini e più tardi lasciate libere di andare: fece eccezione un gruppo di 64 donne, trovate prive della stella gialla all'interno delle loro abitazioni. Dopodichè, circa 700 ebrei furono trattenuti sotto sorveglianza nella prigione di Minsk, dove trascorsero la loro ultima notte (20).
Quella stessa sera, proveniente da Bereza Kartuska, giunse a Minsk anche la 2/322, che così potè unirsi all’operazione il giorno successivo, andando a rinforzare – per così dire – il ranghi del battaglione, inopinatamente indeboliti da un’insolitamente alta percentuale di ammalati (79 uomini, circa il 16% del totale (21)).
Secondo quanto ricostruito dal Tribunale di Friburgo nel corso del procedimento contro Uhl, Riebel e Hülsemann, fino a quel momento non vi sarebbe stata una reale consapevolezza da parte del personale del battaglione e degli stessi ufficiali, in merito al preciso scopo dell'azione. Solo verso sera del 31 agosto, a rastrellamento completato, l’aiutante di battaglione Uhl sarebbe stato incaricato da Nagel di organizzare per l’indomani due plotoni di esecuzione: un ordine, secondo la spiegazione opposta da Nagel alle obiezioni sollevate dallo stesso Uhl, proveniente direttamente dal comandante del Polizei-Regiment “Mitte” Montua, il quale lo avrebbe ritrasmesso al battaglione dopo averlo ricevuto a sua volta dall’alto. La logica di tale sequenza, secondo quanto esposto da Nagel ai suoi ufficiali, sarebbe stata l'assenza di ogni loro responsabilità per quello che sarebbe successo di lì a poche ore, con conseguente necessità di obbedire agli ordini fintanto che questi non fossero stati cambiati (22): un asserto, questo, che per ovvie ragioni trovava largo consenso all'interno del battaglione e che fu alla base, molti anni dopo, dell'artificio giuridico del Befehlsnotstand, vale a dire la presunta impossibilità di disobbedire agli ordini, concesso con generosità dai tribunali tedesco-occidentali a molti dei soggetti indagati per crimini di guerra.

   minsk 1- 1943
  Ebrei a Minsk, 1943
Il giorno successivo, 1° settembre 1941, mentre molti degli ebrei arrestati il giorno precedente e rimasti all’addiaccio nel cortile del carcere, cominciarono ad essere caricati a bordo di autocarri del Kraftfahrzeugstaffel impegnati a fare la spola fino ad un’area semi paludosa poco fuori città, dove alcune fosse comuni erano state preventivamente scavate, le rimanenti vittime – infoltite da un ulteriore gruppo di circa 200 ebrei verosimilmente detenuti già da giorni nel medesimo carcere (23) – furono incolonnate e costrette a marciare verso il loro destino.
Ad attenderle, oltre ai plotoni d’esecuzione, si trovavano anche funzionari della Sicherheitspolizei ed alcuni ufficiali del comando-battaglione, tra cui Nagel e Uhl, con quest’ultimo, in particolare, piuttosto a disagio e riluttante, in quanto costretto a presenziare all'eccidio suo malgrado, per ordine dello stesso Nagel (24).
Prima della colonna, in lenta marcia dalla città, furono gli autocarri a giungere alle fosse, almeno tre ed ampie abbastanza da contenere centinaia di corpi. Furono scaricati mano a mano che arrivavano, con le vittime costrette a scendere a piccoli gruppi lungo una rampa di terra appositamente predisposta, che conduceva sul fondo della trincea, dove era schierato in attesa il plotone di esecuzione. Per accelerare le operazioni, gli autocarri si avvicinavano in retromarcia fino al bordo delle trincee, in modo che le vittime potessero essere scaricate direttamente sulla rampa. Le procedure di scarico avvennero tra urla, confusione e percosse, inflitte in particolare da uno dei comandanti di plotone della 3/322, l’Oberleutnant Rasche, che noto per il suo antisemitismo, avrebbe regolarmente infierito sulle vittime con colpi di bastone, onde incoraggiarle ad entrare nella fossa (25). A quel punto, dietro alle vittime costrette a sdraiarsi faccia a terra sul fondo della trincea, si allinearono i protoni d'esecuzione, con i fucili puntati alla nuca degli ebrei. Dopodichè, l'ordine di fuoco venne impartito dai comandanti di plotone.
Complessivamente, da parte del Polizei-Bataillon 322 furono perpetrate 914 fucilazioni, comprese le 64 donne arrestate durante il rastrellamento.
 Secondo il KTB della 3/322, dal plotone di esecuzione di tale compagnia furono fucilate 330 di queste vittime – di cui 40 donne (26). Tutte le altre, evidentemente, furono uccise dal gruppo di fuoco della 1/322.In parallelo a questa azione, perpetrata dal Polizei-Bataillon 322, un ulteriore eccidio sarebbe stato commesso nel ghetto di Minsk nelle stesse ore, o forse pochi giorni dopo, questa volta ad opera dell’EK 8, rafforzato da elementi della Feldgendarmerie ed eventualmente anche da personale dell’Ordnungspolizei, per un totale di altre 2.278 vittime (27).
Di seguito proponiamo la testimonianza del Ltn. Friedrich Soier, ex comandante del secondo plotone della 3/322, rilasciata il 19 ottobre 1965 davanti al Dipartimento 18 del Ministero degli interni austriaco e trasmessa alla ZStL che indagava sul caso (28). La testimonianza di questo ufficiale, cittadino austriaco, appare più significativa e credibile di quelle reticenti rilasciate dai suoi colleghi di nazionalità tedesca: in Austria infatti, la repressione dei crimini nazisti si era chiusa de facto fin dal 1957 e sebbene i termini di prescrizione per omicidio fossero stati formalmente aboliti nel 1965, questo provvedimento non ebbe alcun effetto pratico e non servì quindi a danneggiare la posizione di Soier. Queste furono le sue parole:

"Prima di tutto, attorno al ghetto fu steso un cordone di sicurezza formato principalmente da personale di polizia. Dopodichè, elementi dell’SD ed ufficiali di polizia – tra cui il sottoscritto – entrarono nel ghetto ed ordinarono agli ebrei di uscire dalle loro case. Coloro i quali non obbedivano volontariamente, furono costretti ad uscire con la forza.
Gli ebrei furono portati in una piazza precedentemente bombardata [presumibilmente il cortile del carcere di Minsk, NdA]. Tra di essi vi erano non solo uomini, ma anche donne e bambini.
  minsk prison  1942
  La prigione di Minsk, 1941
Io non ricordo a chi fu dato l'incarico di sorvegliare gli ebrei ammassati nella piazza. In ogni caso, immediatamente dopo il rastrellamento la nostra compagnia fu imbarcata sugli autocarri e fummo quindi riportati ai nostri alloggiamenti.
Gli ebrei rimasero nella piazza per tutta la notte. Quando ritornammo, la mattina successiva, la maggior parte delle donne e tutti i bambini erano già stati portati via. A quel punto, sulla piazza, erano rimasti circa 1.000 ebrei di entrambi i sessi, ma soprattutto uomini.
La nostra compagnia disponeva di soli 3 o 4 autocarri, cosicchè su ognuno di essi furono caricati più ebrei possibile, insieme ad alcuni poliziotti: questi ultimi, dapprima in funzione di sorveglianza, e quindi per formare il plotone di esecuzione.
Dopodichè viaggiammo per poche miglia fuori da Minsk, e giungemmo ad un campo aperto a nord dell’autostrada. C’era un terreno leggermente ondulato, dove precedentemente erano state scavate tre trincee, lunghe da 10 a 15 metri, larghe due e profonde circa due metri e mezzo. Sul luogo dell’esecuzione si trovavano anche degli alti ufficiali delle SS.
Le fosse di cui ho parlato erano state progettate o scavate da persone che, evidentemente, avevano già avuto esperienza nell’esecuzione di grandi gruppi di vittime. Le trincee, infatti, declinavano verso il basso su di un lato, così che gli ebrei non dovevano saltare dentro di esse dal bordo, ma potevano correre lungo la rampa di terra fino al fondo della fossa.
Gli autocarri si avvicinavano alla trincea in retromarcia e quando erano abbastanza vicini, gli ebrei venivano fatti scendere. In ciascuna delle tre fosse c’erano 12 poliziotti che formavano il plotone d’esecuzione. Gli ebrei dovevano correre nella trincea a gruppi di 12, così che ogni poliziotto del plotone d’esecuzione avesse una vittima di fronte a sé.
Gli ebrei erano vestiti e dovevano poi sdraiarsi faccia a terra sul fondo della fossa. Nella trincea dove io mi trovavo, l’ordine di fuoco veniva dato dall’Oltn. Rasche, che scandiva: «1 – 2 – Fuoco!». Seguiva, quindi, un’unica salva di fucileria.
Ad un certo punto ricevetti l’ordine dall’Oltn. Ri[ebel] – ma non posso escludere si sia trattato invece dell’Oltn. Rasche – di dare il colpo di grazia ai feriti. Io credo che questo sia avvenuto in tre occasioni, quando vidi degli ebrei che sebbene feriti mortalmente dal fuoco del plotone, non erano rimasti uccisi sul colpo.
Allorchè Rasche dovette allontanarsi dalla trincea, ricevetti l’ordine dall’Oltn. Ri[ebel] di assumere il comando del plotone d’esecuzione all’interno della fossa, cosa che feci dando per due volte l’ordine di fuoco. Dopodichè, giunse a rimpiazzarmi il Ltn. Busche.
Nelle tre fosse comuni presso le quali agivano i plotoni d’esecuzione della nostra compagnia, quel giorno furono uccisi 350 ebrei di entrambi i sessi, principalmente uomini.
Voglio insistere sul fatto che durante le esecuzioni non fu perpetrato alcun atto di crudeltà.Scaricato il primo gruppo di ebrei, gli autocarri ritornarono alla piazza per imbarcare altre vittime. Quante volte gli autocarri abbiano fatto avanti e indietro non me lo ricordo, ma non mi pare che questo sia avvenuto molto spesso.Nessun membro delle SS, tra quelli presenti sul terreno, prese parte alle esecuzioni".
 
Di seguito riportiamo un estratto dal KTB della 3/Polizei-Bataillon 322 (29).
31.8.1941 - 15:00.
Compimento di un'azione ebraica nel ghetto della città di Minsk. La nona compagnia [3/322, NdA] si è occupata della barriera esterna, mentre la settima compagnia [1/322, NdA], la compagnia NSKK e l'SD hanno eseguito le perquisizioni. Tutti gli ebrei tra i 15 e i 60 anni sono stati arrestati, oltre a tutte le donne ebree sorprese senza il contrassegno giallo obbligatorio sugli abiti. Complessivamente, sono stati arrestati e posti in custodia di polizia 916 ebrei di entrambi i sessi (30).
01.09.1941 - 05:30.
Eseguita la fucilazione, a circa 10 km ad est di Minsk, a nord dell'autostrada Minsk-Smolensk-Mosca, degli ebrei arrestati il giorno prima. Sono stati formati tre plotoni d'esecuzione. Il plotone della nona compagnia [3/322, NdA] ha fucilato 330 ebrei in tutto (di cui 40 donne) (31).

4. HERREN DES TATORTS
Relativamente alle vicissitudini processuali del Polizei-Bataillon 322, un’ottima opera di riferimento è l’articolo scritto nel 1986, 25 anni dopo i fatti, da Alfred Aedtner, già Kriminalhauptkommissar e membro della Sonderkommission der ZStL, apparso sul settimanale Der Spiegel ed al quale si rimanda per gli approfondimenti (32). Di seguito verrano riassunti i fatti salienti ed esposte le note biografiche di alcuni degli ufficiali del Polizei-Bataillon 322 principalmente coinvolti negli eccidi dell'estate/autunno 1941, compreso quello di Minsk (33).

NAGEL, Gottlieb: nato nel Württemberg nel 1892, volontario di guerra nel 1914, in servizio di polizia dal 1920, membro del NSDAP dal 1° maggio 1933, SS-Sturmbannführer dal 1° dicembre 1940. Maggiore, comandante del Polizei-Ausbildungs-Bataillon “Wien-Kagran” dal febbraio 1941 e del Polizei-Bataillon 322 fino all’agosto 1942. Prigioniero di guerra, fu sottoposto a denazificazione nel 1948 e definitivamente congedato. Dopo la guerra fu domiciliato a Stoccarda. Deceduto nel novembre 1978 (34). Assai rigido nell'esigere il mantenimento della disciplina e nel pretendere il rispetto verso l'autorità, ma anche benvoluto dai suoi subordinati – al punto da essere soprannominato papa Nagel durante la prima azione di Bialystok del 18 luglio ed in quella di Minsk del 1° settembre, avrebbe provato, dietro sollecitazione del suo aiutante di battaglione Uhl, a sollevare obiezioni con il comandante di reggimento Montua, circa l'uso improprio dei poliziotti nei plotoni di esecuzione. Tuttavia, le sue rimostranze rimasero confinate ad un livello piuttosto superficiale e non misero mai in dubbio la fattiva partecipazione del battaglione agli eccidi. Al contrario, Nagel prestò sempre molta cura affinchè gli ordini ricevuti e da lui stesso ritrasmessi, venissero eseguiti incondizionatamente e pretese la presenza al suo fianco, durante gli eccidi, di tutti i suoi ufficiali, tra cui lo stesso Uhl (35).
UHL, Josef: nato nel 1909 a Gaggenau, nel Baden. Membro del NSDAP, iscritto alle SS. Titolare di un'impresa commercale travolta dal crack finanziario del 1929, entrò in servizio di polizia nel 1930. Sottufficiale della Schutzpolizei, divenne ufficiale (Ltn.) nel 1939 dopo aver superato un corso in accademia. Promosso Oberleutnant ed istruttore in una scuola di polizia, tenne il ruolo di aiutante di Nagel presso il Polizei-Ausbildungs-Bataillon “Wien-Kagran” (poi Polizei-Bataillon 322), dal gennaio 1941 al marzo 1942. Promosso capitano nel gennaio 1943, chiese ed ottenne di essere ritrasferito in una scuola di polizia, per poi assumere nuovamente il comando di una compagnia presso un reggimento di polizia impegnato sul fronte russo. Per breve tempo detenuto in prigionia sovietica al termine del conflitto, dopo il 1946 fu riammesso in servizio di polizia come Personalreferent presso il Ministero degli interni del Baden e quindi, dal 1958, come direttore del Personalabteilung della Landespolizeidirektion Südbaden. Dopo la guerra fu domiciliato a Friburgo (36). Secondo la sua stessa testimonianza, rilasciata al procuratore di Friburgo, nella sua posizione di aiutante di battaglione avrebbe accompagnato il suo comandante Nagel, durante le ispezioni sui luoghi degli eccidi, tra cui Bialystok e Minsk, rimanendone scioccato, nonché paralizzato dal terrore: per tale motivo avrebbe sollecitato lo stesso Nagel a protestare con Max Montua circa l'uso improprio a cui il battaglione era stato destinato, ricevendo in tal senso rassicurazioni e promesse, ma ben scarsi risultati in termini pratici. Per tale motivo, disgustato dagli eccidi, avrebbe fatto domanda di trasferimento ad altro incarico, che venne infine accolta nel marzo 1942. La testimonianza di Uhl, supportata anche da altre dichiarazioni, fu ritenuta convincente da parte del Tribunale di Friburgo, che lo assolse pertanto da ogni imputazione (37).
JÖRKE, Reinhold: membro del NSDAP. Polizeihauptmeister dal 1° maggio 1933. Iscritto alle SS. Capitano, comandante della 1/322. Di tendenze socialiste, era stato definito un SPD-Bonzen in un rapporto redatto su di lui dall'SS-Allgemeine-Standarte 35 di Kassel. Decedette qualche anno dopo la guerra, prima del processo di Friburgo (38). Rigoroso nel pretendere l'esecuzione degli ordini da parte dei suoi subordinati e refrattario a qualsiasi genere di critiche ed obiezioni, nell'ambito del Polizei-Bataillon 322 svolse anche la funzione di ufficiale responsabile per le materie legali (Gerichtsoffiziere) (39).
LIPPMANN, Hermann: nato nel 1906. In servizio di polizia dal 1929, membro del NSDAP, iscritto alle SS dall'autunno 1939. Capitano, comandante della 2/322 fino al luglio 1941. Decedette alcuni anni dopo la guerra, prima del processo di Friburgo (40).
BINZ, Sigfried: nato nel 1898. Membro del NSDAP. In servizio di polizia dal 1920. Contro di lui, nella primavera 1933, fu avviata un'indagine da parte del NSDAP-Kreisgericht Berlino-Spandau, per mendace dichiarazione circa la sua reale appartenenza agli alter Kampfer, e per aver fraudolentemente retrodatato al 1928 la sua iscrizione al NSDAP. Membro delle SS dall’autunno 1939, capitano dal luglio 1941 e comandante della 2/322 in sostituzione di Hermann Lippmann, decedette alcuni anni dopo la guerra, prima del processo di Friburgo (41).
RIEBEL, Gerhard: nato a Darmstadt, in Assia. Membro delle SS-Allgemeine dal 30 aprile 1933. Iscritto al NSDAP. Trasferito nell’aprile 1936 alle SS-VT. Inizialmente dedicatosi a studi teologici, optò successivamente per il servizio militare volontario. Cadetto diplomato presso la SS-Junker-Schule nel 1938 con il grado di SS-Obersturmführer, nel 1939 fu trasferito alla Schutzpolizei all’età di 24 anni, come ufficiale in servizio effettivo e con il grado di Oberleutnant. Comandante della 3/322. Domiciliato a Darmstadt dopo la guerra, rimase in servizio di polizia come Steuerinspektor a Bensheim an der Bergstrasse (Darmstadt, Assia) (42). Durante l'eccidio di Bialystok del 18 luglio 1941 condusse personalmente il comando della sua compagnia impegnata nei rastrellamenti, sebbene a suo dire non avesse avuto, fino a quel momento, alcuna chiara percezione circa le motivazioni dell'azione. Addirittura, in base a quanto da egli stesso dichiarato davanti al Tribunale di Friburgo – con una tempistica e motivazioni probabilmente opportunistiche, ma che gli valsero comunque il riconoscimento del Befehlsnotstand – egli avrebbe aborrito il trattamento inflitto agli ebrei durante l'eccidio di Minsk, senza tuttavia intervenire di fronte agli eccessi perpetrati dai suoi subordinati, tra cui l'Oltn. Rasche, che fungeva da vice-comandante di compagnia. Durante il successivo eccidio di Mogilev, Riebel avrebbe apparentemente fatto in modo da evitare inutili sofferenze alle vittime, procedendo alle esecuzioni in una maniera ritenuta ordinata e professionale: senz'altro molto lontana dalla bestiale anarchia etilica in cui erano precipitati gli ausiliari ucraini – verso i quali egli ritenne comunque di non dover intervenire, pur avendone l'autorità – ma certamente assai poco consolatoria dal punto di vista delle vittime (43).
RASCHE, Erich: nato il 23 giugno 1916. Iscritto alle SS e membro del NSDAP dall'età di 17 anni. Volontario nel servizio del lavoro, rimase nella Wehrmacht per un anno oltre l'obbligo di leva. Congedato dall'esercito, seguì un corso presso una scuola ufficiali delle SS, al termine del quale entrò all'accademia di polizia. Assegnato ad un Einsatzgruppe durante l'invasione della Cecoslovacchia, fu successivamente trasferito al Polizei-Ausbildungs-Bataillon “Wien-Kagran” e divenne quindi comandante di plotone della 3/322 con il grado di Oberleutnant, nonché vice di Riebel al comando della compagnia. Fanatico nazista ed antisemita, Rasche ebbe il comando di un plotone di esecuzione durante gli eccidi di Bialystok e di Minsk e procedette personalmente ad infliggere numerosi colpi di grazia alle vittime rimaste solo ferite nelle fosse comuni, minacciando anche punizioni per i suoi subordinati più riluttanti a prendere parte alle esecuzioni o esitanti nel premere il grilletto. Nel corso dell'eccidio si sarebbe offerto volontario per scortare gli ebrei alle fosse comuni, infliggendo loro durante il tragitto, violenze e brutalità (44). Rimase ucciso in azione, nei pressi di Mogilev il 2 dicembre 1942.
HÜLSEMANN, Heinz Gerd: volontario di polizia, seguì inizialmente l'ordinario iter addestrativo, salvo poi superare nel 1941 un corso per ufficiali con il grado di tenente. Trasferito al Polizei-Bataillon 322, divenne comandante di plotone nella 1/322 ed al termine del conflitto trascorse quattro anni in prigionia sovietica. Rientrato in polizia dopo il suo rilascio, prestò servizio presso il Ministero degli interni del land Nordrhein-Westfalen dal 1954 e quindi presso l'autorità di polizia di Siegen dal 1961, con il grado di Polizeiobermeister (45). Comandante di un plotone d'esecuzione durante l'eccidio di Mogilev avrebbe mantenuto un atteggiamento professionale durante le fucilazioni, senza indulgere in eccessi e brutalità: in tal senso, apparvero convincenti le sue dichiarazioni davanti al Tribunale di Friburgo, che riconobbe anche nel suo caso il beneficio del Befehlsnotstand (46).

I primi sospetti circa il coinvolgimento in crimini di guerra ed eccidi di massa del Polizei-Bataillon 322 emersero nel 1958, durante le indagini contro Erich von dem Bach avviate dal LKA bavarese, che portarono all’audizione in qualità di testimoni, di numerosi ex poliziotti del battaglione. Di conseguenza, nel 1960, questi primi riscontri furono passati per competenza – in virtù della residenza a Stoccarda del principale sospettato, vale a dire l’ex comandante del battaglione Gottlieb Nagel – al LKA del Baden-Württemberg, che attraverso la Sonderkommission der ZStL (ZStL 202 AR-Z 52/59) richiese al procuratore di Stoccarda, l’apertura di un'indagine preliminare, nonché l’emissione di mandati di arresto a carico di Nagel e dell’aiutante di battaglione Uhl. Entrambi gli arresti furono eseguiti il 6 ottobre 1960 a Stoccarda e Friburgo (47), mentre ulteriori indagini furono avviate (ZStL 202 AR-Z 650/61) mano a mano che nuovi testimoni (circa un centinaio) poterono essere ascoltati. In tal modo, tra il febbraio 1961 ed il febbraio 1962 furono eseguiti gli arresti di Gerhard Riebel e Heinz Gerd Hülsemann, quest’ultimo già comandante di plotone della 1/322 ed ancora in servizio come Polizeiobermeister presso l’Autorità distrettuale di Siegen (48). Dopodichè, seppure fra molte difficoltà e reticenze, la richiesta di apertura del procedimento contro Nagel, Uhl, Riebel e Hülsemann venne formalizzata nel maggio 1962 dal procuratore di Stoccarda al Landgericht Stuttgart.
A questo punto tuttavia, la posizione di Nagel fu stralciata a causa di presunti motivi di salute, grazie all'intervento della Camera di prima istanza di Stoccarda (Schwurgericht), così come richiesto dai difensori di Nagel il quale – evidentemente come strategia difensiva processuale – aveva già provveduto a rivendicare davanti al procuratore, la propria estraneità ai fatti per i quali era stato accusato; per fare ciò scelse di descriversi, davanti al tribunale, come un ex-comandante di battaglione il cui ruolo, a causa degli interventi intrusivi attuati dal comandante di reggimento Montua e dal comandante dell'Einsatzgruppe B Nebe, sarebbe stato fortemente depotenziato in termini d'autorità davanti agli ufficiali delle sue compagnie, al punto da vedersi quasi privato del controllo sul proprio reparto. In tale situazione Nagel si sarebbe ritrovato – a suo dire – nella posizione di un valletto senza potere, impossibilitato ad impedire l'utilizzo dei suoi uomini nei plotoni di esecuzione: un valletto che, tuttavia, era conosciuto dai suoi subodinati con l'appellativo di «Signore delle scene del crimine» (Herr des Tatorts) (49).
Sia come sia, con lo stralcio della posizione di Nagel venne a mancare il principale accusato, e per tale motivo l’intero fascicolo dovette essere trasferito per competenza al procuratore di Friburgo, località di residenza del secondo principale accusato, vale a dire l'Oltn. Uhl.
Finalmente, dopo ulteriori indagini rallentate da ritrattazioni, rettifiche e vuoti di memoria da parte dei testimoni, nel febbraio 1963 venne emessa dalla procura di Friburgo una nuova istanza di apertura del procedimento a carico dei tre imputati rimasti sotto indagine (LG Freiburg, 1 Ks (AK) 1/63), contro i quali furono avanzate richieste di pena inspiegabilmente lievi ed estremamente alleggerite in termini di responsabilità, rispetto a quanto avanzato a suo tempo dalla procura di Stoccarda: cinque anni per Riebel, indagato per complicità in 300 omicidi, tre anni per Hülsemann, indagato per complicità in 100 omicidi ed assoluzione per Uhl, che si vide anche riconosciute delle compensazioni economiche per il periodo trascorso in stato di carcerazione preventiva (50).
Ancorchè poco significative, queste richieste della procura furono respinte dal Tribunale di Friburgo, che il 12 luglio 1963 emise una sentenza di piena assoluzione basata sull'artificio giuridico del Befehlsnotstand. Analogamente, nel gennaio 1964 anche il successivo ricorso della Procura di Friburgo fu respinto dal Bundesgerichtshof con analoghe motivazioni, attraverso la decisione BGH – 1 StR 498/63 vom 14.1.1964.
Ma non era ancora finita.
La comparsa negli archivi di Praga del diario di guerra del Polizei-Bataillon 322 con i suoi contenuti inequivocabili, avvenuta nel gennaio 1965, aprì la prospettiva di una nuova indagine da parte della ZStL che con procedimento ZStL 202 AR-Z 6/65 richiese alla procura competente – in questo caso quella di Darmstadt, località di residenza di Gerhard Riebel, ora divenuto principale accusato – l’apertura di una nuova indagine preliminare. Nel 1966, con fascicolo LG Darmstadt 2 Js 376/65, la richiesta di Ludwigsburg fu accolta da Darmstadt, che procedette all’indagine contro Riebel ed altri 19 poliziotti – fino a quel momento considerati dei semplici testimoni; a questi si aggiunse nuovamente Uhl, ritenuto responsabile di altri tre casi di omicidio.
In questo caso le indagini si protrassero per circa sei anni. Dopodichè, la parola fine fu posta su ogni ulteriore procedimento a carico degli imputati, attraverso le sentenze conclusive del Tribunale di Darmstadt datate 2 febbraio 1972, 27 aprile 1972 e 2 ottobre 1972, che nuovamente attraverso il Befehlsnotstand ovvero il Putativnotstand, scagionarono definitivamente tutti gli imputati e seppellirono per la seconda volta le circa 10-11.000 vittime, 9.000 dei quali ebrei, assassinate dal personale del Polizei-Bataillon 322 durante il suo servizio sul fronte orientale.
 
5. EPITAFFI
Riportiamo di seguito alcune significative dichiarazioni di poliziotti membri del Polizei-Bataillon 322, rilasciate agli inquirenti che li stavano interrogando.
Testimonianza di Gerhard Riebel alla ZStL AR-Z 52/5 :
"Mi ricordo di una visita del generale Daluege al campo di prigionia di Bialystok, presso il quale prestavo servizio nell’ambito di una unità operativa e di una domanda che gli feci circa l’uso e lo scopo dei compiti ai quali il mio battaglione era stato assegnato e che mi apparivano in contraddizione con i miei sentimenti di soldato. Come risposta ricevetti un rimprovero, che mi chiarì sul fatto che lui, Daluege, da parte dei suoi ufficiali e soldati categoricamente si aspettava un’esecuzione incondizionata degli ordini, ai quali tutti noi eravamo vincolati dal nostro giuramento di fedeltà" (51).

Testimonianza di Josef Uhl alla ZStL AR-Z 52/59:
"Anche allora consideravo come non corrette le azioni di sterminio contro gli ebrei, in quanto non ritenevo fosse giusto sparare a qualcuno solo in quanto ebreo, ovvero membro di una razza specifica. Devo tuttavia sottolineare come a quell'epoca fosse normale attribuire agli ebrei la colpa delle nostre sfortune, nonché la responsabilità della guerra. Pertanto, non mi sentivo in alcun modo gravato da alcuna colpa, anche perchè, essendo tali azioni state disposte dal Governo, avrebbe dovuto essere lo stesso Governo ad assumersene la piena responsabilità, almeno secondo il mio punto di vista […]. In virtù del mio ruolo di funzionario e servitore dello Stato, ero stato educato ad una incondizionata obbedienza e lealtà verso il Governo e la Costituzione. Inoltre, tutti noi avevamo prestato un giuramento vincolante. Di conseguenza, io non riconoscevo altro che l’obbedienza agli ordini ed all’autorità del Governo. Questo è il motivo per cui non ho mai provato a sottrarmi né tantomeno a rifiutare l’esecuzione di un comando, neppure se questo implicava la mia presenza o la partecipazione ad una esecuzione" (52).

Testimonianza di A.S. (1/322) alla ZStL AR-Z 6/65:
"Egli (Jörke) ci fece bruscamente notare il fatto che gli ordini dovevano essere eseguiti interamente e senza obiezioni, e che chiunque avesse preferito rifiutarsi di obbedire, allora sarebbe stato tradotto davanti ad un tribunale delle SS e, senza alcun dubbio, condannato a morte" (53).

Testimonianza di E.Sch. (3/322) alla ZStL AR-Z 6/65:
"Vi furono diversi casi di camerati che rifiutarono di prendere parte alle fucilazioni. Alcune volte lo feci anche io. E così come non vi furono conseguenze per me da parte del comando, così non vi furono neppure per gli altri obiettori; fummo semplicemente utilizzati per altri compiti. Nessuno fu mai minacciato di punizione, né tantomeno di fucilazione" (54).
Testimonianza di F.L. (2/322) alla ZStL AR-Z 6/65:
"Per quanto mi è dato sapere, nessun membro della mia compagnia volle mai offrirsi volontario per le fucilazioni. Devo dire tuttavia, che vi furono singoli membri della compagnia in preda ad una specie di sete di sangue. Con questo non voglio dire che costoro si divertissero durante le fucilazioni, ma piuttosto che queste persone furono utilizzate ogni qual volta c'era da organizzare un'azione di tal genere" (55).

Sebbene indicatore di una mentalità diffusa, o quantomeno di una precisa strategia difensiva processuale, l'enfasi posta da diversi poliziotti sulla presunta necessità di obbedire agli ordini si rivela per quello che è: speciosa e fallace. Infatti, la debolezza di talune dichiarazioni in tal senso (Riebel, Uhl...) – e per esteso del concetto stesso di Befehlsnotstand – è stata sottolineata da Adalbert Rückerl direttore della ZStL nel suo libro NS-Verbrechen vor Gericht, dal quale si ricava come non vi sia stato un solo caso documentato in cui un poliziotto abbia dovuto pagare con il carcere o con la fucilazione il proprio rifiuto di uccidere un ebreo (56). Tutt'al più, la minaccia di punizioni, di corte marziale ed addirittura di fucilazione (Jörke) fu utilizzata come un incentivo volto ad indurre all'obbedienza il maggior numero possibile di poliziotti, molti dei quali avrebbero altrimenti potuto chiedere di essere esentati dalle fucilazioni, con effetti deleteri sia sul risultato dell'azione che sul morale del reparto, soprattutto di coloro che avessero scelto di obbedire. La realtà dei fatti insomma, smentisce ciò che fu solo un luogo comune interessato. Lo confermano le dichiarazioni di E.Sch., ma anche e soprattutto alcuni casi plateali di disobbedienza agli ordini, che non ebbero conseguenze drammatiche, se non qualche rabbiosa reazione verbale: uno su tutti, il rifiuto del Maj. Heinrich Hannibal di concedere a Jeckeln il Polizei-Bataillon 303, per l’eccidio di Vinnitsa del 19 settembre 1941 (57).
Più che le minacce quindi sembrano essere stati il conformismo, nonché un malinteso senso di cameratismo verso i propri commilitoni ad indurre all'obbedienza, fino al punto di prendere parte alle esecuzioni, molti riluttanti poliziotti che, diversamente, avrebbero preferito non essere coinvolti. In altre parole, emerse tra i reparti ed in particolare tra i battaglioni di polizia, quello spirito tribale che fu una delle condizioni necessarie affinchè l'idea del genocidio ebraico trovasse i propri validi e volonterosi carnefici.
 
6. COMUNITÀ CHIUSE E MICRODINAMICHE
È già capitato di accennare nei paragrafi precedenti – ed avverrà ancora in quelli successivi – ad alcune dinamiche situazionali ed intergruppo, che contribuirono ad alimentare la tensione genocida, nello specifico caso dei battaglioni di polizia (58). Diamo ora un rapido sguardo alle dinamiche intragruppo.

L'Ordnungspolizei tedesca trasse le proprie origini dalla grande riorganizzazione che a partire dalla metà degli anni Trenta aveva portato all’accentramento statuale delle diverse polizie locali e regionali ed alla nascita di un unico corpo nazionale di polizia: un percorso operativo ed ideologico già descritto efficacemente in pregevoli studi (59). Tale riorganizzazione, che diede vita ad un’entità apparentemente monolitica, non intaccò tuttavia l'essenza primeva dei singoli reparti di polizia, che continuarono ad essere reclutati su base strettamente regionale. Soprattutto nei battaglioni della riserva infatti, il personale continuò a provenire dal medesimo ambito geografico, o tutt'al più da centri urbani limitrofi nel caso in cui una sola città non fosse stata in grado di fornire uno scaglione sufficiente.
Tale metodo, che per un verso poteva avere effetti devastanti su una singola comunità qualora un rovescio militare avesse provocato l’annientamento di un intero reparto, dall’altro lato favoriva il rinsaldarsi dei legami interni al battaglione, dato che uomini provenienti dal medesimo contesto ambientale tendevano a ricostruire la complessa trama di relazioni, abitudini ed anche contrasti, che avevano avuto durante la vita civile. Poteva accadere che contingenti di forestieri, che talvolta venivano aggregati a qualche battaglione al fine di completarne i ranghi, venissero guardati dai loro colleghi come degli estranei (60), ed anche se con il procedere del conflitto le varie differenze finirono inevitabilmente per livellarsi, una precisa identità localistica soprattutto a livello di compagnia, fu mantenuta per quanto possibile, perlomeno nel primo periodo e fintanto che il progressivo sopraggiungere di rimpiazzi a sèguito delle perdite subite non finì per diluire il tessuto originario.
Il risultato di un sistema strutturato a questo modo fu che vennero a crearsi delle vere e proprie comunità chiuse, delle isole di gemütlichkeit con consuetudini e regole non scritte, ma non per questo meno efficaci dal punto di vista del comportamento di un singolo individuo nei confronti del resto del gruppo. Al di là dell'ovvia disciplina militare, che spesso veniva imposta da ufficiali di reparto non necessariamente appartenenti alla stessa comunità, bensì forestieri, si producevano tra i ranghi delle microdinamiche particolarmente efficaci, alle quali non era facile sottrarsi.
Così, se il sopportare i comuni disagi, il condividere l’ordinarietà quotidiana ed il ritrovarsi nella medesima situazione sono tutti elementi utili a favorire l'instaurarsi di legami piuttosto solidi in una qualsiasi unità militare, nel caso dei reparti di polizia questi fattori venivano ulteriormente rafforzati dalla comune origine, nonché dalla prospettiva di potersi ritrovare, tra fortunati scampati al conflitto, una volta ritornati alla vita civile. In questo caso, il non essersi conformati alle regole del gruppo o l’avere mancato a qualche dovere o incarico – qualunque esso fosse – davanti ai propri colleghi e compaesani, significava in buona sostanza tradire il gruppo nell’immediato ed in prospettiva correre il rischio di essere considerati dei cattivi o non affidabili membri della comunità.
In tal senso, sembra appropriato parlare di un vero e proprio vincolo tribale sviluppato nell’ambito di un reparto, soprattutto a livello di compagnia, in cui le mancanze di un singolo finivano inevitabilmente per ricadere sugli altri membri del gruppo, con conseguente rischio di isolamento sociale nei confronti del traditore. È del tutto evidente come in una situazione in cui i vincoli camerateschi risultavano essenziali per sopportare le asprezze di un conflitto senza regole, il sentirsi criticato dai propri compagni, il vedersi additato come il debole del gruppo, guardato male ed isolato, poteva risultare un disagio difficilmente sopportabile. Un esempio di tale dinamica la si ritrova nel caso dell’eccidio di Jozefòw, perpetrato dal Polizei-Bataillon 101 il 12 luglio 1942.
Nel suo lavoro sul Polizei-Bataillon 101, Browning spiega come circa l’80% dei membri del reparto avessero continuato a sparare fino al totale sterminio dei cira 1.500 ebrei di Jozefòw e come solo una dozzina di poliziotti (circa il 2%) avessero chiesto apertamente di poter essere esentati dalle fucilazioni prima dell’inizio del massacro. Tra i motivi principali di questa elevata partecipazione egli enuncia la spinta conformistica che avrebbe impedito a molti dei poliziotti di ritirarsi dalle esecuzioni perdendo la faccia di fronte ai propri colleghi. Pur spiegando quest’alta adesione con una sfumatura differente, Browning riferisce come le testimonianze rilasciate nel dopoguerra da diversi poliziotti coinvolti nell’eccidio si soffermassero invariabilmente sulla necessità del fare gruppo con i propri compagni e come, al contrario, mancasse ogni accenno di ideologia o di antisemitismo nelle motivazioni che essi adducevano per giustificare la loro partecipazione alla strage. È possibile che questa omissione riflettesse un generale tentativo degli indagati di alleviare la propria posizione personale nei confronti del procuratore che li stava interrogando e che pertanto ritenessero più conveniente per loro, descriversi come caratterialmente deboli, se non come dei codardi incapaci di resistere agli impulsi del gruppo, piuttosto che come individui razzisti e antisemiti. Tuttavia, è anche vero che ammettere di essere stati antisemiti in un’epoca in cui l’antisemitismo aveva avuto valore di dogma, significava innanzi tutto dichiararsi nulla più che dei conformisti, del tutto adeguati al contesto generale: cosa che, di riflesso, poteva anche aiutare ad annacquare la propria posizione ideologica in un oceano di situazioni analoghe. In linea di principio infatti, il riconoscersi correi di una colpa largamente condivisa con altri risulta più facile che ammettere pubblicamente una propria individuale debolezza caratteriale. Inoltre, nulla avrebbe impedito ai confessi di descriversi come dei cittadini redenti, nella speranza più o meno fondata, di poter ottenere dei vantaggi processuali. Il dichiararsi antisemiti, al di là della prevedibile riprovazione generale che questa ammissione avrebbe suscitato, poteva essere dunque una scorciatoia percorribile, e se tutto questo non avvenne fu forse perché le motivazioni personali addotte durante gli interrogatori furono in questo senso veritiere, al punto da lasciare solo uno spazio relativamente ridotto alla spinta ideologica, nei percorsi mentali dei poliziotti che parteciparono all’eccidio di Jozefòw.
Al di là dello specifico esempio rappresentato da Polizei-Bataillon 101, è plausibile che le medesime dinamiche comportamentali possano essersi ripetute su scala più generale, anche all'interno di altri reparti di polizia che parteciparono ad eccidi brutali, ma per i quali non sono disponibili analisi dettagliate. È possibile infatti, che di fronte al riproporsi di analoghe condizioni ambientali, ed a patto di mantenere omogenei i parametri-base, del tutto simili possano essere state anche le reazioni dei soggetti chiamati in causa.
L’appartenenza ad un comunità chiusa, nel caso dei battaglioni di polizia, sarebbe stata quindi una spinta motivazionale particolarmente forte, paradossalmente in grado di suscitare sensazioni di colpa non tra coloro che avevano partecipato ad un eccidio, bensì in quelli che se ne erano sottratti e che con il loro comportamento avevano gravato i colleghi di un fardello non dovuto. Si assiste, in tutto ciò, ad un vero e proprio rovesciamento dell’etica, all’insorgere di un concetto morale distorto: infatti, si accettava di partecipare ad un’esecuzione non già perché fosse considerato giusto – cosa che sarebbe avvenuta in caso di motivazione ideologica – bensì perché lo si considerava necessario. E se anche un’azione poteva apparire riprovevole era certo più tollerabile se poteva essere condivisa dall’intera comunità. Nel reparto si potevano trovare la solidarietà dei compagni e l’opportunità di allontanare il peso delle orride visioni di morte che popolavano le spedizioni genocide, ma si ricevevano anche gli impulsi per rinnovare questa spirale mortifera.
La comunità diventava quindi uno scudo, un ambiente gemütlich nel quale rifugiarsi dopo un’esecuzione, ritrovandosi a consumare alcool con i propri commilitoni ed eventualmente a scherzare con becero umorismo, certi di sentirsi fra dei pari destino; allo stesso tempo, più gli eventi venivano vissuti e condivisi tanto più la comunità diventava la peggior nemica di sé stessa. Giorno dopo giorno, esecuzione dopo esecuzione, una realtà oggettivamente distorta si sfumava in ordinaria, mentre l’etica sovvertita, proprio per il perdurare della sovversione, finiva per essere accettata, con la sola differenza di un limite morale spostato un po’ più avanti.

7. CONTESTI E CAUSE
Paragonato ad altri eccidi in Unione Sovietica, già perpetrati o in divenire, quello di Minsk del 1° settembre 1941 appare di una magnitudo relativamente limitata: 914 vittime, buona parte delle quali (circa il 93%) maschi di età compresa tra i 15 ed i 60 anni – vale a dire appartenenti ad una categoria potenzialmente in grado di condurre offesa – ed il rimanente donne, arrestate perché apparentemente sorprese senza la Judensterne e quindi colpevoli di una mancanza ai regolamenti imposti dagli occupanti (61). Tutto questo potrebbe far pensare ad un eccidio mirato e selettivo, in qualche modo basato su pretesti spendibili più o meno occasionali e quindi scarsamente inquinato da motivazioni ideologiche e/o razziali. In realtà, la situazione fu ben diversa, sia sotto l'aspetto contestuale che causale.
 
Visto in senso contestuale quello che emerge, nel caso di Minsk, è un quadro di genocidio incombente, per molti versi sperimentale ed assimilabile alle azioni perpetrate in quelle stesse settimane a Bialystok (12 luglio) ed a Brest Litowsk (13 luglio) in seguito alle ispezioni effettuate in varie località del fronte orientale da parte dei più alti vertici di SS e polizia e non solo.
  von dem bach minsk  1943
  Von dem Bach a Minsk, 1943
A Minsk infatti, oltre a Daluege e von dem Bach erano presenti alla cerimonia di trasferimento dei poteri, dalle autorità militari a quelle civili, anche il Reichkommissar Lohse, il Gen. von Schenckendorff, il Generalkommissar Kube ed il BdO “Ostland” Jedicke (62). Ed è un fatto che nell’estate 1941 una presenza contemporanea di leaders – ancorchè caratterizzati da differenti gradi di approccio ideologico – in una località appena conquistata, abbia avuto come conseguenza l'esecuzione di eccidi brutali ai danni della popolazione ebraica: così avvenne infatti a Bialystok, a Brest Litowsk, a Mogilev e, per l'appunto, a Minsk. In un certo qual modo era come se la leadership, attraverso la sua presenza fisica, avesse voluto verificare sul campo la fattibilità del percorso sterminazionista e quindi fissare dei punti di non-ritorno, sostanzialmente dei capisaldi del genocidio attorno ai quali poi sviluppare, con modalità, tempi ed intensità differenti a seconda delle situazioni locali, le successive fasi annientatrici. Lo stesso Himmler, nella sua visita a Minsk di metà agosto 1941 volle spendere parte del suo tempo assistendo de visu ad un certo numero di esecuzioni e valutando la fattibilità dei vari metodi di uccisione, con una tempistica presenza/stragi talmente ravvicinata da rendere evidente il nesso di causalità (63).
Relativamente a Minsk, in quanto capitale, era la maggiore tra le città sovietiche cadute fino a quel momento in mano nazista e comprendeva una vasta minoranza ebraica della quale non sarebbe stato facile sbarazzarsi in tempi brevi (né forse era opportuno farlo, almeno nella prima fase), anche perché immersa in una maggioranza non-ebraica in buona parte ostile o dubbiosa nei confronti dei nuovi dominatori, e solo minoritariamente favorevole ad essi. Sarebbe quindi occorso del tempo per arrivare al completo genocidio, nonché scelte ponderate al fine di evitare effetti controproducenti. Ciò nonostante, dal punto di vista nazista, un segnale di indirizzo occoreva darlo, tale da poter essere recepito dagli eterogenei protagonisti, attivi e passivi, della dinamica genocida; un segnale utile a marcare il punto raggiunto e ad inquadrare le tappe successive lungo la strada della Soluzione finale. In buona sostanza, tempo occorreva alle autorità decisionali, per oliare e sincronizzare i meccanismi della distruzione ed eventualmente anche per riempire, con gli imminenti arrivi di ebrei dal Reich, il vuoto lasciato da coloro che sarebbero stati sterminati per primi (64). A quel punto, una volta stabiliti gli obiettivi generali a livello di leadership centrale, sarebbe spettato ai potentati locali concretizzarli sul piano pratico, nei tempi e nei modi ritenuti più opportuni e sulla base delle esperienze circoscritte, fatte fino a quel momento.
In particolare, nelle remote regioni dell'est a fornire il loro contributo sarebbero stati gli elementi più esterni del circuito genocida, vale a dire le amministrazioni locali collaborazioniste ed i reparti ausiliari, nonché il livello ad essi immediatamente superiore, rappresentato dalle strutture tedesche dell'occupazione, civili e militari, e da tutti quei reparti perpetratori – quali le truppe di polizia ed alcune unità delle Waffen-SS e della Wehrmacht – che avevano seguito, si stavano affiancando ed in parte anche sostituendo all'avanguardia incardinata sugli Einsatzgruppen, giunti oramai al limite estremo della loro missione (65).
In tal senso, non fu la presenza di nuovi reparti più o meno ideologizzati ad alimentare la spirale genocida, bensì il suo contrario, ossia fu l'ampliamento in corso d'opera, dell'orizzonte genocida, a richiedere l'afflusso di nuovi reparti adatti allo scopo. In altri termini, così come in ogni buona gestione manageriale l'allocazione delle risorse è la conseguenza diretta di un disegno strategico, anche nel Progetto Genocidio la scelta di ampliare gli effetti della distruzione fu seguita dall'immissione nel sistema di nuove energie, in grado di fornire quell’ampia manovalanza distruttiva intrinsecamente mancante agli Einsatzgruppen ed indispensabile per trasferire l’idea del genocidio dal piano selettivo a quello sistemico (66).
Di questo grande progetto, l'eccidio di Minsk fu un tassello relativamente piccolo, utile tuttavia per completare quel modello di cultura del genocidio a cui unità diverse ed eterogenee strutture sarebbero state chiamate a dare il loro fattivo contributo di morte, almeno fino a quando non fossero stati introdotti metodi di sterminio più criminosamente razionali e meno impegnativi – per gli esecutori – dal punto di vista psicologico (67).
 
Viste in senso causale, le motivazioni di ordine a-ideologico, ovvero suggerite da problematiche oggettive, che potrebbero aver indotto all'azione di Minsk del 1° settembre 1941 appaiono alquanto deboli e speciose. La presunta necessità di procedere con l’eliminazione dei cosiddetti intellettuali – pretestuosamente indicati come potenziale fonte di pericolo – perde ogni valore nel caso dell’eccidio di Minsk del 1° settembre 1941: e questo semplicemente perché l’intera intellighenzia ebraica di Minsk era già stata sterminata o messa in condizioni di non nuocere, così come confermato dall’EM 32 del 24 luglio 1941 (68): tra questi vi erano molti ebrei, membri del Partito comunista bielorusso o soggetti comunque legati al vecchio regime, identificati ad uno ad uno nel campo di Drosdy e nella prigione centrale di Minsk e quindi fucilati subito dopo. Ad alcuni, evidentemente ritenuti non pericolosi, era stato consentito di sopravvivere rinchiusi nel ghetto mentre altri, che in qualche modo erano riusciti a sfuggire allo screening ideologico, si ritrovavano a doversi mimetizzare nella gran massa degli ebrei comuni, con pressochè nulle risorse e libertà di movimento. Di questi sparsi superstiti le autorità germaniche non potevano evidentemente avere cognizione precisa, in quanto persuase d'avere effettuato un’accurata investigazione dei sospetti, secondo le stesse parole riportate nell'EM 21 del 13 luglio 1941 (69). Il tutto, naturalmente, a meno di non volersi sostituire a Dio, parafrasando la Genesi ed annientando cinquanta innocenti per scovare un colpevole (70).
Piuttosto velleitario e circoscritto ad un ambito potenziale più che effettivo appare quindi il livello di pericolosità di coloro che, tra gli ebrei di Minsk, potevano effettivamente definirsi oppositori ideologici attivi. Alla vigilia di Barbarossa, su una popolazione censita in città di circa 239.000 anime, poco più di 8.000 erano gli iscritti al partito comunista, oltre a circa 23.000 giovani membri del Komsomol (71). Di questi, solo una parte erano ebrei, peraltro già decimati dagli eccidi di luglio. Gli stessi intellettuali erano stati sostanzialmente annientati, eccezion fatta per medici ed ingegneri ritenuti indispensabili, così che il movimento clandestino all'interno del ghetto – suddiviso in alcuni piccoli gruppi autonomi, sovrapposti tra di loro e del tutto ignari gli uni degli altri almeno fino all'autunno 1941 – si raccolse attorno a poche decine di lavoratori e studenti privi di mezzi e digiuni di dottrina operativa, caoticamente impegnati ad organizzare soprattutto evasioni verso le foreste attorno a Minsk, e quindi portati ad anteporre una strategia di sopravvivenza a qualsiasi iniziativa volta a danneggiare effettivamente i nazisti (72).
Il fatto di avere provveduto all’istituzione del ghetto facilitava poi enormemente il lavoro di controllo su tutti coloro che, a torto o a ragione, potevano essere considerati come possibili oppositori. Sebbene un muro di cinta non venne mai eretto attorno al ghetto di Minsk, bensì una semplice staccionata sorvegliata da pattuglie di guardia, che rimase relativamente permeabile, il fatto di avere riunito tutte le uova in un unico canestro, per di più identificate da un marchio inequivocabile, rendeva piuttosto semplice la circoscrizione del potenziale pericolo, nonché sradicava il fastidio di ritrovarsi con ebrei vagabondi nelle retrovie: difficile, quindi, attribuire la causa dell'eccidio del 1° settembre 1941 a ragioni di sicurezza, fossero anche preventive. L'eccidio colpì il ghetto di Minsk in un momento in cui i nuclei clandestini ebraici presenti al suo interno si trovavano ancora nel loro stadio embrionale, privi di coordinamento e del tutto isolati rispetto ai gruppi bielorussi presenti all'esterno (73).
A quel punto, se fosse stata effettivamente attuata in un'ottica contro-insurrezionale mirata, l'azione tedesca avrebbe avuto l'effetto di decapitare senza difficoltà la struttura resistenziale ebraica, cosa che invece non avvenne: fu nelle settimane successive infatti, che la rete clandestina all'interno del ghetto riuscì a svilupparsi e ad intessere contatti con l'esterno. Per tale motivo, il colpo del 1° settembre 1941 fu sferrato alla cieca, non già allo scopo di reprimere un pericolo percepito, bensì come semplice terrorismo ideologico.
Paradossalmente, il risultato ottenuto dai nazisti fu l'opposto di quello voluto. Molti giovani ebrei, che dopo l'istituzione del ghetto avevano ritenuto infatti di riuscire a sopravvivere comunque, sia pure in all'interno di un bantustan, messi di fronte al pericolo mortale rappresentato dalle azioni incombenti finirono per aderire ai gruppi clandestini, allo scopo di evadere verso i reparti partigiani operanti nella foresta. Fu uno stillicidio lento ed inarrestato, che danneggiò i tedeschi molto di più di un eventuale approccio a-ideologico al problema, ma del tutto conseguente alla politica coloniale applicata dai nazisti in Bielorussia, tanto arrogante quanto controproducente e tanto brutale quanto catastroficamente inefficace.
 
Perpetrato nella fase di transizione dal genocidio selettivo a quello sistemico ed indipendentemente dalla sua magnitudo e dalle motivazioni individuali, quello di Minsk fu un singolo fotogramma di progetto distruttivo in divenire, che di lì a poco si sarebbe manifestato in tutta la sua interezza.
Secondo le parole di Browning, «nei primi sei mesi della guerra contro l'Unione Sovietica furono messi alla prova i materiali e furono colte le occasioni di cui aveva parlato Heydrich nel discorso di Praga del 2 ottobre 1941» (74). Minsk, sotto questo punto di vista, fu un'occasione sfruttata, che tenne impegnati solo pochi poliziotti per alcune ore: risorse e tempi per procedere con l’assassinio di 914 civili ebrei.
Di certo, molto più tempo e molte più risorse sarebbero state necessarie per completare il genocidio di un popolo. Ma quel giorno, a Minsk, 1° settembre 1941, un piccolo passo era stato compiuto. Un percorso d’annientamento era stato tracciato.
 
NOTE 
(*) "Molte domande sono state poste, ma la montagna di colpevolezza non si è abbassata. Adesso, tutto ciò che rimane, non è solo scarsa memoria, ma sono grumi di cattiva coscienza". 
1 Kohl, pp. 78, 91, Gerlach, pp. 506-508.
2 Nell’area di Minsk erano o sarebbero stati attivati in tempi ravvicinati una decina tra campi di prigionia, di transito e di sterminio (Maly Trostenez): oltre a quelli menzionati c’erano infatti i centri di detenzione di Kolasstrasse, di Logoisker-Strasse, lo Stalag 352, la Güterbanhof ed il campo d’aviazione.
3 Epstein, p. 41.
4 I primi sussulti indipendentistici in Bielorussia si manifestarono nel febbraio 1917 nei giorni del crollo della monarchia zarista e proseguirono fino al novembre 1918, quando la resa della Germania imperiale privò il Comitato nazionale bielorusso dell'unico ambiguo supporto politico e militare sul quale poteva contare. Rimasto isolato, il governo bielorusso (Rada) nel frattempo insediatosi a Minsk fu travolto e costretto all'esilio dalla controffensiva bolscevica, a seguito della quale fu proclamata la Repubblica Socialista Sovietica di Bielorussia.
5 Epstein, p. 79.
6 Epstein, pp. 60, 297. Rapporto del Maj. Doven, Wehrmacht-Befehlshaber “Ostland”, al Reichkommissariat “Ostland”.
7 Sui pogrom di Kaunas e Boryslaw, si vedano i Capp. 6, § 2 e 12, § 3.
8 Epstein, pp. 80-81. I detenuti, così selezionati da kommandos dell’EGB, della GFP e probabilmente dell'EG zbV (TK “Bonifer”), venivano trasportati fino ad una cava nei pressi del campo e quindi fucilati. Curilla, pp. 463-464, Gerlach, pp. 507-508.
9 Gerlach Olocausto, p. 292, Gerlach, p. 913.
10 Sullo spopolamento delle città si veda ad esempio il caso di Mogilev, dove dei circa 110/113.000 abitanti presenti in città alla vigilia di Barbarossa, ne erano rimasti poco più di 10.000 nel giugno 1944, al momento del ritorno dell'Armata Rossa. Kohl, p. 142. Per maggiori dettagli si rimanda al Cap. 6.
11 Dean, p. 119.
12 Tec, p. 1025.
13 Gerlach, pp. 523-524, Kohl, pp. 246-247.
14 Verso l’inizio di luglio l’intera popolazione maschile di Minsk, tra i 15 (18) ed i 45 (50) anni era stata deportata nel campo di prigionia di Drosdy, circa cinque km a nord della città, per essere sottoposta ad uno screening ideologico, durante il quale tra gli ebrei – sia civili che prigionieri di guerra – furono selezionati circa 3.000 cosiddetti intellettuali, professionisti ed elementi di presunta fede comunista, ovvero membri dell’apparato sovietico. Epstein, pp. 80-81. I detenuti così selezionati da kommandos dell’EGB, della GFP e probabilmente del EG zbV (TK “Bonifer”), furono trasportati fino ad una cava nei pressi del campo e quindi fucilati. Curilla, pp. 463-464, Gerlach, pp. 507-508. Si veda l’EM 21 del 13 luglio 1941, che riporta l’avvenuta istituzione del campo e la liquidazione di 1.050 ebrei dopo accurata investigazione. Successivamente, secondo l’EM 32 del 24 luglio, «l’intera intellighenzia ebraica di Minsk era stata liquidata»: rapporto preceduto (22 luglio), da una comunicazione di Nebe all’Heeresgruppe “Mitte”, secondo il quale «a Minsk non esiste più alcuna intellighenzia ebraica (in Minsk gibt es keine jüdische Intelligenz mehr)». Gerlach, p. 509. Il campo di Drosdy fu svuotato entro il 19 luglio, dopo il trasferimento ad ovest dei prigionieri di guerra ed il rilascio (10-12 luglio) di buona parte dei civili bielorussi e degli ebrei sopravvissuti alle selezioni. I rimanenti detenuti – alcune migliaia di civili, compresi molti non-ebrei – furono trasferiti al campo di Masyukovshchina (Stalag 352).
15 Gerlach, p. 549.
16 Una di queste eccezioni fu l’eccidio di Bialystok del 27 giugno 1941, perpetrato esclusivamente da un battaglione dell’Ordnungspolizei. Si veda Cap. 1.
17 AVAK, p. 342, Longerich, p. 370. Gerlach, p. 228, identifica Koch come un comandante del SK 7c (già VK “Moskau”) dell’EGB. In effetti, non è chiaro quale fosse la posizione di Koch nel luglio 1941: tuttavia, se fu incaricato di coordinare l’azione nel ghetto di Minsk, è possibile che fosse stato un referente della sezione IV.B 4 dello stesso EGB, ovvero un ufficiale del SK 7b. Manfred Ziedler, Der Minsker Kriegsverbrechen Prozess vom Januar 1946, p. 228, lo indica come ufficiale in un Sonderkommando dell’EGB. Nato nel 1914, Koch cadde in prigionia sovietica al termine del conflitto e fu processato a Minsk assieme ad altri 17 imputati, tra il 15 ed il 19 gennaio 1946. Condannato a morte, fu giustiziato il 30 gennaio 1946.
18 Questo massacro, che vide coinvolti i Polizei-Bataillone 316 e 322, aveva seguito di pochi giorni quello della sinagoga, perpetrato il 27 giugno dal Polizei-Bataillon 309.
19 Curilla, p. 556. LG Friburg I AK 1/63 del 12.7.1963.
20 AVAK, p. 342, Breitman, p. 50, Curilla, p. 555, Klee/Dressen/Riess, p. 28, Klemp, p. 291.
21 AVAK, p. 342, Breitman, p. 50.
22 Curilla, p. 556, Langerbein, p. 141.
23 Breitman, p. 50.
24 Langerbein, p. 141. Uhl avrebbe chiesto a Nagel di potersi allontanare dalle fosse, ma ottenne il permesso solo una trentina di minuti dopo l’inizio delle esecuzioni. LG Friburg I AK 1/63 del 12.7.1963.
25 Curilla, p. 556, Langerbein, p. 141.
26 Klee/Dressen/Riess, pp. 28-29. KTB 3/322, 1.9.41. Curilla, p. 557.
27 EM 92 del 23 settembre 1941, Curilla, p. 557, Longerich, pp. 370, 683. Non è chiaro se in questo totale di 2.278 vittime siano comprese anche le 914 del 1° settembre: è tuttavia plausibile che essendo stata questa azione di sola pertinenza dell'Ordnungspolizei, la cifra riportata dall’EM 92 possa riferirsi al carico di vittime prodotte unicamente dall'EK 8 nel corso del suo specifico intervento.
28 In ZStL: 202 AR-Z 6/65 Bd. II, Bl. 391ff del 19.9.1965. AVAK, pp. 344, 379. Relativamente alle fucilazioni, Longerich, p. 683, cita anche la testimonianza di un altro poliziotto, Alois Fischer, rilasciata alla ZStL il 27.10.1965.
29 Klee/Dressen/Riess, pp. 28-29.
30 Ibid. KTB 3/322 del 31.8.1941, 15:00. «Durchführung einer Judenaktion im Ghetto der Stadt Minsk. Die 9.Kompanie übernahm die äussere Absperrung, während die 7 Kompanie, NSKK Kompanie und der SD, die durchsuchung vornahmen. Es wurden alle Juden im Alter von 15 bis 60 Jahren festgenommen. Darüber hinaus alle Jüdinnen, die nicht den vorgeschriebenen gelben Fleck and ihren Bekleidung trugen. Ingesamt wurden festgenommen und ins Polizei Gefängnis überführt: 916 Juden beiderlei Geschlechts».
31 Ibid. KTB 3/322 del 1.9.1941, 05:30. «Durchführung der Execution der am Vortage festgenommen Juden etwa 10 km ostwärts Minsk, nördlich der Autobahn Minsk-Smolensk-Moskau. Es wurden 3 Executionskommandos gestellt. Das Kommando der 9 Kompanie erschoss ingesamt 330 Juden (davon 40 Jüdinnen)».
32 Alfred Aedtner: An Ort und Stelle erschossen. Der Spiegel 44/1986, pp. 76-99.
33 Si veda anche Klemp, pp. 292-294, che riprende sostanzialmente la parte giuridica dell’articolo di Aedtner, nonchè AVAK, pp. 362-366.
34 Aedtner, p. 81, AVAK, pp. 352, 382.
35 Langerbein, pp. 140-141.
36 AVAK, pp. 352, 382, Langerbein, pp. 129-130, Liechtenstein, pp. 60-61.
37 Langerbein, p. 141.
38 AVAK, pp. 352-353, 382. Rapporto del 35 SS-Standarte all’SS-Abschnitt XI-XVIII del 24 marzo 1933.
39 Langerbein, p. 143.
40 AVAK, pp. 352-353, 382.
41 Ibid., pp. 352, 382.
42 Ibid., pp. 352-353, 382, Aedtner, p. 76, Liechtenstein, p. 61, Langerbein, p. 132.
43 Langerbein, pp. 141-142. Sull'eccidio di Mogilev e sul ruolo degli ausiliari ucraini, si veda il § 6.5.
44 Ibid., pp. 141-142.
45 Liechtenstein, p. 61.
46 Langerbein, p. 143.
47 Aedtner, p. 78. L'arresto di Nagel fu eseguito da Aedtner e da due altri suoi colleghi. Il giorno successivo, su decisione del procuratore di Stoccarda, il soggetto fu rimesso in libertà dietro versamento di una cauzione di 2.000 DM.
48 Ibid., pp. 80-81. Dopo aver trascorso quattro anni in prigionia sovietica, una volta rilasciato e tornato in Germania, Hülsemann riprese servizio di polizia presso il Ministero degli interni del Nordrhein-Westfalen. Lichtenstein, p. 61.
49 AVAK, pp. 354-355. L'inconsistenza furbesca delle argomentazioni di Nagel è dimostrata dal comportamento del Maj. Heinrich Hannibal, comandante del Polizei-Bataillon 303 il quale a Vinnitsa, in una situazione analoga, aveva rifiutato l'utilizzo dei suoi uomini nei plotoni d'esecuzione, sostenendo per questo un violento diverbio con Jeckeln, senza peraltro subire delle ritorsioni.
50 Aedtner, p. 84.
51 AVAK, p. 353: «Ich erinnere mich eines Besuches von General der Polizei aluege bei mir im Gefangenlager in Bialystok, bei dem ich um eine Verwendung bei einem Fronttruppenteil nachsuchte und mit der Begrünung, dass ich mit dem Einsatz und Aufgabengebiet, wie er meinem Bataillon zugewiesen sei, mit meinem soldatischen Empfinden im Widerspruch stände. Als Entgegnung musste ich eine Rüge in Empfang nehmen, dergestalt, dass mir aluege kategorisch erklärte, dass er von seinen Offizieren und Polizeisoldaten erwartet, dass sie die ihnen übertragenen Befehle bedingungslos ausführten, an die sie sich durch ihren Eid gebunden fühlten».
52 Ibid., p. 354: «Schon damals habe ich die gegen die Juden durchgeführte Ausrottungsmaßnahme als nicht richtig angesehen, weil ich mir sagte, man kann doch niemand erschießen, nur deshalb, weil er Jude ist, also einer bestimmten Rasse angehört. Ich darf jedoch daraufhinweisen, daß damals propagiert wurde, die Juden seien an unserem Unglück schuld und die Juden seien verantwortlich für den Krieg. Ich habe mich jedoch nicht irgendwie belastet gefühlt, weil die Maßnahmen schließlich von der Staatsführung angeordnet waren und ich davon ausging, daß diese Staatsführung eben auch die Verantwortung für die Maßnahmen zu tragen habe [...]. Als Beamter und Staatsdiener war ich zu unbedingten Gehorsam und z. Treue gegenüber Regierung und Verfassung erzogen. Schliesslich hatten wir alle einen Diensteid geleistet, dar uns verpflichtete. Ich kannte demgemäss nicht anderes, als den Anordnungen und Befehlen der jeweiligen Regierung zu gehorchen. Deshalb habe ich auch nicht versucht, mich um die Ausführung von Befehlen, insbesondere um die Mirwirkung beziehungsweise Anwesenheit bei Erschiessungen zu druecken, zu umgehen oder schliesslich regelrecht zu verweigern».
53 Ibid., p. 356: «Er (Jörcke) machte uns eindringlichst darauf aufmerksam, dass die Befehle hundertprozentig und bedingungslos zu erfuellen seien, weil jede Befehls-verweigerung unnachsichtlich nach sich ziehe, dass der Mann vor das SS- und Polizeigericht gestellt werde, wo er zweifellos mit der Todesstrafe zu rechnen habe».
54 Ibid., pp. 358, 384: «Es haben sich manchmal Kameraden geweigert, an Erschiessungen teilzunehmen. Darunter war auch ich einige Male. So wie man mir nichts tat, von der Fuehrung aus, so ging es auch anderen Befehlsverweigerern, wir wurden eben anders eingeteilt. Es wurde also nicht mit irgendwelchen Strafmassnahmen gedroht, schon gar nicht mir Erschiessungen». E. Sch. era capo plotone nella 3/322.
55 Ibid., p. 360: «Soweit mir bekannt ist, habe sich vorerst zu den Erschiessungen keine Kompanienangehörigen freiwillig gemeldet. Hingegen muss ich sagen, dass es einzelne Kompanienangehörigen gegeben hat, die von einer Art Blutrausch erfasst waren. Ich führe das aber nicht darauf zurück, dass sie sich an den Erschiessungen ergötzten, sondern vielmehr darauf, dass es bei solchen Aktionen immer etwas zu organisieren gab, was von diesen Leuten dann ausgenützt wurde».
56 Aedtner, p. 85, Westermann, p. 236, Kwiet, p. 87.
57 Klemp Ermittelt, pp. 54-57, Westberg, p. 81, Curilla, p. 935. Il Maj. Hannibal raggiunse l‘apice della sua carriera militare con il grado di SS-Brigadeführer und Generalmajor der Polizei, al comando di un Kampfgruppe in Prussia Orientale nel gennaio 1945. Morì ad Amburgo nel 1971, all‘età di 82 anni.
58 Si veda ad esempio il § 1.6, Paradigmi ed archetipi, il § 8.6, Obiettivo Genocidio ed il § 13.8, Il tocco di Mida.
59 In particolare Edward B. Westermann: Hitler’s Police Bataillons. Einforcing Racial War in the East, Lawrence, 2005.
60 Si veda ad esempio il caso dei poliziotti di Wilhelmshaven e Rendsburg aggregati al Polizei-Bataillon 101 di Amburgo, per non parlare dei lussmburghesi assegnati al medesimo battaglione. Browning, p. 44.
61 Va sottolineato come questa mancanza fosse avvenuta all'interno delle abitazioni delle donne arrestate e non in un luogo pubblico, a dimostrazione di quanto fossero pretestuose le motivazioni di coloro che eseguirono gli arresti.
62 Gerlach, p. 568.
63 Browning Origini, pp. 294-295, 323-324, 364-365.
64 I primi ebrei dal Reich cominciarono ad arrivare a Minsk tra l'8 ed il 28 novembre 1941. Per fare loro spazio, tra il 7 e il 20 novembre furono fucilati circa 11.000 ebrei locali. Browning Orgini, pp. 316, 402-403.
65 Sulla struttura multilivello del sistema totalitario nazista, si veda il § 8.6.1, Sfera.
66 Per approfondimenti su taluni aspetti delle dinamiche genocide, si veda il § 8.6, Obiettivo Genocidio. Anche Browning Origini, p. 241.
67 Si veda ad esempio, il discorso del Gen.Maj. Retzlaff, IdO “Wien”, alla vigilia della partenza da Vienna del Polizei-Bataillon 322 (6 giugno 1941): «ogni uomo del battaglione deve essere consapevole di doversi comportare con la gente slava come un membro della razza padrona, dimostrando di essere un vero tedesco (daß sich jeder vom Bataillon bewußt sein soll, den slawischen Völkern gegenüber als Herrenmensch aufzutreten und zu zeigen, daß er Deutscher sei)» Aedtner, p. 89. Browning Origini, p. 244 Anche Westermann, p. 2, Curilla, p. 546, Kwiet, pp. 78-79, Breitman, p. 45.
68 Si veda nota nr. 345.
69 «L'Einsatzgruppe ricevette l'ordine di passare il campo al setaccio, assieme alla Geheime Feldpolizei. Furono lasciati liberi di andare solo coloro furono in grado di dimostrarsi estranei ad ogni imputazione e che non erano in alcun modo impicati né dal punto di vista politico né da quello criminale. Tutti gli altri, trattenuti nel campo, furono sottoposti ad attenta investigazione. Conseguentemente, furono liquidati 1.050 ebrei. Altri vengono giustiziati quotidianamente». EM 21, 13 luglio 1941, EGB, Minsk.
70 Libro della Genesi 18, 22-32.
71 Epstein, p. 110. Secondo l'autrice, la grande maggioranza dei membri del Komsomol non prese parte alla resistenza attiva, ma cercò di passare il più possibile inosservata agli occhi dei tedeschi.
72 Ibid., pp. 110 e segg. A parte le evasioni dal ghetto, i gruppi clandestini riuscirono a sviluppare alcune iniziative propagandistiche, perlopiù basate su volantinaggio, ascolto della radio sovietica e prese di contatto con i gruppi partigiani bielorussi attivi al di fuori del ghetto. All'apice della sua espansione la rete clandestina ebraica all'interno del ghetto di Minsk raggiunse forse i 450 membri permanenti, suddivisi in gruppi di dieci.
73 Il coordinamento tra i gruppi clandestini presenti all'interno del ghetto fu stabilito nel corso di ottobre 1941, mentre i primi contatti tra il ghetto e la città furono intessuti da alcuni giovani ebrei solo tra il tardo ottobre e l'inizio di novembre 1941. Epstein, pp. 114, 118.
74 Browning Origini, pp. 313, 318.
 
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0 #1 profile 2018-11-01 08:44
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