Loewy, Hanno, Schoenberner, Gerhard:
"Unser einziger Weg ist Arbeit".
Das Getto in Lodz 1940-1944
 
 

stelline 4.5

 

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     loewy-schoenberner
 
 1990 Loecker Verlag
Vienna
288 pagine
"Unser einziger Weg ist Arbeit". Queste parole "la nostra unica possibilità è il lavoro", pronunciate da Mordechai Chaim Rumkowski – controverso presidente del Consiglio Ebraico del ghetto di Lodz – titolano questo lavoro di Lewy e Schoenberner: che si classifica come l’emanazione cartacea di un percorso tematico organizzato dallo Jüdische Museums Frankfurt am Main in collaborazione con lo Yad Vashem ed altre istituzioni.
Si tratta, va detto subito, di un lavoro straordinario ma, allo stesso tempo, drammaticamente oneroso da sostenere: una sequenza di immagini, testo e documenti che testimoniano la quotidianità e la disperata lotta per la vita di quello che fu il più grande ghetto ebraico d’Europa dopo quello di Varsavia, nonché quello che riuscì, in qualche modo, a sopravvivere più a lungo, pur tra le numerose deportazioni che lo "svuotavano" periodicamente dei suoi abitanti più vulnerabili.
E’ un lavoro difficile da sostenere, non tanto per la presenza di immagini crude o di effettiva violenza fisica – comparativamente poche – ma piuttosto per la drammatica illusione che si cela dietro le centinaia di foto – molte delle quali professionali ed a colori – che testimoniano la vita "ordinaria" degli abitanti del ghetto: le sequenze sul lavoro, alle macchine, nelle officine, nei laboratori, ai forni del pane, sulle strade, negli uffici dell’amministrazione ebraica; vi sono foto di persone apparentemente in buona salute, con abiti dignitosi, macchinari efficienti, strade ordinate, abitazioni non del tutto fatiscenti: tutte immagini modellate attorno a quello slogan "Unser einziger Weg ist Arbeit", con il quale Rumkoski volle governare la sua gente, fornendo ad essa – e probabilmente anche a sé stesso – l’illusione di poter sopravvivere all’inevitabile, di continuare ad avere una "normalità" fragile ed apparente, che invece poteva frantumarsi in qualsiasi momento: fotogrammi di vita reale alla quale gli abitanti erano disperatamente aggrappati ma, alla luce dei fatti, del tutto illusori.
Si, perché quello che Rumkowski riuscì ad organizzare, trasformando il ghetto in una sorta di enorme campo di lavoro nel tentativo di renderlo indispensabile, fu un tragico surrogato di realtà, la disperata pantomima di uno spaventoso Teatro dell’Assurdo, nel quale gli attori – gli abitanti – erano costretti ad interpretare loro stessi, nell’illusione di potersi sentire reali attraverso la finzione.
E sfogliando le pagine, dalle ordinate immagini a colori della prima parte del libro, si scivola inesorabilmente verso quelle della seconda parte, tutte in bianco e nero e desolate, spezzoni di una umanità sofferente e soverchiata dalle deportazioni. Folle incolonnate ai marciapiedi del treno, ai carri con i bagagli, dietro reti metalliche. Immagini che spezzano l’illusione.
La rappresentazione è finita, si torna alla realtà. "Signori si sale, prossima fermata Chelmno".
 

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