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COMUNITA' CHIUSE E MICRODINAMICHE
contesto ambientale e vincoli "tribali"
nei battaglioni di polizia (*)
 

 
È già capitato di accennare nei paragrafi precedenti – ed avverrà ancora in quelli successivi – ad alcune dinamiche situazionali ed intergruppo, che contribuirono ad alimentare la tensione genocida, nello specifico caso dei battaglioni di polizia. Diamo ora un rapido sguardo alle dinamiche intragruppo.
 
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L'Ordnungspolizei tedesca trasse le proprie origini dalla grande riorganizzazione che a partire dalla metà degli anni Trenta aveva portato all’accentramento statuale delle diverse polizie locali e regionali ed alla nascita di un unico corpo nazionale di polizia: un percorso operativo ed ideologico già descritto efficacemente in pregevoli studi
. Tale riorganizzazione, che diede vita ad un’entità apparentemente monolitica, non intaccò tuttavia l'essenza primeva dei singoli reparti di polizia, che continuarono ad essere reclutati su base strettamente regionale. Soprattutto nei battaglioni della riserva infatti, il personale continuò a provenire dal medesimo ambito geografico, o tutt'al più da centri urbani limitrofi nel caso in cui una sola città non fosse stata in grado di fornire uno scaglione sufficiente.
Tale metodo, che per un verso poteva avere effetti devastanti su una singola comunità qualora un rovescio militare avesse provocato l’annientamento di un intero reparto, dall’altro lato favoriva il rinsaldarsi dei legami interni al battaglione, dato che uomini provenienti dal medesimo contesto ambientale tendevano a ricostruire la complessa trama di relazioni, abitudini ed anche contrasti, che avevano avuto durante la vita civile. Poteva accadere che contingenti di forestieri, che talvolta venivano aggregati a qualche battaglione al fine di completarne i ranghi, venissero guardati dai loro colleghi come degli estranei, ed anche se con il procedere del conflitto le varie differenze finirono inevitabilmente per livellarsi, una precisa identità localistica soprattutto a livello di compagnia, fu mantenuta per quanto possibile, perlomeno nel primo periodo e fintanto che il progressivo sopraggiungere di rimpiazzi a sèguito delle perdite subite non finì per diluire il tessuto originario.
Il risultato di un sistema strutturato a questo modo fu che vennero a crearsi delle vere e proprie comunità chiuse, delle isole di gemütlichkeit con consuetudini e regole non scritte, ma non per questo meno efficaci dal punto di vista del comportamento di un singolo individuo nei confronti del resto del gruppo. Al di là dell'ovvia disciplina militare, che spesso veniva imposta da ufficiali di reparto non necessariamente appartenenti alla stessa comunità, bensì forestieri, si producevano tra i ranghi delle microdinamiche particolarmente efficaci, alle quali non era facile sottrarsi.
Così, se il sopportare i comuni disagi, il condividere l’ordinarietà quotidiana ed il ritrovarsi nella medesima situazione sono tutti elementi utili a favorire l'instaurarsi di legami piuttosto solidi in una qualsiasi unità militare, nel caso dei reparti di polizia questi fattori venivano ulteriormente rafforzati dalla comune origine, nonché dalla prospettiva di potersi ritrovare, tra fortunati scampati al conflitto, una volta ritornati alla vita civile. In questo caso, il non essersi conformati alle regole del gruppo o l’avere mancato a qualche dovere o incarico – qualunque esso fosse – davanti ai propri colleghi e compaesani, significava in buona sostanza tradire il gruppo nell’immediato ed in prospettiva correre il rischio di essere considerati dei cattivi o non affidabili membri della comunità.
  
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In tal senso, sembra appropriato parlare di un vero e proprio vincolo tribale sviluppato nell’ambito di un reparto, soprattutto a livello di compagnia, in cui le mancanze di un singolo finivano inevitabilmente per ricadere sugli altri membri del gruppo, con conseguente rischio di isolamento sociale nei confronti del traditore. È del tutto evidente come in una situazione in cui i vincoli camerateschi risultavano essenziali per sopportare le asprezze di un conflitto senza regole, il sentirsi criticato dai propri compagni, il vedersi additato come il debole del gruppo, guardato male ed isolato, poteva risultare un disagio difficilmente sopportabile. Un esempio di tale dinamica la si ritrova nel caso dell’eccidio di Jozefòw, perpetrato dal Polizei-Bataillon 101 il 12 luglio 1942.
 
Nel suo lavoro sul Polizei-Bataillon 101, Browning spiega come circa l’80% dei membri del reparto avessero continuato a sparare fino al totale sterminio dei cira 1.500 ebrei di Jozefòw e come solo una dozzina di poliziotti (circa il 2%) avessero chiesto apertamente di poter essere esentati dalle fucilazioni prima dell’inizio del massacro. Tra i motivi principali di questa elevata partecipazione egli enuncia la spinta conformistica che avrebbe impedito a molti dei poliziotti di ritirarsi dalle esecuzioni perdendo la faccia di fronte ai propri colleghi. Pur spiegando quest’alta adesione con una sfumatura differente, Browning riferisce come le testimonianze rilasciate nel dopoguerra da diversi poliziotti coinvolti nell’eccidio si soffermassero invariabilmente sulla necessità del fare gruppo con i propri compagni e come, al contrario, mancasse ogni accenno di ideologia o di antisemitismo nelle motivazioni che essi adducevano per giustificare la loro partecipazione alla strage. È possibile che questa omissione riflettesse un generale tentativo degli indagati di alleviare la propria posizione personale nei confronti del procuratore che li stava interrogando e che pertanto ritenessero più conveniente per loro, descriversi come caratterialmente deboli, se non come dei codardi incapaci di resistere agli impulsi del gruppo, piuttosto che come individui razzisti e antisemiti. Tuttavia, è anche vero che ammettere di essere stati antisemiti in un’epoca in cui l’antisemitismo aveva avuto valore di dogma, significava innanzi tutto dichiararsi nulla più che dei conformisti, del tutto adeguati al contesto generale: cosa che, di riflesso, poteva anche aiutare ad annacquare la propria posizione ideologica in un oceano di situazioni analoghe. In linea di principio infatti, il riconoscersi correi di una colpa largamente condivisa con altri risulta più facile che ammettere pubblicamente una propria individuale debolezza caratteriale. Inoltre, nulla avrebbe impedito ai confessi di descriversi come dei cittadini redenti, nella speranza più o meno fondata, di poter ottenere dei vantaggi processuali. Il dichiararsi antisemiti, al di là della prevedibile riprovazione generale che questa ammissione avrebbe suscitato, poteva essere dunque una scorciatoia percorribile, e se tutto questo non avvenne fu forse perché le motivazioni personali addotte durante gli interrogatori furono in questo senso veritiere, al punto da lasciare solo uno spazio relativamente ridotto alla spinta ideologica, nei percorsi mentali dei poliziotti che parteciparono all’eccidio di Jozefòw.
 
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Al di là dello specifico esempio rappresentato da Polizei-Bataillon 101, è plausibile che le medesime dinamiche comportamentali possano essersi ripetute su scala più generale, anche all'interno di altri reparti di polizia che parteciparono ad eccidi brutali, ma per i quali non sono disponibili analisi dettagliate. È possibile infatti, che di fronte al riproporsi di analoghe condizioni ambientali, ed a patto di mantenere omogenei i parametri-base, del tutto simili possano essere state anche le reazioni dei soggetti chiamati in causa.
L’appartenenza ad un comunità chiusa, nel caso dei battaglioni di polizia, sarebbe stata quindi una spinta motivazionale particolarmente forte, paradossalmente in grado di suscitare sensazioni di colpa non tra coloro che avevano partecipato ad un eccidio, bensì in quelli che se ne erano sottratti e che con il loro comportamento avevano gravato i colleghi di un fardello non dovuto. Si assiste, in tutto ciò, ad un vero e proprio rovesciamento dell’etica, all’insorgere di un concetto morale distorto: infatti, si accettava di partecipare ad un’esecuzione non già perché fosse considerato giusto – cosa che sarebbe avvenuta in caso di motivazione ideologica – bensì perché lo si considerava necessario. E se anche un’azione poteva apparire riprovevole era certo più tollerabile se poteva essere condivisa dall’intera comunità. Nel reparto si potevano trovare la solidarietà dei compagni e l’opportunità di allontanare il peso delle orride visioni di morte che popolavano le spedizioni genocide, ma si ricevevano anche gli impulsi per rinnovare questa spirale mortifera.
La comunità diventava quindi uno scudo, un ambiente gemütlich nel quale rifugiarsi dopo un’esecuzione, ritrovandosi a consumare alcool con i propri commilitoni ed eventualmente a scherzare con becero umorismo, certi di sentirsi fra dei pari destino; allo stesso tempo, più gli eventi venivano vissuti e condivisi tanto più la comunità diventava la peggior nemica di sé stessa. Giorno dopo giorno, esecuzione dopo esecuzione, una realtà oggettivamente distorta si sfumava in ordinaria, mentre l’etica sovvertita, proprio per il perdurare della sovversione, finiva per essere accettata, con la sola differenza di un limite morale spostato un po’ più avanti.
 
 
(*) Il presente articolo è ottenuto dal paragrafo sei, capitolo cinque, di: "Ordnungspolizei. Ideological war and Genocide on the East front 1941-1942", by Massimo Arico.   

Commenti   

 
0 #1 profile 2018-11-02 15:42
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