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"Partita doppia"
L'Ordnungspolizei
e la distruzione della comunità ebraica di Mogilev
ottobre 1941
 

 
 
Der Tod, den wir ihnen gaben,
war ein schöner, kurzer Tod 
 
Polizeisekretärs Walter Mattner, 5 ottobre 1941 (1)
 

 
1. INTRODUZIONE
Secondo il giornalista tedesco Paul Kohl, autore di un libro-reportage scritto al termine di un viaggio in Unione Sovietica nel 1985 (2), quasi un terzo degli abitanti di Mogilev – citta della Bielorussia orientale lungo il corso del Dnepr – non sopravvisse ai tre anni di occupazione tedesca: una percentuale drammaticamente elevata, in grado di produrre effetti devastanti su qualsiasi ecosistema sociale, nonchè coerente con i rilevamenti demografici disponibili, che riportano un indice di spopolamento medio di quasi il 60% annuo (3). Al totale dei decessi – ch'egli quantifica in circa 40.000, in gran parte causati da fucilazioni – si aggiunsero infatti 10.000 civili deportati ai lavori forzati in Germania, per la maggior parte giovani, nonché un numero imprecisato di fuggiaschi che seguirono l'Armata Rossa in ritirata nel luglio 1941, oppure che furono costretti in seguito ad abbandonare la città per cercare rifugio nelle campagne, dove almeno apparentemente vi erano maggiori possibilità di sopravvivenza. In generale quindi, dei circa 110/113.000 abitanti presenti a Mogilev alla vigilia di Barbarossa, al momento del ritorno dei sovietici, il 28 giugno 1944, se ne sarebbero contati poco più di 10.000 (4): tra costoro, sostanzialmente, non c'erano più ebrei.
La comunità ebraica di Mogilev, che nel 1939 contava infatti circa 19.700 abitanti, nei giorni dell'ingresso in città delle truppe tedesche si era già ridotta – per via dell'evacuazione al seguito dell'esercito sovietico – a circa 7.000 persone (5), 6.000 delle quali furono massacrate nel corso di due eccidi perpetrati il 2 ed il 19 ottobre 1941. Ulteriori vittime seguirono poi nelle settimane e mesi successivi, fino ad un annientamento pressochè totale, valutato ad almeno il 90% (6) e confermato anche dall'annuncio di una Mogilev praticamente Judenfrei, trionfalmente riferito dall'EM 133 del 14 novembre 1941.
Sulla base di tali dati si può quindi affermare che quella parte della comunità ebraica di Mogilev rimasta a subire il dominio nazista, contò perdite percentualmente quasi triple rispetto a quelle inflitte al resto della popolazione locale: un fatto, questo, piuttosto significativo, che dimostra ancora una volta l'esistenza implicita di una precisa volontà di annientameno tout-court di stampo brutalmente ideologico/razziale, posto al di là delle varie dinamiche situazionali che potevano talvolta fornire il pretesto per un eccidio e che a Mogilev semmai si affiancarono, ma certamente non sostituirono, quello che fu evidentemente un indirizzo strategico ordito ai massimi livelli delle gerarchie decisionali.
Il percorso posto alla base di questo successo, fu alquanto rapido e lineare.
 
 
Bundesarchiv Bild 101I-138-1091-29A2C Russland2C Mogilew2C Ansicht
Una veduta di Mogilev, nel 1941
 
 
2. SOTTO LA LENTE
Nel tardo luglio 1941, subito dopo l'ingresso della Wehrmacht a Mogilev (26 luglio) il corrispondente di guerra Rudolf Kessler, membro della Propagandakompanie 689 aggregata alla 15a Divisione di Fanteria, procedette alla ripresa filmica di alcuni spezzoni di pellicola, per complessivamente 104 fotogrammi, attualmente conservati al Bundesarchiv Berlin. Tali spezzoni, di ottima qualità, ritraevano membri della comunità ebraica in tre differenti contesti: l'allineamento, la marcia e le attività di una brigata di lavoro equipaggiata con badili e ramazze, impegnata nella raccolta di residuati bellici ed altro equipaggiamento militare abbandonato dai sovietici; la registrazione della popolazione da parte della Ortskommandantur; il trasferimento di alcune famiglie con le loro masserizie, da una parte all'altra della città (7). In questo set di fotogrammi, diversi dei quali volutamente studiati come inquadrature ed illuminazione, in modo da risultare quasi caricaturali e rispondenti alla stereotipata immagine dell'ebreo proposta dai film di propaganda del regime, sono visibili alcuni dettagli interessanti, tra cui la presenza di ausiliari non-tedeschi incaricati di sovrintendere la brigata da lavoro e quella di personale della Wehrmacht che ne utilizzava e cordinava i servigi, nonché l'incombenza di grandi  Magendavid già cucite o in fase di essere cucite sugli abiti dei lavoratori forzati ebrei.
Le inquadrature di Kessler rappresentano un reperto di notevole interesse, non tanto e non solo per il contenuto delle foto in sé, ma per il fatto che abbiano documentato, con abbondanza di primi piani e piani medi, gli ultimi istanti storici di una comunità destinata a scomparire nel giro di poche settimane, purtuttavia ancora ignara, in quei primi giorni dopo l'occupazione, del destino a cui sarebbe andata incontro.
In quelle immagini infatti, la prevalenza delle espressioni, sui volti degli ebrei costretti al lavoro, potrebbe definirsi di ansiosa attesa o di timorosa incertezza per il futuro, mentre in alcuni sembra di potersi scorgere un confuso sbigottimento o una sofferente rassegnazione. Non vi è invece quasi traccia, tranne forse in un caso, di quello che potrebbe leggersi come un sentimento di rabbia per le evidenti umiliazioni a cui i soggetti ritratti – in maggioranza uomini maturi ed anziani – venivano sottoposti. La derisione dei padroni verso le loro vittime, sembra infatti essere uno dei temi portanti, in particolar modo nello spezzone incentrato sul lavoro forzato, a sua volta formato da due diverse sequenze.
 
   Jews 11   Mogilev
   
Nella prima sequenza
, la lunga colonna degli ebrei, scarmigliati e sporchi, in abiti logori e dimessi, con le ramazze a spall'arm ed approssimativamente allineati in righe improvvisate, risulta essere una vera e propria parodia di un reparto militare inquadrato e marziale e sembra voler suggerire al pubblico spettatore, destinatario del filmato, un impietoso confronto con i giovani ed ordinati militari tedeschi, nelle loro uniformi pulite ed eleganti, che appaiono in talune delle medesime immagini. Attraverso un'operazione di sofisticata quanto subdola propaganda e senza indugiare su alcun episodio di aperta brutalità, il fotografo riesce quindi nell'intento di trasmettere il suo messaggio subliminale, basato sullo spietato confronto – evidentemente a senso unico – tra una massa di soggetti implicitamente tratteggiati come dei mentecatti diseredati, da osservarsi con curiosità e disgusto (Untermenschen) ed una élite di dominatori (Herrenvolk) di cui – ovviamente – anche lo spettatore fruitore di quelle immagini, avrebbe dovuto sentirsi – ed in effetti era – parte integrante: un'impostazione di contrasti e confronti che, evidentemente, riprendeva lo stilema narrativo di cui il virulento
lungometraggio der Ewige Jude, presentato solo pochi mesi prima in tutti i cinematografi del Reich, rappresentava la massima espressione possibile (8).
Nel lavoro di Kessler il tema dell'umiliazione raggiunge però il suo apice nella seconda sequenza, dove è ripreso un folto gruppo di ebrei intento a cucirsi sugli abiti delle grandi stelle di David. A parte la suggestione indotta, caricaturale e palesemente derisoria, di rappresentare un gruppo maschile impegnato in un compito tradizionalmente femminile come il cucito, quasi in un'ottica di depotenziamento del ruolo del maschio ebreo nell'immaginario collettivo dello spettatore ariano, quello che soprattutto colpisce, in queste specifiche immagini, è la scelta dei protagonisti: si tratta infatti di soggetti selezionati tra quelli con i tratti somatici più accentuati o contrassegnati da specificità fisiche – tra cui un evidente caso di dolicocefalia –, che associati alle inquadrature invariabilmente dall'alto verso il basso con evidente effetto di schiacciamento e deformazione della prospettiva, produce come risultato una sequenza di immagini artatamente grottesche, atte a suscitare nel pubblico a cui erano destinate, delle reazioni di stupore e repulsione fisica, coerenti con quella politica di deumanizzazione e marginalizzazione dell'ebreo, attuata dal regime già dalla fine del 1939 in Polonia, e propedeutica – in un'ottica suggerita di bonifica sociale – alla sua definitiva eliminazione fisica (9): eliminazione fisica che doveva quindi assumere un vero e proprio carattere salvifico nei confronti dell'intera umanità ariana, finalmente depurata, per dirla con Goebbles, dei suoi prodotti di scarto (10).
 
In tal senso, nello specifico caso di Mogilev, solo poche settimane sarebbero trascorse prima che dalla rappresentazione filmica del problema clinico costituito dagli ebrei locali, si passasse alla drastica risoluzione del medesimo attraverso un'eutanasia di massa.
 
3. PERSONAGGI...
Sebbene il processo che portò all'annientamento della comunità ebraica di Mogilev fu, in senso generale, piuttosto rapido e privo di ostacoli, le dinamiche tattiche che ne alimentarono la sequenza distruttiva rimangono ancora non del tutto definite; non è chiaro infatti da chi sia stata presa l'iniziativa di procedere con l'annientamento del ghetto: se sia stata cioè una scelta di Erich von dem Bach, nel suo ruolo di HSSPF, oppure del tandem Nebe/Bradfisch, quali leaders dell'EGC/EK8 a diretto contatto con Berlino. Il tutto, senza dimenticare le responsabilità delle autorità locali della Wehrmacht, relativamente alle loro specifiche competenze.
Quello che appare chiaro, al di là di tutto, è che a creare le condizioni per mettere in pratica i teoremi di annientamento più o meno astratti orditi a Berlino, contribuirono una serie di fattori, diversi fra di loro ma comunque sufficienti a raggiungere una massa critica esplosiva: una specie di devastante combinato disposto, formato ciascuno nel proprio ruolo, dal General der Infanterie z.V. Max von Schenckendorff come comandante delle retrovie nell'area “Centro” (Berück “Mitte”) [§ 6.3.1], dall'Obergruppenfüher Erich von dem Bach quale HSSPF “Mitte” [§ 6.3.2], ed infine da Otto Bradfisch comandante dell'Einsatzkommando 8 [§ 6.3.3]. Personaggi, questi, che per ragioni diverse si ritrovarono tutti e tre a Mogilev nell'ottobre 1941.
 
3.1 – Max von Schenckendorff, Berück “Mitte”
Nella tarda estate 1941, se da un lato non era stata ancora avviata la campagna di annientamento degli ebrei tedeschi – ed in tal senso non si era ancora aperta la fase finale del genocidio ebraico –, dall'altro lato era già in pieno svolgimento la distruzione totale dei cosiddetti Ostjuden : primo bersaglio di una progressione a cerchi concentrici che partita dalla periferia orientale dell'impero - l'Ucraina e la Bielorussia in particolare – avrebbe ben presto raggiunto il Baltico ed il Generalgovernatorato e quindi lo stesso Reich metropolitano.
Anche l'annientamento degli ebrei orientali comunque, era passato a sua volta attraverso rapide fasi successive, ciascuna coincidente con il superamento di una diversa e sempre più abbrutente soglia morale: l'ultima delle quali era stata lo sterminio in massa, a Kamenec Podolski, anche di donne e bambini, nel corso di quello che è considerato il primo massacro a cinque cifre della Soluzione finale, perpetrato su ordine di Jeckeln tra il 27 ed il 29 agosto 1941 (11).
La medesima soglia morale era stata oltrepassata subito dopo anche nell'Ostland, ad esempio con gli eccidi di Minsk (1° settembre) e Kaunas (28-29 ottobre) e con una serie di altre azioni di varia magnitudo, perpetrate un po' dovunque in Bielorussia, Lituania e Lettonia. Il doppio eccidio di Mogilev si innesta quindi in una sequenza già bene avviata e collaudata. Con una differenza. Mentre fino a quel momento gli eccidi di più vaste proprorzioni erano avvenuti per la maggior parte in aree sottomesse all'amministrazione civile, il massacro di Mogilev fu uno di quei casi in cui la distruzione di una intera comunità fu perpetrata in area di amministrazione militare – e non già nei giorni immediatamente successivi all'occupazione, magari con il pretesto di qualche rappresaglia (come fu sostenuto ad esempio per Babi Yar), bensì a freddo, molte settimane dopo l'ingresso delle truppe tedesche in città: vale a dire in una situazione oramai stabilizzata, al di fuori di qualsiasi emergenza concreta ed evidentemente con l'avallo di alte autorità della Wehrmacht, tra cui il Befehlshaber des Rückwartigen Heeresgebietes “Mitte”, von Schenckendorff insediatosi in città nel corso di agosto (12).
Le responsabilità della Wehrmacht nell'eccidio di Mogilev – così come avverrà per quello di Charkov qualche mese più tardi – appaiono quindi piuttosto evidenti, oltre che ispirate da una serie di ragioni o presunte tali (13):
 
- l'oggettiva carenza di rifornimenti alimentari con cui sostenere la popolazione bielorussa in città, sebbene questa questa fosse in rapido declino per la continua emigrazione verso le campagne circostanti;
- la mancanza di alloggi adeguati;
- la volontà di bloccare il contrabbando di prodotti alimentari attraverso i contadini della zona, per mezzo del quale la popolazione ebraica stava cercando di provvedere alla propria sussistenza;
- la preoccupazione per la sicurezza delle retrovie, in una fase in cui stava per essere avviata l'offensiva contro Mosca.
 
Tutte queste esigenze, ritenute imprescindibili nell'ottica della Wehrmacht, sarebbero state sufficienti a von Schenckendorff per accogliere con favore l'ordine di von dem Bach di procedere con l'annientamento della comunità ebraica, attraverso una prima azione prevista per il giorno 2 ottobre 1941.
 
3.2 – Erich von dem Bach, HSSPF “Mitte”
Vi sono due letture, relativamente alle dinamiche che portarono all'eccidio. Secondo una prima interpretazione degli eventi, sarebbe stato von dem Bach ad emanare l'ordine di distruzione della comunità ebraica di Mogilev (14), appena una settimana dopo l'istituzione del ghetto, avvenuta il 25 settembre. In tal senso è plausibile che l'idea dell'eccidio possa essere maturata molto prima della pubblicazione dell'ordine medesimo, e che la stessa attivazione del ghetto sia stata solo un espediente temporaneo. È possibile, pertanto, che a spingere von dem Bach verso questa decisione siano stati alcuni fattori collegati al suo ruolo di HSSPF.
In primo luogo, l'esigenza di non sfigurare con l'attivismo genocida del suo collega Jeckeln in Ucraina – molto più avanti di lui sulla strada della risoluzione del problema ebraico – potrebbe aver indotto von dem Bach a voler presentare ad Himmler – di cui si attendeva la visita in città per il 23 ottobre (15) – una Mogilev completamente degiudeizzata dagli eccidi del 2 e del 19 ottobre. Secondariamente, potrebbe aver influito su von dem Bach, per ragioni prettamente ideologiche, la volontà di eliminare completamente gli ebrei almeno dalla città divenuta sede del suo comando principale (16). In terzo luogo potrebbe aver giocato un ruolo la necessità, da parte di von dem Bach, di consolidare la propria posizione, utilizzando la questione ebraica come leva per contrastare ad armi pari la potente carta della questione partigiana messa in campo da von Schenckendorff. Sotto questo punto di vista, e visto anche il ruolo giocato nella Bielorussia occidentale dal duo militare Walter Braemer/Gustav von Bechtolsheim (rispettivamente Wehrmacht-Befehlshaber “Ostland” e comandante della 707a Divisione di Fanteria), il consolidamento della posizione di von dem Bach rispetto a von Schenckendorff nella Bielorussia orientale avrebbe significato un riequilibrio nel bilanciamento complessivo dei poteri, in quel momento troppo favorevole alla Wehrmacht in tutto il settore Russia Centro (17).
Pertanto, di fronte alla necessità di dover acquisire peso politico, è plausibile che von dem Bach possa aver ritenuto di dover sfruttare a proprio favore le pulsioni genocide che si erano andate teorizzando a Berlino, mettendole in pratica attraverso una campagna di degiudeizzazione di intere aree della Bielorussia orientale (18), in questo supportato dalla Sicherheitspolizei ed in particolare dall'Einsatzkommando 8 di Otto Bradfisch, che in tale dinamica avrebbe avuto il ruolo di suggeritore.
 
3.3 – Otto Bradfisch, Einsatzkommando 8
La seconda interpretazione degli eventi chiama invece direttamente in causa Artur Nebe, leader dell'EGB. Il 9 settembre 1941, dopo dieci settimane di avanzata l'Einsatzkommando 8 aveva dovuto infatti arrestare a Mogilev la sua marcia verso est, in attesa che venisse sbloccato il fronte di Smolensk (19). In una tale situazione statica il reparto – la cui linea di comando, in linea di principio ed in un contesto di fluidità operativa, passava attraverso lo Stab/EGB di Nebe per arrivare direttamente al RSHA di Berlino – si ritrovò ad operare direttamente a contatto con l'HSSPF von dem Bach, con il quale certamente finì per coordinarsi, non tanto in posizione subordinata, bensì di sostanziale parità, stante il delicato ruolo che era chiamato a svolgere.
In tal modo, è possibile che sia stato Nebe ad ordinare a Bradfisch la distruzione del ghetto di Mogilev, in accordo con von dem Bach, il quale, rispondendo ad una richiesta avanzata dallo stesso Bradfisch, avrebbe autorizzato l'uso del Polizei-Bataillon 322 presente in città. A quel punto, ottenuti i rinforzi richiesti, Bradfisch con il suo EK8 avrebbe assunto la gestione sul campo dell'intera operazione (20), diventando uno dei principali protagonisti degli eccidi del 2 e del 19 ottobre 1941.
In ogni caso, prescindendo dai movimenti decisionali più o meno trasversali che furono alla base del doppio eccidio di Mogilev, il coinvolgimento dell'EK8 in entrambi tali crimini risulta documentato, sebbene alcune fonti non confermino esplicitamente il suo coinvolgimento in entrambe le azioni, bensì solo in quella del 19 ottobre (21).
Oltre a ciò, va anche considerato il contesto complessivo nel quale si trovò ad operare l'EK 8 il quale, sebbene presente con piccoli distaccamente avanzati ancora più ad est ed a sud-est – a Smolensk, Gomel e Vitebsk verso il 5 novembre e quindi fino a Roslavl e Briansk in dicembre –, mantenne il suo baricentro principale nella regione tra Orsha, Mogilev e Bobruisk a causa della fine dell'avanzata tedesca nella Russia centrale successiva al fallimento dell'offensiva contro Mosca (Unternehemen Taifun). Conseguentemente, il permanere del reparto nella medesima area per un periodo relativamente lungo, fu certamente funzionale ad una «ripulitura del territorio (Saeuberungsakrion)» più accurata rispetto alla disordinata sequenza di eccidi, un po' a macchia di leopardo, perpetrati durante la rapida avanzata dell'estate/autunno 1941: una ripulitura che consentì, già attraverso l'EM 133 del 14 novembre, di dichiarare Mogilev «praticamente libera da ebrei (als fast judenfrei bezeichnet)» (22).
 
Ad ogni modo, indipendentemente da come si evolsero i processi decisionali posti alla base della distruzione del ghetto di Mogilev, la sua attuazione pratica coinvolse un certo numero di perpetratori appartenenti a reparti ed enti diversi, che furono mobilitati per un'azione in due tempi. Nei paragrafi successivi esamineremo i protagonisti dei due eccidi [§ 6.4], nonché le modalità con cui eseguirono le loro azioni criminali [§§ 6.5 e 6.6].
 
4. ...ED INTERPRETI
Il sistema concentrazionario nazista nell'area di Mogilev nella tarda estate 1941 riproduceva sostanzialmente lo schema triangolare su cui si basava il già citato dispositivo repressivo e di occupazione: 1) un gruppo di campi per prigionieri di guerra gestito dalla Wehrmacht ed in particolare dalla 286.Sicherungs-Division (23); 2) un campo per detenuti civili controllato dall'HSSPF “Mitte” (24); 3) il ghetto ebraico istituito il 25 settembre e formalmente gestito dall'amministrazione cittadina, ma in realtà posto sotto controllo dell'Einsatzkommando 8 (25). Ovviamente, avendo come oggetto i due eccidi del 2 e del 19 ottobre, questo capitolo si soffermerà esclusivamente sulle vicende connesse al ghetto ebraico, sebbene anche nel campo per detenuti civili si trovassero diverse centinaia di ebrei selezionati tra i membri della comunità di Mogilev o rastrellati nei vari villaggi della zona, che furono anch'essi assassinati con i più svariati pretesti.
 
Non è chiaro, in effetti, quando fu decisa la segregazione degli ebrei di Mogilev. Probabilmente, le prime misure restrittive furono prese dalla Wehrmacht in agosto, attraverso un decreto della Stadtkommandantur con il quale veniva ordinato il concentramento di tutti gli ebrei nel quartiere di Podnikolje: ordine che non fu poi implementato a causa dell'impossibilità oggettiva di eseguirlo. A quel punto, attraverso l'amministrazione locale bielorussa, il Consiglio ebraico avrebbe richieso in settembre a Bradfisch un ampliamento della zona da destinarsi al futuro ghetto, ottenendo risposta positiva, salvo il vincolo di dover completare entro il 25 settembre il trasferimento dell'intera comunità. Secondo tale dinamica sarebbe stato quindi Bradfisch, pochi giorni dopo l'ingresso dell'EK 8 in città, ad ordinare l'istituzione del ghetto, previo probabile accordo sia con von dem Bach, che con le stesse autorità delle Wehrmacht. Dopodichè, una volta deciso l'annientamento del ghetto, lo stesso von dem Bach, nel suo ruolo di HSSPF, avrebbe autorizzato la mobilitazione dei reparti necessari all'azione, tra cui l'Einsatzkommando 8 con i plotoni aggregati della 2/Polizei-Bataillon 9, i Polizei-Bataillone 316 e 322, il Polizei-Kommando “Waldenburg”, la 5/NSKK-Verkherskompanie “Berlin” ed un contingente di ausiliari ucraini.
 
4.1 – Einsatzkommando 8
Al momento della sua attivazione questo reparto della Sicherheitspolizei inquadrato nell'Einsatzgruppe B, risultava formato da 11 ufficiali e 141 altri ranghi agli ordini di Bradfisch, in gran parte membri della Gestapo e della Kripo, oltre ad alcuni elementi dell'SD. A questi si aggiunse un distaccamento di poliziotti appartenenti ai plotoni secondo e terzo della seconda compagnia del Polizei-Bataillon 9 di Berlino. Tatticamente, l'EK 8 fu suddiviso in sei Teiltruppen autonome, dislocate in aree diverse: è plausibile quindi che solo una parte di questo personale – oltre a quello direttamente in forza al comando del gruppo (lo Stab/EK 8) – fosse presente a Mogilev in occasione dei due eccidi, con il resto del reparto suddiviso tra altre località. In ogni caso, a prescindere dalla presenza o meno a Mogilev di tutti i suoi distaccamenti, l'EK 8 rimase pesantemente coinvolto in entrambi gli eccidi dell'ottobre 1941 (ed in altri perpetrati successivamente), al punto che nel dopoguerra i fatti di Mogilev entrarono nei faldoni aperti da diverse procure, sia della Germania Occidentale che di quella Democratica, contribuendo a formare i capi di accusa a carico del gruppo nei successivi rinvii a giudizio davanti ai tribunali di Chemnitz (DDR), Francoforte sul Meno, Kiel e Monaco (26).
 
4.2 – 2/Polizei-Bataillon 9
Unità dell'Ordnungspolizei gemella della compagnia 4/9 coinvolta nell'eccidio di Simferopoli (v. § 9.3), all'inizio di Barbarossa la 2/9 dell'Hptm. Helmut Gantz aveva suddiviso i suoi tre plotoni tra i distaccamenti dell'EGB: in particolare, gli Einsatzkommando 8 e 9, avevano ricevuto rispettivamente i plotoni primo (Ltn. Paul Dinter) e terzo (Hwmst. Richard Neubert), con i quali si erano mossi verso est, lungo percorsi separati fino a Minsk. Dopodichè, all'inizio di agosto, il terzo plotone era stato distaccato dall'EK 9 ed assegnato anch'esso all'EK 8 di Bradfisch. Giunti entrambi a Mogilev verso metà settembre, i due plotoni rimasero coinvolti nella distruzione del ghetto: per il solo eccidio del 19 ottobre relativamente al primo plotone, e per ambedue gli eccidi, relativamente al terzo plotone.
 
4.3 – Polizei-Bataillon 316
Derivato da un'unità addestrativa (il Polizei-Ausbildungs-Bataillon “Recklinghausen”), questo battaglione era stato costituito a Bottrop e Gelsenkirchen nel dicembre 1940 ed alla vigilia di Barbarossa venne assegnato, come secondo battaglione al Polizei-Regiment “Mitte”. Posto agli ordini del Maj. Heinrich Hoecke (1/316, Hptm Walter Nord; 2/316, Hptm. Hermann Kraiker; 3/316, Htm. Otto Petersen), rimase pesantemente coinvolto nel genocidio ebraico fin dai giorni successivi al suo ingresso in territorio sovietico, con un carico stimato, di almeno 10.000 vittime (27). Secondo Martin Hölzl, che si può considerare il biografo del battaglione, un filo rosso sangue percorre l'intera storia del Polizei-Bataillon 316, e questo filo è il genocidio ebraico. Per tale ragione, in alcuni degli studi più recenti, il battaglione viene considerato come una vera e propria «riserva personale (persoenliche Einsatzreserve)» a disposizione di von dem Bach, che lo avrebbe assegnato all'EK8 come reparto di pronto intervento (28): una situazione, questa, confermata dallo stesso Hoecke, secondo il quale «il battaglione poteva essere chiamato in azione in qualsiasi momento, a seconda delle richieste di Bradfisch» (29). Nel dopoguerra alcuni membri del battaglione – tra cui Kraiker – furono indagati per crimini di guerra e quindi rinviati a giudizio davanti al Tribunale di Bochum (30). Per quanto riguarda il suo specifico coinvolgimento nei fatti di Mogilev, il battaglione prese parte all'eccidio del 19 ottobre ma non a quello del 2 ottobre. Al battaglione, all'inizio di Barbarossa era stata aggregata una compagnia dell'NSKK di Norimberga che tuttavia non avrebbe partecipato agli eccidi di ottobre, ma solo alla sorveglianza del lager per prigionieri civili dell'SSPStOF “Mogilew”.
 
4.3 – Polizei-Bataillon 322
Derivato da un'unità addestrativa (il Polizei-Ausbildungs-Bataillon “Wien-Kagran”), questo battaglione era stato costituito a Vienna nell'aprile 1941 ed alla vigilia di Barbarossa venne assegnato, come terzo battaglione al Polizei-Regiment “Mitte”. Posto agli ordini del Maj. Gottlieb Nagel (1/322, Hptm. Reinhold Jörke; 2/322, Hptm. Siegfried Binz; 3/322, Oltn. Gerhard Riebel), fu diffusamente utilizzato in attività genocide, con un carico stimato di 8-10.000 vittime (31). Anch'esso stabilmente a disposizione dell'HSSPF von dem Bach, una volta raggiunta l'area di Mogilev, tra il 7 e l'8 settembre, fu temporaneamente ceduto al Berück 102, Max von Schenckendorff, che lo mise a disposizione del Sicherungs-Regiment 2 della 221.Sicherungs-Division, per compiti antipartigiani: in effetti, dopo aver eseguito numerose fucilazioni di presunti insorgenti, fiancheggiatori ed ebrei nei villaggi attorno a Mogilev per tutto il mese di settembre, il battaglione fu ben presto richiamato da von dem Bach ed incaricato di prendere parte all'eccidio del 2 ottobre. Non fu invece coinvolto in quello del 19 ottobre. Nel dopoguerra diversi membri del reparto furono indagati e quindi rinviati a giudizio davanti ai tribunali di Friburgo e Darmstadt (32). Al battaglione, all'inizio di Barbarossa era stata aggregata una compagnia dell'NSKK di Stoccarda (Hstuf. Bauer), che non avrebbe preso parte all'eccidio, ma avrebbe in seguito provveduto alla sorveglianza dello Judenlager (probabilmente coincidente con il campo per prigionieri civili dell'SSPStOF), nel quale furono rinchiusi i circa 1.000 ebrei scampati alla distruzione del ghetto (33).
 
4.4 – Polizei-Kommando “Waldenburg”
Piccolo reparto dell'Ordnungspolizei della consistenza di un plotone rinforzato, venne costituito nella località di Waldenburg, in Slesia, all'inizio di ottobre 1941, con 25÷30 poliziotti in servizio effettivo e riservisti agli ordini del Revierleutnant Willi Schulz. Trasferito a Mogilev verso la metà del mese, avrebbe dovutodare vita al locale presidio della Schutzpolizei (KdSchupo Mogilev – Hptm. Win.), con il compito di provvedere anche all'addestramento di un reparto di ausiliari locali. In effetti il kommando, a seguito della decisione di mantenere Mogilev ed il resto della Bielorussia orientale sotto l'amministrazione militare della Wehrmacht anziché annetterla al GKWR, non potè essere assegnato ai compiti per i quali era stato costituito e fu quindi posto, dopo essere passato agli ordini dell'Hptm. Win., a disposizione dell'SSPStOF “Mogilew” (Oberstleutnant Hubert Kölblinger), con compiti di sorveglianza ad obiettivi sensibili, tra cui (dal novembre 1942) il lager per prigionieri civili dipendente dallo stesso Kölblinger. Mobilitato per l'annientamento del ghetto, prese parte all'eccidio del 19 ottobre, ma non a quello del 2 ottobre. Nel dopoguerra Schultz venne indagato e quindi rinviato a giudizio davanti al Tribunale di Detmold (34). Oltre alla corresponsabilità nell'assassinio di almeno 3.600 ebrei durante l'eccidio, il kommando prese parte nelle settimane e mesi successivi ad ulteriori azioni in altre località ed a singole esecuzioni, per un totale di quasi 3.800 vittime (35).
 
4.5 – 5/NSKK-Verkherskompanie “Berlin
Unità del Nationalsozialistische-Kraftfahrkorps, questa compagnia era stata costituita a Berlino su decreto di Himmler del 17 maggio 1941 (36) ed all'inizio di Barbarossa era stata aggregata al Polizei-Regiment “Mitte”; relativamente al supporto logistico la compagnia dipendeva direttamente dal Polizei-Bataillon 307, che costituiva il primo battaglione del reggimento medesimo. Forte di soli 65 uomini (a fronte di un organico previsto di 110 elementi), la compagnia era agli ordini dell'NSKK-Oberstaffelführer Niedenzu ed era suddivisa in tre plotoni. Dapprima dislocata a Minsk, verso metà ottobre 1941 la compagnia fu trasferita a Mogilev, dove nel corso di novembre 1941 sostituì la 7/NSKK-Verkherskompanie “Nürnberg”, nella sorveglianza del lager per prigionieri civili. Delle tre compagnie NSKK aggregate ai tre battaglioni del Polizei-Regiment “Mitte”, questa di Berlino sarebbe stata l'unica a rimanere coinvolta nella distruzione del ghetto di Mogilev, avendo preso parte all'eccidio del 19 ottobre (37).
 
Jews 4   Mogilev
Luglio 1941: ebrei di Mogilev costretti a svolgere lavori obbligatori, indifferentemente dall'età. Due mesi dopo tutti costoro caddero vittime del doppio eccidio.
 
5 ATTO PRIMO: 2 OTTOBRE 1941
Se ancora non del tutto definite rimangono le dinamiche decisionali che portarono alla distruzione della comunità ebraica di Mogilev, più lineari appaiono gli eventi che coinvolsero i livelli esecutivi, ricostruiti con precisione dal Tribunale di Friburgo nel corso del processo contro Uhl, Hülsemann, Riebel ed altri membri del Polizei-Bataillon 322 (38).
Sarebbe stato infatti l'Oberstleutnant Max Montua, comandante del Polizei-Regiment “Mitte”, a trasmettere nelle ore precedenti l'eccidio del 2 ottobre, l'ordine di intervento al Maj. Nagel, comandante del battaglione, vale a dire del reparto numericamente più consistente presente a Mogilev in quei giorni, in grado di eseguire un tal genere di incarichi. Dopodichè, ai poliziotti viennesi si affiancarono membri dell'EK8, dello Stab di von dem Bach ed un reparto di ausiliari ucraini.A quel punto, mentre il ghetto ebraico veniva circondato come di consueto da un cordone di poliziotti, pattuglie della Sicherheitspolizei ed una ventina di ausiliari ucraini procedettero ai rastrellamenti, trascinando fuori dalle loro case tutti gli ebrei che incontravano, senza riguardo per l'età, il sesso e le condizioni di salute. Tutti coloro non in grado di camminare o che in qualche modo tentarono di reagire al rastrellamento, fuggendo o nascondendosi dove possibile, furono freddati sul posto: secondo un rapporto dell'Hptm. Riebel, comandante della 3/322, vi sarebbero state 65 esecuzioni di ebrei, «che mossi da vile e subdola paura avevano cercato di nascondersi in ogni possibile angolo, [rendendo così] molto difficile tirare fuori dai loro anfratti quei luridi elementi (Schmutz starrenden Elemente)» (39).
A quel punto, una volta terminato il rastrellamento dopo circa cinque ore, le vittime furono incolonnate, costrette a marciare fino ad una vecchia fabbrica di autocarri posta poco fuori città, la Dimitrov-Automobilwerke, e quindi quindi rinchiuse per trascorrervi la notte, in uno o più dei suoi magazzini abbandonati.Il mattino successivo, principalmente per mezzo degli autocarri della KfZSt del Polizei-Bataillon 322 (Hptm. Frömsdorf), gli adulti ed i bambini, separati gli uni dagli altri, furono trasportati preso una lunga trincea anticarro sovietica scavata in campo aperto, scelta quale luogo dell'eccidio, dove già erano in attesa i plotoni di esecuzione formati sia da personale di tutte e tre le compagnie del battaglione, sia da ausiliari ucraini. Altri poliziotti costituivano il cordone di sicurezza steso attorno al luogo dell'eccidio, ed altri ancora avevano l'incarico di far scendere gli ebrei dagli autocarri e di scortarli quindi fino al bordo della trincea.Le procedure di esecuzione, almeno all'inizio, erano state regolamentate con metodo, ma potevano variare a seconda delle compagnie. Relativamente alla 1/322 di Jörke, una squadra di 10÷15 uomini era stata tratta da ciascuno dei tre plotoni che costituivano la compagnia, con il compito di eseguire un certo numero di fucilazioni. Dopodichè, il personale di quella squadra veniva sostituito a rotazione da altri membri del medesimo plotone, in modo che ciascuno dei poliziotti eseguisse un egual numero di fucilazioni. La 3/322 di Riebel invece, costituì un unico plotone di esecuzione di 24 uomini che non furono mai rimpiazzati, ma che avevano il vantaggio di dovere sparare a coppie contro la stessa vittima. A capo della squadra vi era l'Oberleutnant Rasche, capo-plotone della 3/322, che procedeva alla conta degli ebrei da spingere nella trincea e dava quindi l'ordine di fuoco. Talvolta, quando le vittime non apparivano sufficientemente leste ad entrare nella fossa egli le incoraggiava a colpi di bastone. Inizialmente, negli intervalli tra un'esecuzione e l'altra, i corpi delle vittime venivano coperti con terra di riporto, dopodichè, con l'accelerarsi delle procedure, la ricopertura divenne sporadica, al punto che le nuove vittime furono costrette a sdraiarsi a faccia in giù, direttamente sui corpi di coloro che li avevano preceduti.
Questa la testimonanza di W.G, poliziotto della 3/322, rilasciata all'inquirente della ZStL (40):
 
"Un giorno, ci giunse l'ordine di salire su degli autocarri, portando con noi le ordinarie dotazioni individuali: fucile, elmetto e maschera antigas. C'erano diversi di questi autocarri, ciascuno con 20-25 uomini a bordo: si trattava piuttosto di furgoni per passeggeri, dotati di sedili, probabilmente requisiti dalla K-Staffel del battaglione. Il kommando era agli ordini di un ufficiale del battaglione, l'Oblt. Rasche […]. Circa il motivo e la destinazione del viaggio non ci fu detto nulla. Normalmente, prima di ogni intevento, ci venivano invece fornite delle spiegazioni.Attraversammo quindi un terreno lievemente ondulato – quanto a lungo e quanto lontano non sono più in grado di ricordarlo – fino ad un sistema di fossati che descriverei come una trincea lunga e larga, profonda due metri, dove infine ci fermammo […]. Vidi diversi ufficiali, alcuni dei quali con uniformi feldgrau delle SS. Riconobbi il personale delle SS vedendo le Totenkopf sui loro berretti [...]. Oltre a Rasche erano presenti anche altri ufficiali di polizia, che potevano essere anche di grado superiore a Rasche, sebbene di questo, adesso, non ne sia più sicuro. In ogni caso mi erano sconosciuti e probabilmente appartenevano a qualche altro reparto […]. Alcuni poliziotti fecero scendere uomini e donne da degli autocarri in attesa e li portarono poi alla fossa. Rasche ci fece preparare, ci suddivise in gruppi di cinque ed ogni gruppo fu posizionato in un punto lungo il bordo della fossa. Mentre suddivideva i plotoni di esecuzione Rasche ci disse, con il suo modo enfatico di parlare: «Questi sono partigiani, partigiani, partigiani...». Potrebbe anche aver detto: «Questi sono partigiani e comunisti», oppure «partigiani comunisti». Poi, quando i plotoni di esecuzione presero il loro posto, Rasche ordinò: «Puntate, fuoco!».Le vittime erano state fatte sdraiare faccia a terra, sul fondo della fossa […]. Dopo che i primi furono fucilati, i loro corpi vennero ricoperti di terra, non ricordo esattamente se da dei poliziotti, o da tedeschi di un altro reparto, oppure da dei russi. Poi furono portate le vittime successive e nuovamente Rasche diede l'ordine di fuoco. Mi ricordo di Rasche, con la pistola in pugno, che camminava avanti e indietro lungo il bordo della fossa. Non sono in grado di dire, però se abbia sparato o meno.
Domanda: «Prendevate la mira, prima di sparare? Lei pensa che le persone morissero istantaneamente?»
Risposta: «Credo di avere mirato alla testa delle vittime. Non posso però dirlo con esattezza. Non sono in grado di ricordare neanche quante volte abbia dovuto sparare, prima di essere sostituito. Mentre le vittime venivano ricoperte di terra, avevamo il tempo di fumarci una sigaretta e di fare due passi. Durante le fucilazioni non fu mai distribuito alcool nel mio settore [...]. Se ricordo bene, dovetti sparare per circa un'ora, o un'ora e mezza, prima di essere rimpiazzato. Non sono però in grado di dire quanto a lungo si protrasse l'intera operazione […]. Non ho potuto rendermi conto se tra le persone fucilate o tra quelle ancora da fucilare vi fossero o meno degli ebrei. Le persone da fucilare, sia uomini che donne, erano tutti adulti. Non ho visto tra di loro bambini e anziani. Se vi fossero stati, allora probabilmente avrei avuto dei dubbi sul fatto che fossero veramente dei partigiani [...]»".
 
L'apice della brutalità fu raggiunta comunque nel tratto di trincea assegnata agli ausiliari ucraini i quali, riforniti costantemente di liquori, si ritrovarono ben presto completamente ebbri e non più in grado di coordinarsi fra di loro. A quel punto le esecuzioni furono perpetrate nella più totale confusione, con i singoli fucilatori che sparavano individualmente con atroce divertimento, soprattutto verso i bambini, che venivano prelevati dagli autocarri e gettati letteralmente nella fossa da una distanza di diversi metri. In alcuni casi degli ucraini avrebbero tentato, con raffiche di arma automatica, di colpire i bambini in volo prima che toccassero terra sul fondo della fossa. Di fronte a tale situazione, che avveniva a breve distanza dai plotoni di esecuzione del Polizei-Bataillon 322 – ancora vincolati alla loro disciplina di fuoco – non vi fu alcun tentativo da parte degli ufficiali tedeschi del battaglione presenti, tra cui il comandante della 3/322, Oltn. Riebel, di riportare la disciplina tra la ebbra marmaglia, ed anche l'ordine impartito dallo stesso Riebel agli autisti degli autocarri, di fermarsi ad una certa distanza dalle fosse, in modo che non fosse immediatamente visibile alle vittime ciò che stava accadendo più avanti, sembra più plausibilmente riconducibile a considerazioni legate alla sicurezza, piuttosto che ad un qualche sussulto di umanitarismo, così come invece asserito per autodifesa da Riebel davanti al Tribunale di Friburgo (41).
All'uccisione dei bambini avrebbero partecipato anche alcuni membri dello Stab/HSSPF “Mitte”, alla presenza dello stesso von dem Bach. Von dem Bach, da parte sua, avrebbe pianificato fin dall'inizio l'uccisione delle donne e dei bambini e fu probabilmente per evitare un simile peso ai reparti di polizia, che tale incarico fu affidato agli ucraini (42). La brutalità di questi ausiliari fu tale che anche alcuni dei poliziotti del battaglione ne rimasero disgustati, tra i quali G.B., membro della 1/322 (43), ed i suoi colleghi E.C. (44) ed R.F. (45):
 
Testimonianza di G.B.:
"Ricordo chiaramente gli ucraini già ubriachi, che continuavano a bere e a cantare. Indossavano delle uniformi russe, di colore marrone […]. Le fucilazioni non venivano eseguite ad un comando specifico, ma indiscriminatamente, ciascun ucraino per conto suo. Ho visto, durante questa azione, dei bambini che venivano gettati in aria dagli ucraini e colpiti con munizioni esplosive, come i piccioni di un tiro al volo (wie Tontauben abgeschossen wurden)".
 
Testimonianza di E.C.:
"C'era inoltre, tra gli ucraini, un ufficiale delle SS o dell'SD, con diverse cicatrici sul volto. Teneva in mano una lunga frusta di cuoio, con la quale, di tanto in tanto, castigava le persone. Mi ricordo, in particolare, che si accanì con veemenza su di una ragazza di circa 13-15 anni, non appena questa, dopo essere scesa dall'autocarro con gli altri bambini, si mise a piangere forte. L'ufficiale SS o SD con le cicatrici cominciò allora a colpire la ragazza con la frusta, al punto da farla crollare al suolo morta e ricoperta di sangue. Lo stesso ufficiale SD o SS aveva aperto il lucchetto dell'autocarro, da cui erano scesi i bambini. I bambini, che avevano un'età compresa tra i 3 ed i 10 anni, non appena scesi furono tutti immediatamente catturati da alcuni ucraini, che li gettarono nella trincea anticarro dove altri ucraini aprirono il fuoco contro di loro".
 
Testimonianza di R.F.:
"Sul luogo della fucilazione c'era un reparto ucraino che veniva costantemente rifornito di vodka. In ogni caso, abbiamo visto come quasi tutti quei soldati fossero ubriachi. Gli autocarri portarono gli ebrei alla fossa. Poi vedemmo dei membri dell'SD che spingevano le persone giù dagli autocarri. Per quanto mi ricordo, c'erano uomini, donne e bambini ed anche neonati. Io vidi, da una distanza di circa 60 metri, gli ucraini in uniforme mentre afferravano i neonati e/o i bambini per le gambe ed a cui poi sparavano come a dei piccioni di argilla, dopo averli lanciati in aria".
Nessun evento, durante le operazioni in Unione Sovietica, rimase così impresso nella memoria dei membri del battaglione, come il massacro di Mogilev (46), durante il quale, secondo quanto riportato dal KTB del Polizei-Bataillon 322, con data 2 ottobre 1941, furono fucilati 2.208 ebrei. Di questi, 378 furono assassinati dalla 1/322 ed altri 555 dalla 3/322. In una sua testimonianza, un membro della Kraftfahrzeugstaffel affermò di non essere riuscito a mangiare, né a dormire, per tre giorni dopo l'eccidio. E lo stesso sarebbe accaduto anche a molti dei suoi colleghi (47). Lo stesso Riebel, pur nell'enfasi legata alla sua strategia difensiva processuale davanti al Tribunale di Friburgo, sarebbe rimasto effettivamente scosso dall'eccidio di Mogilev, definendosi non più in grado, da quel momento in poi, «di poter ancora credere nel bene». Analogamente, Hülsemann descrisse la situazione come «ripugnante» (48). Sembra plausibile, in tal senso, che con gli eventi di Mogilev il battaglione possa aver raggiunto il proprio punto di rottura psicologico. Da quel momento infatti, non sarebbe più stato destinato ad esecuzioni di massa di donne e bambini ebrei, ma solo ad ordinarie operazioni di sicurezza, durante le quali non sarebbero comunque mancate fucilazioni, singole o in gruppo, di presunti partigiani, tra cui diverse donne.Per risolvere definitivamente la questione ebraica a Mogilev, era quindi giunto il momento di rimpiazzare i reparti, facendo intervenire il Polizei-Bataillon 316.
 
6. ATTO SECONDO: 19 OTTOBRE 1941
"Il 19 ottobre 1941, un'operazione su larga scala contro gli ebrei è stata eseguita a Mogilev, con il supporto del Polizei-Regiment “Mitte“; 3.726 ebrei di entrambi i sessi e di tutte le età sono stati liquidati durante questa azione. Tali misure si sono rese necessarie in quanto, fin dall'inizio dell'occupazione di Mogilev da parte delle truppe tedesche, gli ebrei non solo hanno ignorato l'autorità delle forze occupanti ma a dispetto di tutte le misure prese, hanno anche continuato le loro attività antitedesche (sabotaggio, supporto ai partigiani, rifiuto del lavoro, ecc.), ad un punto e con una tale insistenza che, nell'ottica di ristabilire l'ordine nelle retrovie, non è stato più possibile tollerare tutto questo".
 
Queste, le surreali motivazioni con cui, nell'EM 133 del 14 novembre 1941, venne giustificato l'eccidio finale della comunità ebraica di Mogilev. Motivazioni surreali che fanno sorgere due domande: ci si chiede infatti 1), in che modo e con quali mezzi, gli ebrei di Mogilev, già annichiliti dal massacro del 2 ottobre, sarebbero stati in grado di prosegure così pervicacemente nei loro presunti intrighi antitedeschi dall'interno di un ghetto chiuso e sorvegliato, al punto da rappresentare addirittura una minaccia per le retrovie, nonchè 2), come si possa conciliare, quel loro ostinato rifiuto ad assolvere gli obblighi di lavoro, con le immagini scattate già nel luglio/agosto 1941 ad una rassegnata brigata di lavoratori ebrei, dal reporter di guerra Rudolf Kessler e già descritte nel paragrafo 7.2.
È del tutto evidente quindi, come l'eccidio del 19 ottobre non sia stato altro che la conclusione del lavoro avviato il 2 ottobre e suddiviso in due fasi per motivi verosimilmente organizzativi.
Medesime infatti, quasi in fotocopia, furono le dinamiche operative (49) che portarono all'annientamento, pressochè totale, di quello che rimaneva della comunità ebraica di Mogilev; medesime furono le autorità che decisero l'azione; medesima, se non anche maggiore, fu la violenza esercitata nelle esecuzioni. E medesime furono le vittime: ancora una volta uomini, donne e bambini, del tutto inermi ed attoniti.
Gli unici a cambiare furono alcuni dei protagonisti incaricati di perpetrare le esecuzioni, ora rappresentati dal Polizei-Bataillon 316 in sostituzione del Polizei-Bataillon 322, e dai membri appena sopraggiunti del Polizei-Kommando “Waldenburg” e della quinta compagnia NSKK di Berlino.
Ancora una volta, a fornire la descrizione degli eventi sono gli atti di un tribunale, in questo caso quello di Bochum (50), secondo il quale il cordone sanitario ed i blocchi stradali, stesi dal Polizei-Bataillon 316 e dal Polizei-Kommando “Waldenburg” (51) attorno al perimetro del ghetto, furono il segnale d'inizio dell'azione. A quel punto, squadre di ausiliari ucraini fecero irruzione nelle case, perquisendole e costringendo gli abitanti a radunarsi nelle strade, sotto la sorveglianza di personale dell'SD e di poliziotti del battaglione, in particolare delle compagnie 1/316 e 2/316. Non vi fu alcuna eccezione e, come di consueto, molti malati, intrasportabili ed anziani non più in grado di muoversi, furono liquidati sul posto.
Le vittime, così radunate e suddivise tra adulti e bambini, furono quindi portate all'interno di una fabbrica alla periferia di Mogilev, dove trascorsero la loro ultima notte.
L'eccidio, la mattina successiva, avvenne in una radura nella foresta ad alcuni chilometri da Mogilev, lungo la strada per Belynichi, nei pressi di alcune lunghe trincee anticarro sovietiche o fossati più corti e quadrati. I plotoni di esecuzione, già presenti sul posto, erano formati dal personale del Polizei-Bataillon 316 – in particolare della 1/316 e probabilmente anche della 2/316 – dell'EK8 e da ausiliari non tedeschi, tutti organizzati per aprire il fuoco con salve di carabina a comando, oppure, in alcuni casi, singolarmente per mezzo di armi automatiche. Sul posto sarebbero stati presenti anche diversi membri del Polizei-Kommando “Waldenburg”, apparentemente però solo come spettatori e senza alcun ruolo attivo nelle fucilazioni (52).
Anche in questo caso però, così come era avvenuto il 2 ottobre, i tempi di esecuzione, piuttosto rigidi all'inizio, furono progressivamente allentati, fino ad una confusione di sparatorie individuali, soprattutto contro le donne ed i bambini, che più difficilmente rimanevano fermi ed in ordine davanti ai loro carnefici. In un caso un poliziotto avrebbe sparato ed ucciso una giovane ragazza completamente traumatizzata, che dondolandosi in piedi sui cadaveri dei suoi congiunti gli aveva inutilmente chiesto pietà (53).
Vi sarebbero stati casi in cui alcune vittime, già tenute rinchiuse in un edificio in attesa del loro turno, furono obbligate a liberarsi completamente degli abiti o solo fino alla biancheria, per poi essere così avviate, sotto scorta, ai punti di fucilazione.
Gli ucraini soprattutto, nel condurre le loro vittime alla trincea, avrebbero usato particolare violenza, in special modo contro le donne ed i bambini: alcune madri furono freddate con il loro figli tenuti in braccio, mentre in altri casi dei bambini furono strappati alle loro madri e gettati letteralmente nel fossato, spesso presi di mira da altri ucraini, nel tentativo di colpirli in volo (54).
 
Secondo il Tribunale di Monaco, nel processo contro Bradfisch (55), diversi membri del Polizei-Bataillon 316 avrebbero chiesto di essere esentati dalle fucilazioni, mentre alcuni – tra coloro che non avevano ancora partecipato ad alcuna esecuzone precedente – sarebbero venuti meno per il disgusto. Il gran numero di richieste avrebbe addirittura provocato dei ritardi nei tempi di fucilazione, con le vittime costrette a sopportare anche l'atroce attesa del loro turno. Diversamente, secondo numerose testimonianze rilasciate durante le indagini poi sfociate nel processo di Bochum, solo dei volontari, tra i poliziotti, avrebbero preso parte alle fucilazioni.
Comunque siano andate le cose, sembra che anche il Polizei-Bataillon 316 possa essere giunto molto vicino al suo punto di rottura psicologico. Vi sarebbero stati infatti casi di poliziotti totalmente fuori controllo, in preda ad una sorta di frenesia omicida, immersi nelle trincee per sparare a mano libera; alcuni degli ebrei che giacevano solo feriti sul fondo della fossa, sarebbero stati frettolosamente ricoperti di terra e quindi sommersi sotto altri strati di vittime. Secondo una testimonianza, a Mogilev venne meno quasiasi organizzazione e coordinamento delle procedure: ognuno poteva sparare ed uccidere a proprio piacimento e soprattutto «i bambini erano gettati nelle fosse come spazzatura (Kinder wurden Wie Muell in die Gruben gewoerfen)» (56).
 

Jews 14  Mogilev

 
7. TITOLI DI CODA
Furono circa un migliaio gli ebrei di Mogilev che sopravvissero agli eccidi dell'ottobre 1941 (57). Costoro, artigiani ritenuti essenziali con una parte delle loro famiglie, furono segregati in un campo di lavoro – a volte indicato come Judenlager – ricavato nel comprensorio della Dimitrov-Werks, probabilmente coincidente con il campo per prigionieri civili attivato il 29 settembre 1941 e gestito dall'SSPStOF “Mogilew” (58). L'istituzione del campo tuttavia, non fermò il progressivo annientamento dei superstiti, 279 dei quali furono fucilati il 23 ottobre, giorno della visita di Himmler a Mogilev, seguiti nelle settimane successive da buona parte degli altri: uccisioni che elevarono ad almeno 7.500 il totale degli ebrei caduti vittime a Mogilev e nelle sue immediate vicinanze.Per tutti costoro, nel dopoguerra, non vi fu sostanzialmente alcun risarcimento giuridico.In effetti, una raccolta di documentazione sui crimini commessi dal Polizei-Bataillon 316 sul fronte orientale era stata avviata dalla ZStL già alla fine degli anni Cinquanta, con l'apertura del fascicolo 202 AR-Z 168/59. Dopodichè, ritenuti sufficienti gli estremi per procedere, Ludwigsburg trasmise il fascicolo all'ufficio centrale per la persecuzione dei crimini nazisti del Ministero della giustizia del NRW, presso la Procura di Dortmund, dove fu protocollato come StAwDo 45 Js 2/61. A quel punto la procura competente, vale a dire quella di Bochum, potè finalmente aprire le indagini preliminari contro Hermann Kraiker ed altri nove membri del Polizei-Bataillon 316, integrando un'inchiesta a suo tempo avviata dal LKA NRW (Sonderkommission “Agata” – 16 Js 13/59 del 15 settembre 1960) (59).
Il lavoro del procuratore di Bochum si protrasse per circa quattro anni, fino al 25 febbraio 1966, allorchè l'apertura del processo fu richiesta al Tribunale di Bochum. A quel punto però, dopo ulteriori due anni di udienze, rinvii e patteggiamenti, lo stesso procuratore nell'aprile 1968 richiese al tribunale l'assoluzione per Hermann Kraiker e gli altri nove imputati, sulla base dell'artificio giuridico del Befehlsnotstand, che sanciva la non-punibilità per quei crimini commessi nella presunta impossibilità di disobbedire agli ordini: richiesta che venne accolta dalla corte nel giugno 1968, con la remissione in libertà di tutti gli imputati (60).
È interessante sottolineare come, dopo il 1945, fossero ben 116 gli ex membri del battaglione rimasti in servizio di polizia presso le varie amministrazioni territoriali della Germania Federale.Sostanzialmente analoghe le vicissitudini processuali che videro convolti alcuni membri del Polizei-Bataillon 322, assolti dai tribunali di Friburgo e Darmstadt anch'essi sulla base del Befehlsnotstand (61).
Per quanto riguarda invece il Polizei-Kommando “Waldenburg”, uno solo dei suoi membri, ossia il suo comandante, il Ltn. Willi Schulz, venne perseguito dal Tribunale di Detmold – LG Detmold, 2 Ks 2/66 e condannato a sei anni e sei mesi di carcere con sentenza del 16 febbraio 1967, passata in giudicato (Rechtskräftig) con sentenza del BGH – 4 StR 384/67 dell'11 ottobre 1967 (62): in realtà però, i crimini per i quali Schulz fu condannato non riguardavano l'eccidio di Mogilev, bensì un certo numero di fucilazioni perpetrate in altre località (principalmente Grodjanka), oppure avvenute nella stessa Mogilev, ma nel giugno del 1942, nell'ambito del campo di lavoro per detenuti civili. Per tale ragione, anche in questo caso, l'eccidio di Mogilev rimase senza colpevoli.
Del tutto inefficace quindi – nonostante gli anni di indagini preliminari, le centinaia di testimoni convocati ed interrogati e le innumerevoli udienze sostenute – finì per rivelarsi la giustizia tedesco-federale, nei confronti dei reparti di Ordnungspolizei, in relazione ai fatti di Mogilev. Appare quindi solo palliativa e di valore sostanzialmente nullo in fatto di risarcimento giuridico, la condanna a 10 anni di carcere comminata a Otto Bradfisch dal Tribunale di Monaco, il 21 luglio 1961 (LG München I, 22 Ks 1/61) (63): e questo perchè tale condanna – omnicomprensiva della lunga sequenza di crimini perpetrati dall'Einsatzkommando 8 in Russia centrale, tra il giugno ed il dicembre 1941, tra cui anche il doppio eccidio di Mogilev – proprio per doverli includere tutti sortì il risultato di diluire i diversi crimini in un grande unum, con un paradossale effetto di depotenziamento storico dei singoli eventi rispetto al contesto globale.
 
8. CONSIDERAZIONI
La descrizione degli eventi di Mogilev trae origine dagli atti di due diversi tribunali: quello di Friburgo per il Polizei-Bataillon 322 (2 ottobre) e quello di Bochum per il Polizei-Bataillon 316 (19 ottobre), a loro volta derivati dalle indagini avviate separatamente, nel 1959, dalla ZStL. In tal senso, dovendo trattare una scena del crimine comune ai due eccidi, è possibile che qualche reciproco contributo abbia potuto essere accolto nei due diversi faldoni di indagine, soprattutto in relazione agli elementi comuni, quali il contesto operativo ed ambientale, le dinamiche decisionali ed altro. Tuttavia, dovendo necessariamente riferirsi a dei perpetratori diversi ed in tempi sfalsati – sebbene ravvicinati – è giocoforza che le attenzioni degli investigatori abbiano dovuto seguire percorsi differenziati, in particolare per quanto riguarda le testimonianze dei partecipanti ai due eccidi, nessuno dei quali fu mai presente ad entrambe le azioni.
Ciò nonostante, il quadro ricostruito dalla due procure risulta incredibilmente simile, con dettagli e particolari – soprattutto sui metodi applicati durante le esecuzioni e sulla brutalità degli ausiliari ucraini – che potrebbero essere attribuiti indifferentemente all'uno o all'altro dei due eccidi: una similitudine così spinta, da costituire quasi un continuum.
Tutto questo però, ben lungi dall'indebolire la struttura autonoma delle due inchieste, ne rafforza il significato individuale, attraverso una vera e propria verifica incrociata della veridicità delle testimonianze: testimonianze che in nessun caso, o ben difficilmente, avrebbero potuto influenzarsi a vicenda – da una parte parliamo infatti di ex poliziotti della Ruhr e dall'altra di ex poliziotti austriaci.
Da ciò si ricava non solo una ricostruzione degli eventi nelle sue linee essenziali, ma anche la dimostrazione plastica di quanto fosse radicata ed irrevocabile la volontà di risolvere la Judenfrage, attraverso lo sterminio indiscriminato di ogni settore della popolazione ebraica, indifferentemente dall'età, dal sesso e dalle condizioni di salute e – di conseguenza – senza che vi fosse alcuna relazione con qualsivoglia indice di pericolosità, vero o presunto, delle vittime nei confronti degli occupanti.
Al contrario, lo stermino di donne e bambini anche di tenera età, dimostra l'esistenza di un progetto di annientamento senza eguali, ancor più rafforzato dai metodi, incredibilmente brutali, adottati per recidere il problema alla radice. L'utilizzo degli ausiliari ucraini eccitati dall'alcool, con la loro incontrollabile propensione alla violenza, se si fosse verificato esclusivamente in occasione del primo eccidio avrebbe potuto essere – forse – solo un errore di valutazione da parte dei loro controllori tedeschi: un incidente di percorso eventualmente da reprimere con provvedimenti disciplinari adeguati e comunque da non doversi più ripetere. In realtà gli ucraini parteciparono, se possibile con ancor maggiore brutalità, anche al secondo dei due eccidi, rendendo esplicita la volontà, da parte dei vertici decisionali, di utilizzare ogni mezzo disponibile pur di raggiungere in fretta il loro scopo: uno scopo che non poteva in alcun modo avere un'origine estemporanea né improvvisata, ma che doveva necessariamente essere stato originato da un progetto maturato nel tempo e che, passo dopo passo, prendeva forma concreta e veniva applicato facendo ricorso, in mancanza di meglio, anche alla fantasia criminale, eventualmente utilizzando mezzi di fortuna – quali gli ucraini –, questi si, improvvisati ed estemporanei.
Evidentemente una situazione del genere, ricca di volontà genocida ma povera di mezzi adatti allo scopo, non poteva protrarsi a lungo: c'era infatti il rischio di erodere in breve tempo l'inossidabilità di quei reparti – come il Polizei-Bataillon 322 – adattatisi fino a quel momento alla bisogna criminale, ma che stavano oramai raggiungendo il loro punto di rottura. Un problema questo, che fu sottolineato il 23 ottobre da Montua, comandante del Polizei-Regiment “Mitte” al RFSS Heinrich Himmler, durante la sua visita in una Mogilev finalmente judenfrei. Un problema, questo, al quale il Reichsführer rispose annunciando un imminente approntamento di metodi alternativi alla fucilazione (andere massnahme) (64). Un problema questo, che avrebbe ben presto visto la messa in campo di furgoni a gas e campi di sterminio (65).
Dopo Mogilev le fucilazioni di massa alle fosse comuni non furono abbandonate, ma continuarono ancora per alcuni mesi, fino alla primavera 1942. Dopo Mogilev tuttavia, si intravvidero i presupposti per aprire una nuova fase (66), andando oltre l'improvvisazione criminale e superando quella specie di anarchia genocida che dimostrava oramai tutti i suoi limiti.
Era già molto, quello che era stato fatto fino a quel momento in Unione Sovietica in termini di Judenfrage; molto, ma non abbastanza.
Il tempo era giunto, delle nuove decisioni.
 
NOTE
1 Il migliaio di superstiti della comunità ebraica di Mogilev fu liquidato tra ottobre e dicembre 1941, nel corso di quattro esecuzioni, con complessivamente 650 vittime circa. Gerlach, p. 591.
2 Paul Kohl: Der Krieg der deutschen Wehrmacht und der Polizei 1941-1944. Sowjetische Überlebende berichten.
3 Rispetto alla popolazione originaria di 110/113.000 anime alla vigilia di Barbarossa (giugno 1941), nel novembre 1942 erano presenti in città quasi 35.000 abitanti (decremento del 68% circa in 17 mesi), ridottisi a 15.000 alla fine del 1943 (febbraio 1944, decremento del 63%) e quindi a 10.000 nel luglio 1944 (decremento del 34% semestrale). Gerlach, p. 419. 
4 Kohl, p. 142.
5 Gerlach, p. 587.
6 Il migliaio di superstiti della comunità ebraica di Mogilev fu liquidato tra ottobre e dicembre 1941, nel corso di quattro esecuzioni, con complessivamente 650 vittime circa. Gerlach, p. 591.
7 Bundesarchiv Berlin, Bild 101 I 138 1083 03>; 101 I 138 1084 02>;101 I 138 1091 06>.
8 Realizzato sotto il patrocinio del Ministero della propaganda il lungometraggio der Ewige Jude raccoglie, in forma pseudo-documentaristica, il materiale filmico girato in Polonia subito dopo l'occupazione. Strutturata attorno ai più rozzi clichè antisemiti, la pellicola fu trasmessa per la prima volta al pubblico tedesco il 28 novembre 1940.
9 Sulla campagna di propaganda antisemita, attuata attraverso lungometraggi o immagini fornite dalle Propagandakompanien della Wehrmacht si veda Friedländer, pp. 45-51.
10 Friedländer, pp. 45-46.
11 Si veda il Cap. 5.
12 In effetti, una rappresaglia contro gli ebrei di Mogilev era stata perpetrata da un reparto della Wehrmacht pochi giorni dopo l'occupazione della città, in risposta all'uccisione di un ufficiale tedesco da parte di una donna in uniforme russa. A seguito di questo attentato, furono arrestati una cinquantina di ebrei, tra i 20 ed i 45 anni, poi fucilati da un plotone di esecuzione dell'Infanterie-Regiment 81. HIS, pp. 150-153. In tal senso, per gli eccidi dell'ottobre 1941 – che nulla avevano a che fare con questo episodio – non vi furono neanche eventi di questo genere, che potessero essere presi a pretesto, ma solo e semplicemente una volontà genocida tout-court.
13 Gerlach, p. 592.
14 Ibid., pp. 587-588, LG Bochum, 15 Ks 1/66, p. 437, Curilla, p. 560.
15 Browning Origini, pp. 314, 376.
16 L'ambizione di ripulire dagli ebrei la capitale del proprio dominio, rendendo l'aria respirabile per i tedeschi, non sarebbe stata una novità, avendola già fatta sua il governatore generale Hans Frank fin dal 12 aprile 1940, allorchè auspicò durante una riunione, una vasta operazione di evacuazione dei 50.000 ebrei di Cracovia. Browning Origini, p. 145.
17 Sul ruolo della 707.ID, di Braemer e di von Bechtolsheim, si veda HIS, pp. 469-474.
18 Browning Origini, p. 300.
19 Krausnick/Wilhelm, p. 182, Curilla, p. 435.
20 LG Freiburg, 1 Ak 1/63, p. 446. Curilla, p. 560.
21 In particolare, l'esplicita partecipazione dell'EK8 all'eccidio del 2 ottobre, non venne riscontrata dal Tribunale di Bochum (LG Bochum, 15 Ks 1/66), nel corso del processo contro Kraiker: fatto questo probabilmente dovuto alla mancata citazione dello stesso EK8 – in relazione agli eventi del 2 e 3 ottobre 1941 – sul KTB del Polizei-Bataillon 322, nel quale vengono menzionati solo lo Stab/HSSPF di von dem Bach, la 3/322 e gli ausiliari ucraini. Per contro, una conferma del coinvolgimento dell'EK8 nell'eccidio del 2 ottobre proviene dalla testimonianza dell'Hauptwachtmeister Richard Neubert, comandante del terzo plotone della 2/Polizei-Bataillon 9, che in agosto era stato aggregato all'EK8. Curilla, p. 435.
22 EM 133 del 14 novembre 1941, Gerlach, p. 592, Curilla, p. 437, Browning Origini, p. 411.
23 Si trattava dei Dulag 185, 127 (dal febbraio/marzo 1942) e 203, nonché dello Stalag 341. Kohl, pp. 141 e 291.
24 Gerlach Extermination, p. 62. Questo campo era stato attivato nel tardo settembre 1941 per rinchiudere tutti coloro – in maggioranza civili – che non venivano destinati ad uno dei campi per prigionieri di guerra. Operativamente, il campo fu posto sotto il controllo dell'SSPStOF “Mogilev”, Oberstleutnant Kölblinger e fu dapprima sorvegliato dal Polizei-Kommando “Waldenburg” e quindi da una compagnia dell'NSKK. Gerlach, p. 591.
25 Gerlach Extermination, p. 62.
26 Curilla, pp. 426-428.
27 Klemp Ermittelt, p. 282, Hölzl, p. 271, Curilla, p. 830-831.
28 Gerlach, p. 541, Klemp Ermittelt, p. 280.
29 Gericht der BRD, LG München I, 21/07/61, 22 Ks 1/61, VII/1b – JuNSVe, Lfd.Nr. 519.
30 LG Bochum, 15 Ks 1/66 del 5 giugno 1968, contro Kraiker ed altri. Curilla, p. 527.
31 Curilla, pp. 830-831, Klemp Ermittelt, p. 294.
32 LG Freiburg, 1 Ak 1/63 del 12 luglio 1963, contro Uhl, Hülsemann e Riebel; LG Darmstadt, 2 Js 376/65 del 2 febbraio 1972 e del 2 ottobre 1972 contro 19 membri del battaglione. Curilla, p. 545. Per ulteriori dettagli si veda il § 5. 4, Herren des Tatorts.
33 Hochstetter, p. 464.
34 LG Detmold, 2 Ks 2/66 del 16 febbraio 1967, contro Schulz. Curilla, pp. 342-343.
35 Curilla, pp. 830-831.
36 Hochstetter, p. 460.
37 Ibid., p. 463.
38 LG Freiburg, 1 Ak 1/63, pp. 446-449, Curilla, pp. 560-561, Gerlach, p. 588.
39 Curilla, p. 560, Breitman, p. 66. Si veda Rapporto Riebel, pp. IX-X.
40 AVAK, pp. 347-348, 380. ZStL AR-Z 6/65, Bd. II, Bl. 339-343.
41 Langerbein, p. 142.
42 AVAK, pp. 348, 380. Testimonianza di H.G., aiutante, presso lo Stab/HSSPF “Mitte”, rilasciata alla ZStL AR-Z 152/59, Bd. II, Bl. 1034-1036.
43 AVAK, pp. 349, 380. Testimonianza di G.B., rilasciata alla ZStL AR-Z 6/65, Bd. III, Bl. 773.
44 Ibid., pp. 349, 381. Testimonianza di E.C., rilasciata alla ZStL AR-Z 6/65, Bd. III, Bl. 639.
45 Mallmann/Riess/Pyta, p. 139. Testimonianza di Rudolf S., rilasciata alla ZStL AR-Z 6/65, Bd. III, Bl. 715.
46 AVAK, p. 349.
47 Ibid., p. 350.
48 Langerbein, p. 143.
49 Gerlach, p. 590, citando alcune testimonianze, avanza l'ipotesi che tutti i circa 7.000 ebrei di Mogilev possano essere stati trasferiti alla Dimitrov-Werke il giorno 2 ottobre in occasione del primo eccidio e che le vittime del massacro del 19 ottobre siano state quindi prelevate direttamente dalla fabbrica, invece che dal ghetto, nel frattempo completamente svuotato dei suoi abitanti.
50 LG Bochum, 15 Ks 1/66 del 5 giugno 1968, contro Kraiker ed altri, p. 438-527
51 LG Detmold contro Schulz, p. 22. Curilla, p. 343.
52 Curilla, p. 343.
53 Ibid., p. 539.
54 Diversamente da quello di Bochum, il Tribunale di Monaco nel processo contro Bradfisch, parla un reparto ausiliario bielorusso, oppure di un contingente di miliziani russi. Curilla, p. 538.
55 LG München I, 21/07/61, 22 Ks 1/61, Curilla, pp. 539-540.
56 Testimonianza di Alfred H., rilasciata al procuratore di Bochum - StAwBo 9526, Klem Ermittelt, p. 282.
57 Gerlach, p. 590, Gerlach Extermination, p. 62.
58 Ibid, p. 590, Ibid., p. 62.
59 Klemp Ermittelt, p. 279, Hölzl, p. 449.
60 Klemp Ermittelt, p. 279-280.
61 Per una più approfondita disamina delle vicende processuali del Polizei-Bataillon 322, si veda il § 5.4.
62 Curilla, pp. 342-343.
63 Ibid., p. 426-427. Oltre a Bradfisch furono condannati per complicità in omicidio, rispettivamente a sette anni ed a tre anni e mezzo di carcere, anche due teilkommandoführers dell'EK8, ossia Wilhelm Schulz e Oskar Winkler.
64 Breitman, p. 75. Testimonianza dell'aiutante di campo di von dem Bach, presente alla riunione. Si veda Browning Origini, p. 376.
65 In effetti, i furgoni a gas a Mogilev erano già stati utilizzati una prima volta verso l'inizio di settembre, per una gassazione sperimentale di oltre 500 malati di mente. Browning Origini, p. 295.
66 Ibid., p. 300.
 
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