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ISOLAMENTO SOCIALE ED ESTRANEITA'
come dinamiche del Genocidio
 

 
A parte le dinamiche tipicamente storiche che portarono all'eccidio di Brest Litowsk, vale la pena accennare ad alcune causali di tipo psicosociale incluse in due assi del modello quadripolare (autocostruzione dell'identità dei perpetratori e percezione delle vittime come l'«altro») proposto da James Waller quale possibile spiegazione delle origini ordinarie di un male straordinario (1).
La marginalizzazione sociale fu, probabilmente, una di queste causali tuttavia intesa, nel nostro caso, in unsenso paradossalmente rovesciato.
È piuttosto noto infatti, come la marginalizzazione sociale, progressivamente imposta attaverso la Judenpolitik alle comunità ebraiche a partire dal 1933 in Germania e dal settembre 1939 nei territori occupati, nonchè l'oggettivo isolamento anche fisico in cui vennero a trovarsi i cittadini israeliti del Reich, accantonati come corpi estranei da buona parte dei membri della cosiddetta società ariana, siano stati due presupposti fondamentali verso il passaggio alla Vernichtungspolitik (2).
È paradossale invece, come dinamiche per certi versi analoghe abbiano finito per coinvolgere – sebbene su piani etici ed oggettivi ovviamente differenti – anche molti reparti della Polizia d'Ordine i quali, trasferiti dalle loro sedi nei Reich ai territori dell'est, si trovarono ad operare in un contesto tattico e sociale profondamente modificato dal conflitto in corso.
Non si tratta ovviamente, di azzardare osceni parallelismi tra vittime e carnefici, bensì di identificare alcuni dei meccanismi che vicendevolmente amplificatisi, contribuirono a formare una devastante sinergia genocida.
 
Dein Freund, dein Helfer
  freund helfers
   
Si consideri in particolare l'habitat sociale nel quale si trovavano immersi nell'immediato anteguerra e nelle fasi iniziali del conflitto, i reparti della Polizia d'Ordine, sia accasermati che territoriali.
A differenza delle strutture del regime più direttamente legate al partito – in particolare la Sipo-SD – i funzionari dei battaglioni di polizia, così come gli agenti dei commissariati urbani, non disponevano ancora – a parte diversi immancabili casi individuali – di una caratura politica sufficiente a renderli dei veri guerrieri dell'ideologia, vale a dire degli individui particolarmente indottrinati, bensì appartenevano ancora, nella loro maggioranza, a quella categoria che Browning identifica come uomini comuni, che rappresentava la trasposizione, in ambito militaresco, degli schemi sociali, ideologici e comportamentali normalmente diffusi nella società civile tedesca dell'immediato anteguerra. In tal senso, il funzionario medio dell'Ordnungspolizei finiva per rispecchiare il cittadino medio tedesco, con i suoi vizi e le sue virtù, con i suoi suoi pregi ed i suoi difetti.
Tale reciproca identificazione era solo un primo passo, la prima ed immediata conseguenza del più vasto sforzo del regime volto a riorganizzare radicalmente la Polizia d'Ordine, non solo dal punto di vista strutturale del contenitore – impresa relativamente facile che fu possibile portare a termine con successo tra il 1936 ed il 1939 –, ma anche e soprattutto dei contenuti, attraverso la trasformazione genetica dell'Ordnungspolizei da entità statuale intrinsecamente apolitica a strumento politico tout court a disposizione del regime. Per ottenere questo risultato furono individuate due aree di intervento a medio/lungo termine, che passavano attraverso una doppia opera di fidelizzazione: quella politico-ideologica del personale da una parte, e quella sociale nei confronti dei cittadini dall'altra, entrambe funzionali ai desiderata del regime medesimo.
Così, mentre l'auspicata fidelizzazione politico-ideologica del personale ai vari livelli rappresentava il giunto di tenuta tra la Polizia d'Ordine ed il regime, muovendosi per forza di cose con i tempi più lunghi dell'indottrinamento individuale (Weltanschauliche Erziehung), la più rapida fidelizzazione sociale diventava lo speculare l'anello di congiunzione tra la stessa Polizia d'Ordine ed il popolo, nonché il presupposto essenziale al fine di potere chiudere il cerchio, adattando il popolo agli schemi del regime.
   wien 20-3-1938mod
   
In questo ordine chiuso l'Ordnungspolizei diventava un sistema centrale di trasmissione tra il regime ed il popolo: un sistema che poteva essere punitivo/repressivo in caso di approccio ostile e/o negativo del cittadino nei confronti del regime, ovvero premiativo/socialeggiante, in caso contrario, con la prima variabile applicata evidentemente alle frange marginali degli asociali, dei disadattati e dei non allineati, da punire e da cui prendere le debite distanze e la seconda variabile associata invece al bravo cittadino, ordinato e volenteroso, da premiare ed in cui potersi riconoscere.
Attraverso una fidelizzazione sociale positiva di questo tipo, riassumibile nel progetto Freund und Helfer – potente strumento di vero e proprio marketing politico, più che astratto slogan ideologico – i poliziotti potevano essere percepiti dalla popolazione – e tali verosimilmente essi stessi si consideravano – come custodi dello Stato (e non tanto del regime) in qualità di cittadini in uniforme: vale a dire, tutori dell'ordine, del benessere e della sicurezza collettivi, a cui rivolgersi non solo con il deferente timore comunque dovuto ai rappresentanti dell'autorità esecutiva, ma anche con la serena fiducia riservata a degli amichevoli membri della comunità (Freund), solidamente e solidarmente a disposizione di tutti, per qualsiasi necessita (Helfer). Questo meccanismo rafforzava, nel poliziotto, la rassicurante convinzione di lavorare per i propri concittadini, da cui otteneva adeguato apprezzamento e rispetto, e nel frattempo consentiva agli Ordnungspolizisten di differenziarsi dai loro colleghi della Polizia di Sicurezza: da una parte gli aiutanti, dall'altra i repressori, il guanto di velluto ed il pugno di ferro, il poliziotto buono ed il poliziotto cattivo.
Il tentativo, da parte del regime nazista, di riordinare l'Ordnungpolizei collegandola al popolo per i propri fini strumentali, stava insomma riuscendo, tanto che a beneficiare di questa popolarizzazione non furono solo i funzionari della Schupo e della gendarmeria che maggiormente operavano a contatto con i cittadini in virtù del loro ruolo operativo, ma anche i membri delle centurie mobili urbane che vivevano chiusi nelle loro caserme, la cui integrazione nelle comunità presso le quali prestavano servizio venne di fatto favorita dal reclutamento ordinato su base locale, che consentiva al poliziotto di una compagnia accasermata di rimanere distaccato nella propria città di origine, o quantomeno non lontano da essa.
In un tale contesto non poteva essere quindi percepito dai poliziotti alcun senso di estraneità rispetto alla popolazione civile, neppure dopo che nel giugno 1936 fu decisa da Berlino la razionalizzazione e centralizzazione delle varie polizie regionali: un evento strutturale che avrebbe potuto facilmente portare, qualora fosse stato mal gestito, ad una specie di isolamento castale, simile a quello che permeava taluni circoli della Wehrmacht molto legati alle tradizioni militari prussiane e conseguentemente piuttosto avulsi dal contesto sociale e civile. Al contrario, probabilmente come opzione strategica, l'Ordnungspolizei fu scelta per rappresentare ai cittadini il volto buono del regime, grazie ad un background popolare che affondava le sue radici non tanto nell'ideologia nazista, quanto piuttosto nel rigore germanico – Treue, Gehorsam, Disziplin, Vaterland. Questi concetti, familiari e tradizionali più che ideologici, furono confermati e rafforzati dopo l'inizio del conflitto, anche attraverso l'afflusso in polizia di migliaia di riservisti ultratrentenni, richiamati dalla vita civile: individui maturi e con famiglia, professionalmente stabili e tendenzialmente poco inclini a quei furori politici e giovanili che potevano eventualmente caratterizzare la generazione successiva, allevata nel pieno contesto ambientale nazista – Volk, Reich, Führer. In altre parole, gli Ordnungspolizisten aderivano perfettamente a quell'immagine sociale e para-ideologica che aveva reso l'Ordnungspolizei così simile, nell'immaginario collettivo, alle icone ritratte nei manifesti propagandistici emessi durante le annuali celebrazioni del Giorno della polizia tedesca (3).
Questa situazione rimase stabile fino al settembre 1939. Dopodichè, quasi come in una gigantesca dimostrazione sul campo della Teoria dell'identità sociale elaborata decenni dopo da Henri Tajfel (4), l'inizio del conflitto e l'invasione della Polonia cambiarono completamente le dinamiche relazionali tra quelle vere e proprie entità sociali (ingroups) che erano i battaglioni di polizia, ed i vari gruppi esterni (outgroups) con i quali cominciarono a confrontarsi nei nuovi territori occupati.
 
Keine Freund, keine Helfer
Il massiccio spiegamento in Polonia di battaglioni di polizia a partire dal settembre 1939, mise l'Ordnungspolizei di fronte ad una situazione pressochè inedita, ma propedeutica rispetto al suo coinvolgimento nel genocidio ebraico. In estrema sintesi, si assistette ad una parossistica valorizzazione del proprio gruppo di appartenenza – il battaglione – da parte dei poliziotti che lo costituivano e ad un conseguente esasperato confronto tra essi stessi e la realtà sociale circostante. In tal senso, alle macrocausali storiche e politiche che portarono al genocidio ed alle dinamiche situazionali di volta in volta differenti che si manifestarono sui vari campi di morte, si aggiunse una casistica di inediti eventi intergruppo, tra i singoli battaglioni ed un contesto esterno radicalmente diverso rispetto a quello, così familiare, che avevano lasciato in Germania.
   pb lemberg wikimedia bundesarchiv
   
L'oggettivo isolamento dei poliziotti rispetto all'ambiente che li circondava fu probabilmente uno dei numerosi impulsi che fornirono alimento alla spirale genocida, soprattutto in congiunzione con altri schemi – stereotipi, pregiudizi, modelli ideologici, condizionamenti culturali e religiosi ecc. – già presenti nel vissuto dei poliziotti medesimi, i quali, ritrovatisi lontani dalla conformistica realtà tedesca, si reputarono nelle condizioni di poter fare affidamento esclusivamente su loro stessi: una logica solo in parte corretta, che passava sia attraverso il rafforzamento dei legami interni di comunità (di reparto), attuato mediante un processo di autocategorizzazione, sia attraverso la svalutazione di tutto quello che rimaneva all'esterno del gruppo, grazie ad un confronto che (per molte ragioni) poteva essere solo discriminatorio. Tale processo si evolvette lungo tre fasi successive, agevolato da diversi fattori oggettivi.
Dal punto di vista dei poliziotti si trattava infatti di affrontare non solo le palesi differenze, anche esteriori, tra gli ebrei tedeschi occidentalizzati ed i cosiddetti Ostjuden – che inevitabilmente accentuavano quel senso di estraneità tra queste insolite comunità israelitiche e l'ariano comune che il poliziotto riteneva di rappresentare [ Fase di Incontro] – bensì di gestire anche una situazione in cui il reparto di polizia in quanto gruppo – e per estensione i singoli funzionari che ne facevano parte – non era più visto come un fattore di amicizia e sostegno (amico ed aiutante), bensì piuttosto come un ostile elemento di oppressione. Da membro effettivo di una comunità, apprezzato e rispettato, il poliziotto diventava quindi a sua volta un corpo estraneo inviso e temuto, accolto con diffidenza ed isolato in presidi difesi, con solo scarsi contatti con la popolazione civile a parte che per motivi di servizio, ed anche in questi casi tendenzialmente in un'ottica di repressione piuttosto che di ausilio.
In un tale contesto il reparto/gruppo diventava, per il poliziotto, la propria comunità morale, una rara isola di familiarità, sicurezza e svago (Gemütlichkeit), l'unico approdo sicuro in mezzo ad un mare slavo e giudaico perlopiù diffidente ed ostile e verso il quale a sua volta, ostilità e diffidenza egli ricambiava. L'approccio con la differenza,superficiale in quanto generato da una posizione di forza e quindi non meritevole di approfondimenti, non poteva andare oltre una rozza svalutazione dell'altro, direttamente proporzionale alla necessità di fare gruppo con i propri commilitoni, nonché ad una grossolana conferma degli abusati ma pervasivi stereotipi con i quali, soprattutto nei territori occupati dell'est, venivano categorizzati gli ebrei e gli slavi.
Da qui l'insinuarsi di una specie di mentalità d'assedio (paradossalmente speculare alla mentalità del ghetto che affliggeva gli ebrei (5) ), accentuata dalle scelte tattiche e dalle necessità militari, con conseguente insorgere di rapporti di rigida separazione tra i gruppi [Fase di Isolamento] nella fattispecie tra occupanti ed occupati – ovvero di impermeabilità dei primi nei confronti dei secondi, e relativa interruzione di quei meccanismi di empatia e conoscenza che in un contesto relazionale corretto e pacifico (e non solo pacificato) impediscono ad entrambi di considerarsi reciprocamente alieni. Una mentalità nella quale lo sgretolarsi dei limiti etici e morali comunemente accettati e rispettati fino a quel momento, appare non solo fattibile, ma anche del tutto probabile.
In un tale contesto avvelenato, tra il venire meno dell'originario rapporto di comunanza ideale tra il reparto ed il suo ambiente e l'opposto irrigidirsi delle relazioni tra occupante e occupato e relativa spirale di stereotipizzazioni, pregiudizi, reciproca diffidenza, rancori ed ostilità, il passaggio all'aperto conflitto tra i gruppi [Fase di Rottura] può risultare estremamente rapido: co ndizione questa nella quale, nel generale imbarbarirsi di una guerra brutale combattuta con i mezzi più cruenti, si finisce per giungere quasi inevitabilmente alla delegittimazione finale dell'avversario, visto non solo come un nemico da sconfiggere sulla base di fattori più o meno oggettivi – politici ed economici in primis –, ma anche e soprattutto come un vero e proprio abominio posto al di fuori da ogni comunità morale, da rimuovere con ogni mezzo attraverso un'opera di bonifica sociale: una bonifica che gli uomini comuni, nel contesto in cui si trovarono, riuscirono a perpetrare con relativa facilità, dopo aver superato la propria soglia morale attraverso un processo di spostamento in avanti e di adeguamento al conformismo tribale nel quale si trovavano immersi, un gradino dopo l'altro, con sempre maggiore docilità ed applicazione e con sempre minore resistenza (6). Fino alla definitiva apocalisse morale.
 
1 James Waller: Perpetrators of Genocide: An Explanatory Model of Extraordinary Human Evil. In Journal of Hate Studies, vol. 1, 2001.
2 Si veda ad esempio Bauman, p. 173 e segg .
3 Si veda Kenkmann/Spieker, Bildteil, soprattutto pp. 44-51.
4 Si veda Henri Tajfel: Human Groups and social categories. Studies in Social Psycology, Cambridge, 1981.
5 Si veda il § 8.6.4.
6 Si veda ad esempio, l'involuzione morale cui fu soggetto il riservista di polizia Hermann Gieschen, membro del Polizei-Bataillon 105, che nelle sue lettere alla moglie, nel breve spazio di poche settimane, passò dal sarcasmo dei primi giorni verso i superiori, all'iniziale pietà nei confronti degli ebrei che incontrava, all'anonima passività verso gli eventi che accadevano attorno a lui ed infine all'orgoglio per le azioni brutali di cui si rendeva protagonista. Ludwig Eiber: «... ein bißchen die Wahrheit» Briefe eines Bremer Kaufmann von seinen Einsatz beim Reserve-Polizeibataillon 105 in der Sowjetunion 1941.
 
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0 #1 profile 2018-11-02 17:10
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