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"Seht euch diesen Mann an"
Kamenec Podolski
27-29 Agosto 1941 
 

 
Die Liquidation dieser Juden
bis zum 1.9.1941
durchgeführt zu haben
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Friedrich Jeckeln, 25 Agosto 1941

 
Un'opera di Dio. Provenendo da nord, lungo la Statale H09 da Ivano Frankovsk ed inerpicandosi lungo i tornanti che conducono al passo Yablonitsky, quella che si incontra è un'opera di Dio. Lo straordinario panorama di conifere che accompagna l'ascesa fino ai 931 metri del passo, displuviale delle valli del Prut e della Tisza, si trasforma, abbandonando la rotabile per seguire i sentieri del trekking verso la dorsale del monte Hoverla ad oltre 2.000 metri di quota, in un'universo di creste rocciose piuttosto brulle, dall'andamento caotico ma di ineguagliata vastità, simile a una balconata posta sopra l'imboccatura della stretta valle della Chorna Tysa. Al di là del passo, scendendo verso sud, raccolto tra la statale e la ferrovia, il piccolo borgo di Körösmezo, Jasinya in ucraino, introduce da est allo spettacolare complesso delle Swidowiec. A Körösmezo, quasi all'altezza del centro del paese, su di una piccola collina, i resti di un vecchio cimitero ebraico dalle lapidi di pietra scolpite a mano, corrose dal muschio e immerse tra le erbacce, segnano il passaggio su questa terra di una piccola comunità israelitica oramai scomparsa. Ancora più a sud, proseguendo lungo la H09, prima di raggiungere il confine romeno al valico di Velyyky Bychkiv, la cittadina di Rakhiv, ad una ventina di km da Körösmezo, segna il centro geografico dell'Europa, almeno secondo le vecchie autocentriche misurazioni austro-ungariche.
Il centro dell'Europa, il cuore del continente, un luogo che fu d'orgoglio per i cartografi della duplice monarchia, che marcarono così l'estremo limite orientale dell'impero; un luogo circondato da un ambiente di indiscussa bellezza, dai ritmi pacati e dai silenzi ancestrali. Un confine ideale, come una cuspide, proteso tra i magiari dell'ovest, i romeni del sud e gli ucraini dell'est. Un punto che dovrebbe essere d'incontro. Una vera opera di Dio.
Ma quest'opera, che doveva essere di Dio, a Dio fu sottratta. Il cuore del continente cessò di battere per molti giorni, nel luglio 1941, e la trascendente bellezza di quei luoghi suggerì probabilmente solo un graffiante rimpianto alle migliaia di profughi ammassati nelle più disarmanti condizioni sui treni diretti alla frontiera ucraina, così come era stata tracciata durante quell'estate furibonda. Il punto di incontro divenne di passaggio, ultima tappa di una infernale odissea destinata a concludersi poco più avanti, al di là del Dnestr, nei pressi di Kamenec Podolski. Un’odissea che avrebbe portato oltre 23.000 ebrei – in maggioranza originaridella Rutenia, ma anche slovacchi, ucraini, polacchi e romeni – ad incontrare il loro tragico destino in un campo desolato, sfregiato dai bombardamenti, ai margini occidentali della grande pianura ucraina.
 
nr 10
                                                      Körösmezo, negli anni Trenta
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1. ALIENI
Tra gli effetti negativi provocati dal cedimento di Monaco – che segnò l'apogeo della politica espansionistica nazista attuata con mezzi non militari e produsse come immediata conseguenza lo smembramento della Cecoslovacchia tra il novembre 1938 ed il marzo 1939 – vi fu la destabilizzazione degli assetti di confine di tutta l’Europa centro-orientale, con relativa alienizzazione di ampie minoranze etniche racchiuse all’interno delle frontiere ridisegnate dagli accordi tra le varie potenze interessate al grande gioco della revisione territoriale etnico/politica. Gli ebrei, tra tutte le minoranze coinvolte, finirono per pagare quasi inevitabilmente il conto più salato, ritrovandosi da un giorno all'altro privati della vecchia cittadinanza, senza il diritto automatico di riceverne una nuova.
Fu soprattutto l’Ungheria, beneficiaria delle maggiori acquisizioni territoriali grazie al Primo arbitrato di Vienna (2 novembre 1938) ed alla successiva invasione della Rutenia Subcarpatica (marzo 1939), a dover gestire questo fenomeno (1): una situazione ulteriormente aggravata nel settembre 1939 dall’invasione tedesca e sovietica della Polonia – che produsse la fuga in Ungheria di migliaia di ebrei polacchi e galiziani – seguita poi il 30 agosto 1940, dopo il Secondo arbitrato di Vienna, dall’acquisizione ungherese dell’intera Transilvania settentrionale romena (2). Un ulteriore gruppo di ebrei fu infine assoggettato nell'aprile 1941, dopo l'annessione all'Ungheria della Bačka (Bácska) jugoslava (3). Il risultato fu che la comunità ebraica ungherese, per effetto delle annessioni territoriali, crebbe dalle circa 400.000 anime censite entro i confini di Trianon del 1939 (4,3% della popolazione), alle 725.000 rinchiuse entro quelli del 1941 (4,9%). Inoltre, dopo la Terza legge razziale ungherese del 2 agosto 1941, furono riconosciuti come ebrei anche 100.000 israeliti convertiti al cristianesimo, il 10% dei quali residenti nei territori annessi (4).
  
ungheria 1938-1941
  Acquisizioni territoriali ungheresi, 1939-1941
Degli oltre 325.000 ebrei incorporati, una buona parte riuscirono ad ottenere col tempo la cittadinanza ungherese, in un modo o nell'altro; nel 1941 tuttavia, il 20% degli ebrei residenti entro i nuovi confini magiari (circa 145.000) risultava ancora privo di cittadinanza (5): tra questi era compresa la maggior parte dei rifugiati provenienti dai paesi terzi. Secondo varie stime, nel settembre 1939 – quindi prima dell'annessione dei territori ex romeni ed ex jugoslavi – solo una percentuale irrisoria dei circa 15÷35.000 ebrei rifugiatisi in Ungheria dal Reich, dall'Austria, dalla Polonia, dalla Cecoslovacchia e dalla Galizia era riuscita ad ottenere la nuova cittadinanza dal governo di Budapest o, in alternativa, dei permessi di soggiorno provvisori o di transito verso la Palestina (6). Tutti gli altri, la grande maggioranza, erano considerati apolidi, ma con l’obbligo di registrazione al KEOKH (Ufficio Centrale per il Controllo degli Stranieri) (7). Tuttavia, mentre i rifugiati provenienti dai paesi terzi venivano riuniti in campi di internamento, quella parte di ebrei già residenti nelle aree di confine di volta in volta annesse all’Ungheria (Slovacchia meridionale, Transilvania, Rutenia, ecc.), continuarono a vivere nelle loro case, più o meno indisturbati.
Tale situazione si protrasse fino all'inizio di Barbarossa, allorchè il già precario status degli ebrei residenti entro i nuovi confini ungheresi raggiunse il punto di rottura. Il Consiglio dei ministri di Budapest infatti, a seguito di una proposta lanciata il 12 luglio 1941 da due dirigenti antisemiti del KEOKH (8), approvò il successivo 2 agosto la cosiddetta Terza legge razziale, con la quale si autorizzava l’espulsione di tutti gli ebrei privi di cittadinanza ungherese, residenti entro i confini d’Ungheria: nel complesso, circa 145.000 persone (9). Quale area di espulsione venne scelta quella parte del territorio sovietico sotto amministrazione militare magiara, oltre il confine orientale della Rutenia Carpatica.
   Kamenec Podolsky 4  Yad Vashem

  Deportazione di ebrei verso Kamenec Podolski. Source Yad Vashem

Superate le formalità burocratiche, a partire dal 14 luglio furono avviate le «espulsioni degli ebrei russi e polacchi infiltratisi di recente» (10), in particolar modo degli ebrei esuli dalla Polonia, di quelli residenti in Rutenia e delle comunità già romene del Maramureş (11). Numerosi furono anche gli ebrei slovacchi ed anche alcuni gruppi in attesa di cittadinanza ungherese, ma che non avevano ancora ricevuto i documenti definitivi.
Le espulsioni, particolarmente violente in Rutenia, furono perpetrate dalla gendarmeria ungherese con breve preavviso e con solo scarse provvigioni concesse ai deportati, i quali dovettero ammassarsi in tutta fretta sui carri bestiame delle ferrovie diretti a Körösmezo, località scelta quale punto di raccolta prima del balzo finale oltreconfine. Da questo punto, secondo i piani, gruppi di autocarri avrebbero dovuto fare la spola, trasportando ogni giorno 1.000 ebrei a Kolomyia, già in territorio galiziano ma ancora, temporaneamente, in area d’amministrazione militare ungherese (12). Da qui infine, in colonne di 3 o 400, sotto la scorta di gendarmi ungheresi, i deportati sarebbero stati cacciati oltre il Dnestr, in area d’amministrazione militare tedesca, e spinti a piedi verso Kamenec Podolski ed altre località indicate quali destinazioni finali (Buczacz, Czortków e Stanislaviv) (13): un ultimo esodo quasi biblico, che metteva le lunghe colonne di ebrei, sfiniti dalla marcia e dal caldo torrido, alla mercè di bande di miliziani ucraini liberi di imporre la loro legge predatoria e di assassinare tutti coloro che avessero opposto resistenza alle rapine (14). Non di rado, una volta giunti nei pressi del Dnestr, i gruppi di deportati venivano semplicemente abbandonati in aperta campagna, liberi di andare dove volessero, ma con la minaccia di finire davanti ad un plotone d'esecuzione se avessero osato ritornare in Ungheria.
Tra i pochi sopravvissuti alla deportazione degli ebrei apolidi nell'estate 1941, vi fu Leslie Gordon, ebreo polacco naturalizzato canadese, che rilasciò la sua drammatica testimonianza durante il processo di Gerusalemme contro Eichmann. Un'estratto della sua testimonianza, incentrato sulle fasi della deportazione verso Kamenec Podolski è riprodotto nell'Allegato 1. 
 
2. INDOVINA, CHI VIENE A CENA?
La prova di forza ungherese, attuata senza alcun accordo preventivo con Berlino, mise le autorità tedesche di occupazione di fronte al fatto compiuto.
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La marcia della morte degli ebrei ungheresi. Source USHMM
Tuttavia, mentre più a sud, lungo il corso meridionale del Dnestr (area dell'EGD) le lunghe colonne di ebrei romeni espulsi dalla Moldavia dalla truppe di Bucarest venivano duramente rigettate indietro dai soldati tedeschi di guardia ai ponti (15), agli ebrei ungheresi diretti verso Kamenec Podolski, via Kolomyia (Galizia) fu concesso di entrare in Ucraina, e questo probabilmente a causa sia di una mancanza di ordini contrari da parte dei locali comandi tedeschi (area della 444.Sicherungs-Division ed EGC), sia per lo stato di totale confusione nel quale versava, in quel periodo, l’amministrazione tedesca di SS e polizia in Galizia, che dopo essere subentrata agli ungheresi all’inizio di agosto, non fu evidentemente in grado di organizzare il suo filtro alla frontiera con la Rutenia (16). Il tutto – aggiungendo confusione a confusione – inframmezzato da sporadiche iniziative individuali da parte di singoli amministratori locali: come nel caso del Kreishauptmann di Brzezany, che utilizzò la milizia ucraina per respingere dal suo kreis gli ebrei ungheresi giunti fino là (17).
Non dovette passare molto tempo tuttavia, prima che le autorità militari germaniche manifestassero preoccupazione per il continuo afflusso di ebrei dall’Ungheria.
Già dal 28 luglio infatti, con un messaggio telescritto inviato dal comando della 444.Sicherungs-Division veniva espressa al Berück “Süd”, Karl von Roques, la richiesta di intervento presso il governo di Budapest, affinchè accettasse di riprendersi indietro i suoi ebrei, anche a causa del malcontento diffusosi tra la popolazione ucraina (18): una lamentela che comunque non sortì alcun effetto, a causa del netto rifiuto opposto dagli ungheresi (30 luglio) (19).
Il giorno successivo, 31 luglio, in un messaggio indirizzato alla medesima divisione, fu la FK 183 di Kamenec Podolski a lanciare l’allarme circa il possibile diffondersi di epidemie tra gli ebrei abbandonati a loro stessi e privi di qualunque vettovagliamento, chiedendone la rimozione (20): un allarme seguito da un'ulteriore comunicazione datata 13 agosto, con la quale la FK 183 fece nuovamente presente alla 444.Sich.-Div. la necessità di attuare tutte le misure necessarie a gestire i rifugiati, divenuti oramai un peso insostenibile per la città (21).
Questa la testimonianza di un soldato ungherese presente a Kamenec Podolski tra il 18 e 19 agosto 1941:
 
"Vi sono molti ebrei, specialmente donne, ricoperte di stracci ma con le labbra dipinte di rosso, che cercano del pane in cambio di gioielli. Darebbero ogni loro avere per ottenere un po' di pane. alcuni trascinano i loro passi con la disperazione sul volto, altri strisciano sulla strada, collassati per la stanchezza e la fame. Vi sono ebrei che fasciano le loro ferite ai piedi con pezzi di stoffa strappati dai vestiti. In città il quartiere ebraico è pieno di ebrei, molti dei quali arrivati da Budapest: vivono in mezzo ad una indicibile ed indescrivibile sporcizia, con quasi nulla addosso, nelle strade aleggia il fetore ed in alcune case giacciono dei cadaveri insepolti. Le acque del Dnestr sono infette e si vedono qua e là galleggiare dei corpi, strappati via dalla riva (22)".
 
Così, se da un lato le autorità militari tedesche si trovavano ad affrontare un problema inaspettato e di difficile soluzione, che rappresentava, dal loro compulsivo punto di vista, una minaccia alle linee di comunicazione ed una fonte di disordine nelle retrovie (23), dall’altro lato gli ungheresi tendevano ad accelerare le espulsioni prima che, dopo l'annessione al Generalgovernatorato di quella parte della Galizia che essi amministravano, previsto per l’inizio di agosto, venisse definitivamente a mancare quell’unica area di stoccaggio per i loro ebrei in soprannumero. Ed in effetti, ben 14.000 furono gli ebrei espulsi in varie parti della Galizia entro il 10 agosto, saliti a 15.567 il 19 agosto; solo 3 o 4.000, invece, furono quelli che li seguirono entro la fine dello stesso mese, a frontiere oramai chiuse (24).
La situazione, frutto di interessi confliggenti, appariva quindi senza sbocco e minacciava di rovesciarsi addosso ai malcapitati ebrei, ospiti non graditi di due litigiosi commensali.
 
3. UOVO DI COLOMBO
Fino a quel momento Gyula Spitz era stato un uomo fortunato.
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    Gli ebrei di Kamenec Podolski in marcia verso la fucilazione. Source USHMM/Gyula Spitz
Ebreo magiaro nativo di Budapest, anziché nel Servizio Obbligatorio del Lavoro come accaduto alla maggior parte dei suoi correligionari, era stato arruolato nell’esercito ungherese ed assegnato ad una unità regolare Honvéd, dove rimase come autista di autocarri dal 1940 al 1942 (25).  In tale ruolo, tra il 27 ed il 28 agosto 1941 si era ritrovato nell’area di Kamenec Podolski, ed ebbe così modo di assistere al passaggio di lunghe colonne di ebrei scortati da truppe tedesche, dirette ad un campo aperto fuori città. Dall’interno della sua cabina di guida, Spitz riuscì a scattare furtivamente alcune fotografie attualmente conservate negli archivi dell’USHMM (26), le quali, a quanto risulta, sono le uniche immagini disponibili di quanto avvenne nelle fasi immediatamente precedenti a quello che fu «il primo massacro a cinque cifre della Soluzione finale» (27).
Ma cos’era successo, nel frattempo?
 
Secondo la tempistica stabilita da Berlino sulla base dell’avanzata dell’Heeresgruppe Sud” verso est, quelle aree dell’Ucraina occidentale già saldamente in mano tedesca, vale a dire la Volhynia e la Podolia, sarebbero passate il 1° settembre 1941 dall’amministrazione militare della Wehrmacht a quella civile del Reichkommissar Ukraine (RKU) Erich Koch (28). Sennonchè una parte di tali territori, tra cui le regioni di Zhitomir e di Kamenec Podolski, già assoggettate per decenni al dominio sovietico, furono considerati dai perspicaci think-thank berlinesi, come maggiormente bolscevizzati rispetto alle regioni più occidentali dell'Ucraina (Lutsk e Rovno), annesse all'URSS solo nel 1939: una condizione questa, che secondo i meccanismi di reazione quasi autistici tipici della leadership politica nazista, nonché delle stesse gerarchie militari avvolte nella loro Freischärlerpsychose, rendeva lecita l'implementazione delle misure più indiscriminate e drastiche, comprese le rappresaglie collettive e la massiccia caccia all'uomo ai danni degli ebrei, sbrigativamente indicati come bolscevichi tout-court: una distorsione evidentemente surretizia, con richiami pavolovian-lombrosiani, tesa a delineare il supremo nemico giudaico attraverso la sintesi di categorie non sovrapponibili tra di loro, vale a dire quella politica e quella etnico-religiosa: sintesi indubbamente forzata, ma che tuttavia aveva già dato i suoi frutti in quelle stesse settimane con il rapido passaggio dalle esecuzioni selettive di maschi ebrei adulti dei primi giorni dopo Barbarossa, agli eccidi indiscriminati attuati con il progressivo progredire dell'avanzata verso est; così, ad esempio, era avvenuto a Novograd Volynski (Zwihal), dove un gran numero di donne e di giovani ebrei fino a 16 anni di età erano stati liquidati il 25 luglio 1941 su ordine dell'HSSPF Friedrich Jeckeln (29) , e così era stato ripetuto anche a Stara Kostantinova, divenuta sede temporanea del comando di Jeckeln, dove 139 donne ebree erano state fucilate il 20 agosto (30).
Non sorprende pertanto, in una tale alchimia di automatismi ideologici e deriva sterminazionista già in atto, la tendenza a ricercare una soluzione rapida e definitiva anche al problema delle migliaia di ebrei ungheresi che continuavano ad affluire al ghetto di Kamenec Podolski, dove nel frattempo, tenuto conto della popolazione locale già presente, le condizioni di sopravvivenza si erano fatte disperate.
Ed in effetti la soluzione, probabilmente inaspettata, giunse nel corso di una riunione tenutasi a Vinnitsa il 25 agosto, presso lo Chef der Abteilung Kriegsverwaltung bei Generalquartiermeister des Heer, attraverso l'approvazione da parte dei numerosi ufficiali di alto rango presenti (31), di una una proposta fatta pervenire da Jeckeln – non presente all'incontro – che si offrì ad un certo punto di risolvere con i propri metodi il problema ebraico di Kamenec Podolski entro la data prevista. Il verbale della riunione, redatto il 27 agosto, non lascia dubbi su quali fossero le intenzioni di Jeckeln:
 
"Circa 11.000 ebrei sono stati spinti dagli ungheresi oltreconfine, nei pressi di Kamenec Podolski. Nel corso dei precedenti negoziati non è stato raggiunto alcun accordo per il rimpatrio di questi ebrei. Pertanto, l'HSSPF (Ogruf. Jeckeln), spera di riuscire a completare la liquidazione di questi ebrei entro il 1° settembre 1941" (32) [l'enfasi è mia].
 
Ovviamente, oltre a liberare gli indecisi ufficiali della Wehrmacht di un problema apparentemente insolubile, il provvidenziale intervento di Jeckeln fu utile anche a sé medesimo per guadagnare credito nei confronti di Himmler. Da questo punto di vista infatti, la questione dei rifugiati ebrei dall'Ungheria capitava in un certo senso a proposito, come stratagemma per placare il malumore di Himmler nei confronti dei suoi proconsoli orientali Prutzmann e Jeckeln, entrambi colpevoli di non essersi mossi fino a quel momento con la necessaria risolutezza e di non averlo aggiornato sufficientemente sulla situazione delle esecuzioni nei rispettivi protettorati. Ed a questo punto, il rapporto che Jeckeln era stato chiamato a rendere davanti ad Himmler, il 12 agosto 1941, appare del tutto propedeutico all'accelerazione della campagna genocida in Ucraina (33).
In tal senso, lo sterminio di migliaia di disperati, colpevoli unicamente di essere ebrei e che in nessun modo avrebbero potuto costituire una minaccia, viste anche le loro condizioni di totale esaurimento fisico, rappresentava l’uovo di Colombo, la soluzione adeguata al convergere di istanze differenti: di Himmler, di Jeckeln ed ovviamente anche della Wehrmacht, che senza dover pagare dazio si vedeva così alleviata di un notevole peso logistico (34).
D'altra parte, che le cose fossero percepite con quest'ordine di idee dai vertici della Wehrmacht in Ucraina lo si vide dalla rapida approvazione della proposta di Jeckeln, cui venne dato il via libera senza obiezione alcuna da parte dei numerosi partecipanti alla riunone. In altre parole, i comandanti della Wehrmacht e gli ufficiali civili riunitisi a Vinnitsa scelsero pilatescamente di demandare il problema ebraico di Kamenec Podolski alle SS ed alla polizia, avallando di fatto la deriva sterminazionista definitiva (35).
 
4. MORTE A LENTA CORSA
Conscio dei propri mezzi, Friedrich Jeckeln fece in modo di mantenere la promessa. Ma non solo. Ritenendo evidentemente che gli ebrei ungheresi non fossero un bersaglio sufficiente, estese la sua attenzione anche a quelli locali, che vivevano segregati nel ghetto di Kamenec Podolski fin da quando era stato istituito, il 20 luglio 1941: in pratica, prendendo come base i circa 14.000 ebrei presenti in città nel 1939, alla vigilia del conflitto (38% della popolazione complessiva), sottraendo da essi quelli espatriati in Ungheria in tale periodo per sfuggire all’Armata Rossa, ovvero quelli dileguatisi verso l’interno dell’Unione Sovietica dopo il 22 giugno 1941 per sottrarsi ai nazisti, e sommando i deportati scacciati dall'Ungheria in luglio e agosto, si arriva ad un totale di almeno 28.000 ebrei ammassati nel ghetto di Kamenec Podolski nell’agosto 1941, metà dei quali di origine ungherese (36).
Contro tutti costoro finì per abbattersi la mannaia di Jeckeln.In effetti, quello di Kamenec Podolski poteva considerarsi un ghetto del tutto provvisorio, in quanto privo di supporti abitativi e logistici in grado di sostentare un così grande numero di reclusi. L'area era stata delimitata, su iniziativa della FK 183, entro il perimetro della città vecchia incentrata attorno alla storica fortezza ed era accessibile solo tramite un unico ponte sorvegliato. Gli ebrei residenti in altre parti della città e nei villaggi vicini, quali Orinin, Chemerivtsi e Smotrich (37), dovettero quindi trasferirsi con solo 50 kg di bagaglio a persona, in quelle poche abitazioni disponibili poste all'interno delle mura, lasciate libere dalle famiglie ucraine a loro volta reinsediate al di fuori del ghetto. Dopodichè cominciarono ad affluire anche gli ebrei ungheresi, affollando fino all'inverosimile – con tutte le ovvie conseguenze alimentari e igieniche – quella che era un'area pensata per raccogliere solo provvisoriamente gli ebrei locali (38). D'altra parte, a differenza della Polonia e del Baltico, non risulta vi sia mai stata in Ucraina alcuna volontà di istituire dei ghetti propriamente detti, bensì solo dei centri di stoccaggio temporanei per ebrei, in attesa di soluzioni alternative.Così come a Kamenec Podolski era stato utilizzato il comprensorio della cittadella fortificata, in altre località dell'Ucraina furono adibite a ghetto fattorie collettivizzate, edifici bombardati, magazzini, fabbriche dismesse come a Charkov e addirittura vagoni bestiame come a Cherniakhiv (39): soluzioni-tampone che fornivano pretesti ed inevitabilmente preludevano a misure radicali. La precarietà abitativa imposta agli ebrei non poteva infatti che accompagnarsi a quella logistica, in particolar modo dei rifornimenti alimentari concessi ai ghetti, cui la Wehrmacht non assegnava alcuna priorità: cosa questa, che unita alle restrizioni di ogni tipo imposte alla comunità ebraica relegata all'interno di un circolo di mura, equivaleva sostanzialmente ad una condanna a morte per inedia. Da questo punto di vista, le stesse comunicazioni allarmate inviate dalla FK 183 circa le deplorevoli condizioni del ghetto di Kamenec Podolski, appaiono venate da cinica ipocrisia e più che altro rivolte a sollecitare una qualunque forma di soluzione ad un problema che comunque esisteva, e che se non fosse stato risolto in un modo o nell'altro, avrebbe potuto trascinarsi avanti ancora per mesi. Privi dei più essenziali supporti vitali, di attività economiche che potessero essere utili a loro stessi prima ancora che alle autorità d'occupazione, ridotti all'accattonaggio di un pezzo di pane, rinchiusi in tuguri sovraffollati, costretti a convivere con l'immondizia e le malattie, se non addirittura con i cadaveri insepolti dei loro congiunti, gli ebrei di Kamenec Podolski ed i loro correligionari ungheresi subirono, durante la loro breve detenzione nel ghetto della cittadella – circa una quarantina di giorni – quella che probabilmente fu qualcosa di molto simile ad una morte a lenta corsa: una situazione di assoluto degrado, volutamente spinta dalle autorità tedesche oltre i limiti della sopravvivenza, che dava modo agli eleganti ufficiali della Wehrmacht di potersi scandalizzare, con ineguagliato cinismo, di un problema da loro stessi creato e di cui, a quel punto, sollecitavano la risoluzione attraverso l'adozione delle misure più drastiche (40). Va da sé che quella di Kamenec Podolski non fu un'eccezione, bensì una regola, quantomeno in Ucraina, dove nella tarda estate 1941 i ghetti, transitori ed effimeri, non arrivarono mai a rappresentare un'opportunità di sopravvivenza, seppure precaria, bensì un veicolo per facilitare la Soluzione finale, ovvero una trappola mortale alla quale era praticamente impossibile sfuggire (41).
 
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                        Gli ebrei di Kamenec Podolski in marcia verso la fucilazione. source USHMM/Gyula Spitz
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5. FATTI E NON PAROLE
Per raggiungere l'ambizioso obiettivo che si era ripromesso Jeckeln aveva bisogno di far seguire i fatti alle parole. Cosa che fece, con indubbia determinazione.
Ottenuto il via libera dalle autorità militari riunite a Vinnitsa, Jeckeln raggiunse Kamenec Podolski con un Fiesler Storch dando immediatamente il via ai preparativi per il massacro, aiutato in questo dal suo vice, l’SS-Brigadeführer Gerret Korsemann. Entrambi, assieme ad alcuni ufficiali della Wehrmacht, avrebbero tra l'altro assistito all’eccidio dalla cima di una bassa collina sovrastante le fosse comuni (42): un particolare, questo, che conferma indirettamente la piena conoscenza e condivisione dell'intera operazione da parte della FK 184, evidente informata da Jeckeln, allo stesso modo in cui dallo stesso Jeckeln erano state ragguagliate anche le autorità militari ungheresi, che ancora per quattro giorni (fino al 31 Agosto) avrebbero detenuto la responsabilità amministrativa sopra l'area di Kamenec Podolski (43).
Nonostante l’esperienza maturata nei numerosi eccidi perpetrati nelle settimane precedenti tra Kovel e Vinnitsa, quello di Jeckeln non era comunque un compito facile: sia per il gran numero di ebrei che si prevedeva di liquidare  nel così breve tempo disponibile, sia per la scarsità di reparti a cui era possibile fare ricorso.
    friedrich jeckeln 1944
    Friedrich Jeckeln, 1944, before the camera
La scelta del luogo, conosciuto come Porokhovye sklady (44), fu risolta individuando un vasto campo lievemente ondulato a circa cinque km a nord di Kamenec Podolski, crivellato dai crateri di un precedente bombardamento che potevano utilmente funzionare da fosse comuni improvvisate.
Per quanto riguarda invece i reparti, fu subito evidente come la scelta fosse alquanto limitata: vi era innanzi tutto la Stabskompanie/HSSPF “Russland-Süd”, che seguiva Jeckeln nei suoi spostamenti sul campo, funzionando da nucleo-comando e reparto di scorta (45) e che rappresentava probabilmente l'unico reparto della polizia di sicurezza coinvolto nell'eccidio, stante la presenza in altre aree dei vari distaccamenti dell'EGC (46); dopodichè, era disponibile un contingente di ausiliari ucraini reclutati dalla FK 184, oltre ad un plotone di genieri ungheresi formato da Svevi del Danubio, che possibilmente fu messo a disposizione dalle autorità militare magiare per compiti di sorveglianza attorno all'area del'eccidio (47): troppo poco affinchè l’operazione potesse essere portata a termine nei tempi previsti. A risolvere i problemi di Jeckeln fu quindi un battaglione di polizia in quel momento dislocato a Khmel’nyts’kyy (Proskurov), a circa 90 km a nord di Kamenec Podolski, dove era giunto il 27 agosto proveniente da Tarnopol, in Galizia.
Si trattava di un battaglione originario di Berlino-Spandau, costituito nel febbraio 1941, che fin da subito era stato considerato un reparto «a disposizione (zur Verfuegung Chef der Ordnungspolizei)». In tale ruolo, dopo il suo ingresso in territorio sovietico, avvenuto verso la metà di agosto nell'area di Przemysl, in Galizia, era stato posto agli ordini di Jeckeln, quale «reparto per impieghi speciali (zur besonderen Verwendung)» (48).
Comandava il battaglione il Maj. Kurt Dall, subentrato in quegli stessi giorni al suo predecessore. I comandanti di compagnia erano l’Hptm. Alfred Weber (1/320), l’Hptm. Hans Wiemer (2/320) e l’Hptm. Heinrich Scharway (3/320). Le prime due compagnie presero parte al massacro già dal 27 agosto, mentre la terza, più arretrata, giunse sul luogo dell’eccidio verso mezzogiorno del 28 agosto: anch’essa, comunque, fece in tempo a partecipare a numerose fucilazioni.
Per il Polizei-Bataillon 320 quella di Kamenec Podolski non sarebbe stata la prima Saeuberungsauftraege, avendo già partecipato pochi giorni prima (20 agosto), al massacro di 439 ebrei a Stara Kostantinova (49), sebbene solo in un ruolo di supporto alla 1.SS-Infanterie-Brigade; detto ciò, rimane la realtà di un reparto debuttante, fino a quel momento coinvolto ex-abrupto in uno spaventoso eccidio di civili indifesi, senza che questo bastasse a sollevare nei poliziotti perpetratori, alcuna particolare reazione o trauma emotivo esteriormente percepibile: fatto salvo un unico caso di obiezione di coscienza da parte del poliziotto Herbert H., riconosciuto ed accettato dal suo comandante di compagnia Scharway.
Questa la testimonianza di Herbert H., rilasciata alla ZStL, 204 AR-Z 48/58 il 15 gennaio 1960 (50):
 
"Mi ricordo di un discorso del nostro comandante di compagnia Scharway davanti alla compagnia schierata, durante il quale ci venne comunicato l'impiego dell'intero battaglione in una azione ebraica a Kamenec Podolski. Dal suo discorso fu chiaro che gli ebrei sarebbero stati fucilati. Le sue parole dovevano essere, per noi, come un indottrinamento ideologico, e per tale motivo egli si espresse inequivocabilmente sul come gli ebrei avessero portato il disordine nel mondo, sul loro essere degli scansafatiche e sulla necessità di doverli quindi eliminare. Non mi ricordo, adesso, le sue parole precise, ma questo era il loro significato. Ad ogni modo, con le sue parole tentò di convincerci della necessità di tali misure […]. Scharway, nel suo discorso ci disse anche che non avrebbe costretto nessuno di noi a sparare […]. Dopo che alla compagnia fu ordinato il rompete le righe, andai da Scharway e gli chiesi a quattr'occhi di essere esentato dal partecipare all'azione […]. Richiamai l'attenzione di Scharway sulla Convenzione de l'Aia, che proibiva l'uccisione di persone inermi e sul fatto che tutto questo non si accordava con la mia coscienza. Gli feci anche notare come la Convenzione dell'Aia mi fosse stata insegnata durante l'addestramento ad Eilenburg. Scharway allora, rispose solo che mi considerava malato e che per tale motivo non mi faceva partecipare all'azione ebraica: «D'accordo Herbert, sei esentato», mi disse. Non sono al corrente se vi siano stati o meno, altri membri della compagnia esentati allo stesso modo, ma non ho avuto l'impressione che tra di essi vi fosse qualcun'altro così colpito come me da quel discorso [di Scharway, NdA]; mi sembrò piuttosto che tutti avessero accettato quella misura come un male necessario […]. Non sono neppure in grado di dire quale fosse l'umore dei nostri ufficiali dopo il discorso, se fosse cioè depresso o meno..."
 
Stando alle parole di Herbert, egli fu l'unico della sua compagnia a rifiutarsi di sparare. Probabilmente, a sua insaputa, vi furono altri episodi simili in tutto il battaglione, ma quand'anche fosse stato così, sarebbero stati pur sempre dei rari casi isolati in mezzo ad una massa non entusiasta ma consenziente di almeno 500 poliziotti. Di certo, tra tutti costoro, solo una minoranza, possibilmente tra gli ufficiali, poteva iscriversi alla categoria dei cosiddetti true believers, a fronte di una larga maggioranza di individui coinvolti in quella che Otto Dov Kulka definisce «complicità passiva» (51): una condizione, questa, che andava oltre la semplice indifferenza nei confronti del destino riservato agli ebrei, per attestarsi piuttosto su una linea di partecipazione riluttante ad atti certamente gravosi ma ritenuti allo stesso tempo necessari.
Questa probabilmente, fu la linea consensuale più avanzata sulla quale si posizionarono tutti i battaglioni di polizia coinvolti nel genocidio ebraico: che non erano, lo ricordiamo, dei prodotti ideologici di sintesi, ma il risultato di complesse alchimie sociali, «peculiari ma niente affatto eccezionali. Rare ma non uniche. [Non già] un attributo immanente della società moderna, ma neanche un fenomeno ad essa estraneo» (52). Di certo si trattò di fenomeni riconducibili non esclusivamente al popolo tedesco, bensì piuttosto all'intera popolazione umana, all'interno di specifiche condizioni. In tal senso, ci sembra condivisibile l'opinione di Christopher Browning, secondo cui non da tedeschi comuni era formata la stragrande maggioranza dei perpetratori bensì piuttosto, molto più tragicamente, da innumerevoli uomini comuni (53).
 
nr 12
Due gendarmi ungheresi assieme ad un militare tedesco. La gendarmeria ungherese fu un corpo particolarmante coinvolto nella persecuzione antiebraica, sia nel 1941 sia soprattutto nell'estate/autunno 1944.
 
6. SARDINENPACKUNG
Per quello che si sarebbe rivelato come il più drammatico eccidio perpetrato fino a quel momento, tando da diventare il punto di non-ritorno sulla strada della Soluzione finale, Jeckeln pianificò un'azione su più giorni, durante i quali le vittime, progressivamente rastrellate nel ghetto, sarebbero state condotte in lunghe colonne fino al luogo dell'eccidio, sotto la stretta sorveglianza dei poliziotti, che in quella fase avrebbero dovuto svolgere essenzialmente compiti di sicurezza. Dopoichè, alle esecuzioni avrebbe provveduto principalmente la Stabskompanie/HSSPF (54).
Agli ebrei, ovviamente, nulla fu detto circa il vero scopo dell'operazione, ma fu raccomandato loro di preparare il proprio bagaglio personale con biancheria e vestiti di ricambio, utili per un trasferimento altrove.
Secondo la testimonianza di un poliziotto, molti degli ebrei lo avrebbero avvicinato nella speranza di conoscere quale fosse la loro destinazione (55). Le colonne comprendevano donne e bambini, mentre gli anziani, incapaci di muoversi autonomamente, dovettero essere trasportati a braccia, su barelle di fortuna.
L’illusione, per le vittime, scomparve con il lento avvicinarsi delle colonne al luogo dell'esecuzione, posto al centro di un terreno piuttosto accidentato, circondato da un primo cordone di poliziotti oltre i quali si intravedevano molte persone e si poteva udire il crepitio delle armi automatiche.
Oltrepassata questa barriera, alle vittime veniva ordinato di radunarsi in grandi gruppi circondati da altri poliziotti, ed ogni volta che una nuova colonna sopraggiungeva dalla città, il perimetro di sorveglianza di quel gruppo si allargava, fino ad includere alcune migliaia di persone (56).
A questo punto alle vittime veniva ingiunto di spogliarsi e di abbandonare a terra i loro abiti e bagagli; dopodichè, a piccoli gruppi, venivano fatte avvicinare alle fosse sparse un po’ dovunque sul terreno.
Queste fosse, in realtà, erano dei crateri di bomba a forma di imbuto, che potevano raggiungere anche un diametro di 20 o 30 metri ed una profondità di cinque o sei, nelle quali erano in attesa i plotoni d’esecuzione, formati solitamente da quattro uomini armati di pistole-mitragliatrici. In alcuni di questi plotoni, vi erano anche dei poliziotti.
Secondo la già citata testimonianza di Herbert H., membro della 3/320, prima delle esecuzioni il comandante di compagnia Scharway avrebbe tenuto un breve discorso ai suoi uomini, circa la necessità di procedere con l’eliminazione degli ebrei, «scansafatiche ed origine dei disordini del mondo» (57). Allo stesso tempo, Scharway informò anche che non avrebbe ordinato a nessuno, individualmente, di partecipare alle esecuzioni: tuttavia, a parte un unico caso di coscienza, nessun altro tra i poliziotti si sarebbe tirato indietro o avrebbe mosso obiezioni (58).
Quello che accadde successivamente fu qualcosa di molto simile ad un girone infernale.
 
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              Gli ebrei di Kamenec Podolski in marcia vero la fucilazione. Source USHMM/Gyula Spitz

 

Per molte ore, senza alcuna pausa, dopo essere stati spinti sul bordo delle fosse gruppi di ebrei furono costretti a saltare all’interno dei crateri, per poi sdraiarsi direttamente sui corpi di coloro che li avevano preceduti ma in posizione invertita, in modo da ottimizzare lo spazio: era il cosiddetto metodo delle «scatole di sardine (Sardinenpackung)» ideato da Jeckeln. Dopodichè le vittime venivano uccise con colpi singoli alla nuca, o talvolta con sbrigative raffiche delle armi automatiche. In certi casi le esecuzioni avvenivano con le vittime lasciate in piedi, uccise da distanza ravvicinata (59).
Vi era un certo grado di tolleranza nei confronti degli esecutori, solo nel caso qualcuno di essi non fosse riuscito, o non fosse stato più in grado di uccidere i bambini: allora, poteva chiedere di essere sostituito, uscire dalla fossa, bere un sorso di grappa e quindi, eventualmente, ritornare al suo posto (60). Negli altri casi le esecuzioni dovevano proseguire senza sosta, così come riferito dal testimone Hermann Krüger, uno dei membri dello staff personale di Jeckeln, che assieme ai suoi colleghi Johannes Lüschen e Willi Wedekind (61), continuò ad uccidere immerso nella fossa per almeno una o due ore ininterrottamente, tanto che gli fu possibile allontanarsi solo dopo l'arrivo di alcuni poliziotti giunti appositamente a sostituire la sua squadra. Quel giorno, 27 agosto, le esecuzioni si protrassero senza pausa dalle 10 del mattino fino alle 4 del pomeriggio (62).
Non vi erano medici in grado di accertare la morte delle vittime, che talvolta perdevano i sensi dopo aver ricevuto solo una ferita: in quei casi poteva accadere che si risvegliassero ad un certo punto sotto i corpi degli uccisi, per languire nell'agonia o, se più fortunati, per ricevere il colpo di grazia. Vi furono anche casi di feriti che implorarono i loro aguzzini di ucciderli (63).
Questa la testimonianza di Hermann Krüger, rilasciata il 22 settembre 1941 alla ZStL 204 AR-Z 13/60 (64):
 
"Fui convolto, a fine agosto, nel grande massacro di Kamenec Podolski. Mi ricordo che furono uccisi molti ebrei. Gli ebrei furono fucilati in diverse fosse a forma di imbuto. Probabilmente si trattava di crateri di bomba. La fossa, alla quale ero stato assegnato, aveva un diametro di 20-30 metri, ed una profondità di cinque o sei.
Già durante il viaggio verso il luogo dell'esecuzione, Jeckeln ordinò a Lüschen, Wedekind e me, di tenerci pronti. Sapevamo che stavamo andando ad un'esecuzione. Quando arrivammo, le uccisioni non erano ancora iniziate. Erano stati preparati diversi plotoni d'esecuzione, ciascuno dei quali formati da quattro uomini. Uno di questi plotoni venne formato da me, da Lüschen e da Wedekind, oltre che da un poliziotto sconosciuto. Fummo equipaggiati con pistole mitragliatrici, probabilmente di origine cecoslovacca. Il luogo dell'esecuzione era cinturato da un reparto di polizia. I plotoni d'esecuzione erano formati da poliziotti e da membri delle SS. Gli ebrei arrivarono in una lunga colonna. A quel punto Jeckeln ordinò a me, a Lüschen, a Wedekind ed al poliziotto sconosciuto, di prendere posizione sul fondo di un cratere. Gli ebrei cominciarono ad entrare nella fossa. Anche se alcuni di essi rimasero in piedi, venivano generalmente fatti sdraiare a terra, per essere quindi uccisi da noi, con colpi alla nuca. C'erano donne e bambini, anche se tuttavia, io sparai solo a degli uomini. Si andò avanti così senza interruzione. Io tentai di uscire diverse volte dalla fossa, perchè i miei nervi non riuscivano più a reggere, ma ogni volta mi fu ordinato di ritornare dentro. Nel complesso dovetti sparare per circa un'ora o due. Dopodichè fummo sostituiti da un kommando di poliziotti. Non sono in grado di dire esattamente quanti furono gli ebrei a cui dovetti sparare. Forse 50 o 100. Non c'era alcun medico in grado di stabilire l'effettiva morte delle vittime. Mi ricordo ancora di un ebreo, ferito, rimasto privo di sensi. Quando rinvenne cominciò ad urlare chiedendo di essere ucciso. Solo allora ricevette il colpo di grazia. Mi ricordo anche di una ragazza, di circa 20 anni, e di un ragazzino di circa 12 anni, che pregarono per la loro vita lo Sturmbannführer Meyer, spiegandogli di non essere ebrei. Meyer parlò allora con Jeckeln ed i due furono rilasciati. Mi ricordo ancora di quel ragazzino, che saltava per la gioia di essere stato risparmiato, e di quella ragazza, anch'essa molto felice. Il primo giorno l'esecuzione si protrasse dalle 10 del mattino fino alle quatto del pomeriggio".
 
Una breve immagine dell'eccidio giunge attraverso le parole dell'ausiliario ucraino Ivan Pavlovich Chaikovsky, rilasciate durante il suo interrogatorio, avvenuto il 15 maggio 1944 in una prigione sovietica (65):
 
"Ho preso parte per tre volte all'esecuzione di pacifici cittadini sovietici... La prima volta è stata il 28 agosto 1941, quando nella località di Bialanovka, alla periferia di Kamenec Podolski, furono fucilati non meno di 4.000 cittadini di nazionalità ebraica. Noi, gli Schutzmännern, fummo posti attorno agli ebrei, per sorvegliarli e per prevenire ogni fuga. Gli ebrei erano nudi, e in gruppi di cinque o sei dovevano correre verso la fossa dove due tedeschi li fucilavano... Molte persone mi chiesero di aiutarle a fuggire, ma io le ricacciai indietro ogni volta".
 
Una ulteriore testimonianza sul massacro di Kamenec Podolski la fornisce Gabor Mermelstein, un ebreo sopravvissuto, anch’egli autista come Gyula Spitz, e membro di un’unità militare ungherese:
 
 
   Kamenec Podolsky 5
   Il killing field di Kamenec Podolski, con gruppi di ebrei in attesa della fucilazione.
                                           Source USHMM/Gyula Spitz
"Non appena ci avvicinammo alla città di Kamenec Podolski cominciammo a sentire un intermittente rumore di spari […]. Sospettai che questa operazione fosse di più grande magnitudo rispetto alle ordinarie esecuzioni perpetrate dai nazisti.
Gli spari divennero più forti e presto incontrammo un gruppo di donne. Allora fermammo il convoglio e chiedemmo loro cosa stesse accadendo. Con voce rotta e tra i singhiozzi, le donne ci dissero che poco più avanti la gente veniva massacrata a centinaia. Io domandai loro se tra le vittime fossero degli ebrei ed esse mi risposero tra le lacrime che c’erano sia ebrei che polacchi.
Allora guidammo per circa due miglia in direzione degli spari, fino a quando non giungemmo al margine della foresta. Qui vedemmo centinaia di persone senza vestiti. Rallentammo e cominciammo a muoverci lungo una linea di betulle, oltre le quali giaceva una massa di corpi nudi. Il contorno della foresta girava a semicerchio ed improvvisamente arrivammo in vista di uno scavo quadrangolare, con le persone allineate sui quattro lati. Era qui che centinaia di innocenti venivano massacrati dal fuoco delle mitragliatrici.
Non dimenticherò mai quello che vidi e quello che sentii: i volti terrorizzati, i corpi apatici, gruppi di uomini, donne e bambini che procedevano consciamente verso le proprie tombe. La mia reazione fu una combinazione di panico, rabbia e inconsolabile dolore […].
Mentre il massacro andava avanti, gli autisti del convoglio – l’ottanta per cento dei quali erano ebrei – cominciarono a piangere ai loro posti di guida. L’ufficiale tedesco seduto vicino a me vide le mie lacrime e mi chiese placidamente, guardando il mio bracciale giallo:
«Perché stai piangendo?». Io risposi: «Com’è possibile non piangere davanti a tutto questo?». «Oh, non preoccuparti», disse l’ufficiale, «di ebrei al mondo ce ne sono ancora tanti»" (66).
Così morirono migliaia di ebrei. 
 
7. TÄTIGKEITEN ABGESCHLOSSEN
Dopo tre giorni, lo spaventoso massacro ebbe termine.
Secondo i telescritti giornalieri, inviati da Jeckeln a Himmler, con copie al RSHA, all'HA-Orpo ed al KS-RFSS, 4.200 ebrei furono fucilati il 27 agosto, 11.000 il 28 agosto e 7.000 il 29 agosto (67).
friedrich jeckeln in soviet custody
Jeckeln, 1945, before the Court
Tuttavia, a dispetto dei risultati ottenuti, dal punto di vista di Jeckeln qualcosa non aveva funzionato.
Ad infastidirlo fu probabilmente un certo atteggiamento da parte di alcuni ufficiali del Polizei-Bataillon 320, che oltre a non aver obbligato i loro uomini a partecipare al massacro, avrebbero anche autorizzato alcuni poliziotti della 3/320 ad allontanarsi dalle fosse dopo aver perpetrato solo un numero limitato di esecuzioni. Evidentemente – sebbene vi sia notizia certa di una sola defezione tra le file del battaglione (68) – il solo fatto che non vi fosse stata un’applicazione totale ed incondizionata alla carneficina di tutti i suoi subordinati, era sufficiente a mandare Jeckeln su tutte le furie: una reazione dimostrata dal violento diverbio che costui ebbe, al termine del massacro, con il Maj. Dall, comandante del Polizei-Bataillon 320 (69).
Vi è traccia di questo malumore anche nel telescritto del 29 agosto in cui, correggendo i suoi precedenti messaggi del 26 e 27 agosto, Jeckeln volle attribuire orgogliosamente, alla sua Stabskompanie l’intera performance genocida, retrocedendo il Polizei-Bataillon 320 ai soli compiti di sorveglianza e scorta (70).
Non era, comunque, ancora finita.
Al termine delle fucilazioni, probabilmente già la sera del 29 agosto, il Polizei-Bataillon 320 fu rimandato indietro a Khmel’nyts’kyy (Proskurov), dove aveva la propria sede. Da qui, nella giornata del 30, alcuni suoi reparti furono coinvolti in un ulteriore eccidio a Min’kovtsy, località a circa 15 km a sud-est di Proskurov; allo stesso tempo, alcune altre pattuglie furono richiamate a Kamenec Podolski, sia per impedire lo sciacallaggio dei cadaveri da parte di razziatori ucraini, sia per dare la caccia o per infliggere il colpo di grazia ai possibili superstiti (71).
A quel punto, con un rapporto riepilogativo trasmesso ad Himmler il 30 agosto, Jeckeln rivendicò alla propria Stabskompanie il merito finale di 23.600 uccisioni (72):
 
"Integrazione alle cifre relative alla Stabskompanie HSSPF Russland Süd. A Kamenec Podolski il numero degli ebrei liquidati è salito a 23.600".
 
L’orgoglio di Jeckeln poteva dirsi soddisfatto.
 
8. BEFEHLSNOTSTAND
L’eccidio di Kamenec Podolski non passò inosservato.
Fin dalle settimane successive infatti, le prime voci sul massacro cominciarono a circolare nell’Europa libera ed in Nordamerica: negli Stati Uniti ad esempio, il New York Times ne diede notizia il 26 ottobre 1941, mentre a Londra il London Institute of Jewish Affairs riprese il fatto nel corso di novembre (73).
Paradossalmente, a dispetto della sua triste notorietà, nessuno degli autori del massacro(Taeter) né tantomeno i loro complici (Gehilfen), furono mai chiamati a rispondere delle loro colpe davanti alla legge.
In effetti qualcosa, inizialmente, si era mosso (74).
Nel 1958 infatti, con il procedimento 204 AR-Z 48/58 era stato aperto, da parte della ZStL un voluminoso fascicolo a carico del KdS “Rowno”, del Polizei-Bataillon 320, nonché della Polizei-Kompanie “Ostland” (Polizei-Bataillon 33), per una serie di crimini perpetrati in Ucraina tra il 1941 e la fine del 1943: tra questi vi era anche l’eccidio di Kamenec Podolski.
Secondo Ludwigsburg, vi sarebbe stato un diretto coinvolgimento in tali crimini del Polizei-Bataillon 320, per il quale si poteva quindi ipotizzare l’accusa di omicidio (Mord) e complicità in omicidi (Beihilfe zum Mord). In particolare, avrebbero avuto un ruolo di primo piano gli ufficiali ed i sottufficiali del battaglione, tra cui l’ex comandante della 1/320, Alfred Weber ed il Polizeirat Hans Wiemer, già comandante della 2/320 ed ancora in servizio attivo presso il Polizeipräsidium Recklinghausen.
Con tali presupposti, nel corso del 1961 la ZStL trasmise quanto di competenza alla Procura di Dortmund affinchè procedesse all’apertura dell’indagine preliminare contro Wiemer und anderen: indagine che fu effettivamente avviata con il fascicolo StAwDo 45 Js 7/61.
La complessità dell’indagine fu evidente fin da subito, in quanto ben 400 poliziotti furono chiamati in causa, la maggioranza dei quali appartententi al Polizei-Bataillon 320 e gli altri alla Polizei-Kompanie “Ostland”. Dopodichè, dei 131 poliziotti convocati in procura a deporre, ben 128 negarono ogni loro partecipazione diretta alle esecuzioni, contro solo tre che la ammisero.
A quel punto, dopo diversi mesi di indagini ed audizioni, il 16 gennaio 1962 la Procura di Dortmund emise le proprie conclusioni: che a differenza di quanto ipotizzato da Ludwigsburg, riconoscevano a buona parte degli indagati unicamente la partecipazione ad attività di supporto durante gli eccidi, vale a dire una specie di complicità secondaria, che secondo l’interpretazione giuridica allora applicata ai crimini nazisti, non era considerata punibile. Pertanto, ben 363 degli indagati furono dichiarati non perseguibili.
Relativamente ai rimanenti, contro circa una trentina di essi, tutti appartenenti alla Polizei-Kompanie “Ostland” fu successivamente aperto uno speciale fascicolo (StAwDo 45 Js 23/63), mentre per Hans Wiemer, principale accusato, fu ordinato dalla Procura di Dortmund un supplemento di indagine.
Anche da questo ulteriore sviluppo tuttavia, nulla sarebbe scaturito: con decisione del 13 dicembre 1962 infatti, la Procura di Dortmund decise di considerare applicabile a Wiemer il discutibile artificio giuridico del Befehlsnotstand, vale a dire la presunta impossibilità di disobbedire agli ordini, che garantì all’imputato la sospensione dell’indagine.
Contro tale decisione si espresse Ludwigsburg, che nel febbraio 1963 raccomandò a Dortmund la riapertura dell’indagine, tuttavia senza successo. La parola finale sull'intera vicenda la pronunciò il 23 aprile 1963 il procuratore generale di Hamm, che accolse in ultima istanza il punto di vista di Dortmund e chiuse definitivamente ogni indagine.
 
Per la legge tedesca il massacro di Kamenec Podolski non aveva colpevoli.
 
9. CONSIDERAZIONI
Riprendendo le parole di Klaus-Michael Mallmann, l’eccidio di Kamenec Podolski rappresenta un vero e proprio «salto di qualità (qualitative Sprung)» (75) nel processo di annientamento degli ebrei d’Europa. Non si trattò, infatti, solo di un massacro brutale ma in qualche modo controllato, quali erano state le stragi che lo avevano preceduto, tendenzialmente rivolte a colpire settori più o meno precisi delle comunità ebraiche coinvolte (maschi adulti in età militare, intellighenzia, elementi filosovietici, ecc.), ovvero perpetrate sulla base di motivazioni certamente pretestuose ma ancora, in qualche modo spendibili, bensì di una nuova fase, che si potrebbe definire di intenzionalità genocida: se vi era stato un prima di Kamenec Podolski, contraddistinto da stragi sparse, relativamente casuali e circoscritte, lungo gli assi di avanzata delle truppe verso est, a quel punto vi sarebbe stato un dopo, che non prevedeva distinguo, né richiedeva motivazioni che non fossero l’annientamento fine a sé stesso.
jud suss
Süss, the "typical" Jews
Quanto più infatti appare inconsistente il retroterra situazionale delineato durante la riunione a Vinnitsa del 24 agosto, che fornì i pretesti per motivare la strage (minaccia giudeo-bolscevica, sicurezza delle linee di comunicazione, impossibilità di sostentare i profughi, ecc.), tanto più sembra concreta la volontà di uscire dalla fase sperimentale e selettiva del genocidio per entrare in quella sistemica.
 
Con Kamenec Podolski a prevalere è la volontà politica di cominciare a risolvere, una volta per tutte, il cosiddetto problema ebraico con metodi che politici non fossero, bensì di annientamento: in questo senso e forse per la prima volta, è quindi possibile distinguere, in maniera evidente, il passaggio dalla cosiddetta Judenpolitik alla Vernichtungspolitik, grazie anche all’implicita collaborazione – o per meglio dire alla non-opposizione – di alcuni importanti vertici della Wehrmacht. In qualche modo, nel rapido processo decisionale che portò alla strage sembra insomma di intravedere una precisa volontà di fissare un punto di non-ritorno sulla strada della Soluzione finale. Dopodichè, non è ancora chiaro da quale livello della catena gerarchia sia poi effettivamente partito questo input: non è chiaro cioè, se vi sia stato un meccanismo ascendente da Jeckeln verso Berlino ad anticipare una volontà, oppure discendente da Berlino verso Jeckeln, a concretizzare un teorema.
 
Con Kamenec Podolski si delineano i meccanismi funzionali – operativi, tattici e tecnici, oltre che politici – di una strategia distruttiva di massa. Si inaugura cioè la stagione dei killing fields, le grandi stragi indiscriminate sul fronte orientale: nel giro di poche settimane infatti, sarebbero seguiti gli eccidi a cinque cifre di Berdičev (15-16 settembre), Vinnitsa (19-20 settembre), Babi Yar (29-30 settembre), Dnepropetrovsk (13-15 ottobre), Rovno (6-8 novembre) e quindi Rumbula e Charkov nel dicembre/gennaio 1941-1942. Nell'autunno 1941 in sostanza, la volontà sterminazionista dei centri decisionali – a Berlino come in periferia – e le capacità operative dei reparti chiamati ad attuarla – in altre parole la produzione di morte – raggiunge picchi ineguagliati, superati unicamente nella fase genocida stanziale delle camere a gas, avviata nella primavera 1942. Da sottolineare, in ognuno di questi eccidi, il ruolo fondamentale svolto dalla Polizia d'Ordine, divenuta una indispensabile fußvolk der Endlösung (76 ) .
 
Con Kamenec Podolski l'orizzonte genocida si allarga. Se fino a quel momento gli eccidi perpetrati in Ucraina e Bielorussia avevano coinvolto principalmente (anche se non esclusivamente) maschi ebrei, in parte inclusi nella cosiddetta intellighenzia di presunte simpatie filosovietiche, Kamenec Podolski diede il la al massacro sistematico anche delle donne e dei bambini. In altre parole, non venne più accordato alcun tipo di esenzione biologica alla morte, da parte dei perpetratori, che poterono quindi varcare la soglia del genocidio sistemico (77) .
 
Con Kamenec Podolski il genocidio si internazionalizza: oltrepassa cioè i confini dell’impero nazista per espandersi in altre nazioni. Il genocidio diventa complicità , meglio ancora, aperta collaborazione: non già da parte di singoli gruppi scellerati come era accaduto e stava accadendo in quello stesso periodo in Lituania e Lettonia, bensì di governi, come quello ungherese e romeno (78) , che erano alleati ma certamente non sottomessi. Il genocidio entra, per la prima volta, nel novero delle cose fattibili, uscendo da quella astrazione ideologica nella quale, nonostante tutto, era rimasto fino a quel momento relegato. Il genocidio diventa soluzione.
 
Con Kamenec Podolski si ottengono delle risposte. Si valutano cioè, sulla più ampia scala fattibile, le reazioni al massacro, sia di chi il massacro lo doveva perpetrare, ma anche di chi lo avrebbe dovuto subire, e si capisce che, in realtà, reazioni non ce ne sarebbero state: le vittime si sarebbero fatte condurre ordinatamente alla morte e i carnefici avrebbero adempiuto disciplinatamente al loro ignobile compito. Sia che fosse dovuto ad un meccanismo ascendente, oppure discendente, il risultato non cambiava: l’esperimento aveva dato esito ampiamente positivo.
 
Con Kamenec Podolski, infine, si ha una chiara percezione di quanto l’estraneità e la marginalizzazione in cui era stato fatto precipitare il giudaismo nei lunghi anni della bulimia ideologica successivi all’ascesa del nazismo, fosse inversamente proporzionale al sentimento di empatia che i carnefici provavano nei confronti delle loro vittime: appare chiaro cioè, quanto fosse stata oramai introiettata l’idea dell' ebreo come ostacolo da rimuovere attraverso una vera e propria opera di bonifica sociale. Da questo punto di vista, come rilevato da Jan Kershaw, «la spersonalizzazione dell'ebreo era stato il vero successo della politica e della propaganda nazista» in relazione alla questione ebraica(79) .
 
E non vi è nulla di più esemplare, per capire questo concetto, di questa frase pronunciata ai suoi uomini da un ufficiale del Polizei-Bataillon 320, allorchè, indicando un ebreo che si stava avviando mestamente alla fucilazione disse: «Seht Euch diesen Mann an. Das ist ein typischer Jude, den man ausrotten muss, damit wir Deutschen leben können».
 
«Guardate quest’uomo. È un tipico ebreo: deve essere sradicato affinchè noi tedeschi si possa vivere»(80).
 
NOTE
Con il Primo arbitrato di Vienna del 2 novembre 1939 l'Ungheria ricevette parte della Slovacchia meridionale (la cosiddetta Felvidék) abitata da circa 68.000 ebrei, cui se ne aggiunsero, nel marzo 1939 altri 78.000 residenti nella Rutenia Subcarpatica (Kápátalja). Brahm, p. 29. Il riconoscimento della nazionalità ungherese a tutta questa gente fu impedito mediante la Seconda legge razziale ungherese del maggio 1939, che negava la naturalizzazione a tutti di quegli ebrei non in grado di dimostrare una residenza certa dei loro avi in Ungheria, a partire dal 1848. Gerlach/Aly, pp. 44-45, Hilberg, p. 829.
Con il Secondo arbitrato di Vienna del 30 agosto 1939, l'Ungheria ricevette l'intera Transilvania settentrionale romena, abitata da circa 140÷160.000 ebrei. Musial Persecutori, pp. 677, 692, Brahm, p. 29.
Dopo lo smembramento della Jugoslavia, nell'aprile 1941, l'Ungheria ricevette i territori della Bácska e della Baranja, abitati da circa 14.000 ebrei. Brahm, p. 29.
Braham, p. 29, Musial Persecutori, p. 677.
Gerlach/Aly, p. 53.
Questi ebrei erano stati fatti entrare in Ungheria a partire dal 1938, su autorizzazione del Ministro degli interni, Ferenc Keresztes-Fischer, sollecitato dall'Ufficio ebraico per la Palestina. Il progetto era quello di fornire un asilo temporaneo ai rifugiati, in attesa del disbrigo delle pratiche per l'emigrazione in Medio Oriente. In realtà il progetto rimase bloccato e i rifugiati si ritrovarono così bloccati in Ungheria. Braham, p. 32.
Külföldieket Ellenőrző Országos Központi Hatóság.
I due, tali Ödön Martinides e Árkád Kiss, ottennero l'appoggio del Ministro della difesa ungherese, Károly Bartha e del capo di stato maggiore, Henrik Werth, i quali convinsero il Primo Ministro Bárdossy, circa la bontà del loro progetto.
9 In effetti, l’espulsione dall’Ungheria degli ebrei privi di cittadinanza era stata prevista già dalla Seconda legge razziale del maggio 1939, con le notifiche di espulsione regolarmente recapitate ai destinatari. Dopodichè, non trovandosi alcun paese disposto ad accogliere i deportati, le espulsioni furono rimandate di sei mesi in sei mesi, fino a quando l’operazione Barbarossa non rese disponibili i vasti spazi dell’Ucraina occupata. Testimonianza di Pinchas Freudiger – The Trial of Adolf Eichmann, Sessione 51-04, 05, Volume III.
10 Direttiva del KEOKH, del 12 luglio 1941. Brahm, p. 33.
11 Sulle espulsioni dal Maramureş si veda: Gross/Cohen: The Marmaros Book. In Memory of 160 Jewish Communities. Tel Aviv, 1983 [Sefer Marmarosh; mea ve-shishim kehilot kedoshot be- yishuvan u-ve-hurbanan].
12 I distretti galiziani di Stanislaviv, Horodenka e Kolomyia rimasero sotto l’amministrazione militare ungherese dal 1° luglio 1941 all’inizio di agosto, quando furono formalmente annessi al Generalgovernatorato. Pohl Ostgalizien, p. 49, Pohl Krüger, p. 2/24, Gerlach/Götz, p. 221.
13 Brahm, p. 33. Particolarmente beffardo il destino di circa un migliaio di esuli, che miracolosamente scampati all’eccidio di Kamenec Podolski perché dirottati a Stanislaviv, non poterono sfuggire, poche settimane più tardi, al drammatico Blutsonntag Stanislau (12 ottobre 1941). Gerlach/Götz, p. 221, Pohl Ostgalizien, p. 109.
14 Brahm, p. 33
15 Si trattava, in particolare, del SK 10b ai ponti di Mogilev-Podolski e dell’EK 12 a quelli di Yampol. Ad un certo punto, verso l’inizio di agosto, le truppe di Bucarest sospinsero una colonna di ebrei romeni oltre il Dnestr, nei pressi di Kamenec Podolski: anche in questo caso però il tentativo fallì per l’intervento di un distaccamento del SK 10b (TK “Schuchart”), proveniente da Mogilev-Podolski. Angrick, p. 202. Sulle vicissitudini degli ebrei romeni espulsi in Transnistria si veda Angrick Escalation.
16 Dall’inizio di agosto 1941, quando la Galizia fu annessa al Generalgovernatorato e fino al 13 ottobre successivo, il ruolo di SSPF “Lemberg” fu conteso tra Friedrich Katzmann – supportato dal governatore della Galizia, Lasch – e Carl-Albrecht Oberg – sponsorizzato dall’HSSPF “Warschau”. A prevalere fu quest’ultimo, ma la posizione rimase vacante per almeno due mesi. È probabile che in tale confusa situazione, il potere esecutivo riguardo alla cosiddetta questione ebraica fosse gestito dal comandante dell’Einsatzkommndo “Lemberg”, Helmut Tanzmann, il quale però fu nominato ufficialmente KdS per il distretto di Galizia solo dal 1° settembre 1941 Si veda Pohl Ostgalizien, pp. 84-86.
17 Pohl Ostgalizien, p. 109.
18 HIS, p. 129. «Juden von Ungarn aus Ungarischen Konzentrazionlagern mit Lkw. in die Gebiete Buczacz, Czortków, Kamenec Podolski abgesetzt. Ukrainische Bevölkerung beunruhigt. Diese Juden müssen unbedingt zurück. Sich.Div. 444 bittet Ungarn entsprechende Weisung zu erteile». BA/MA RH 22/5.
19 HIS, p. 129. «Es handelt sich um Juden, die keine ungar. Staatsbürger sind u. die vor 2 Jahren sich vor d. Sowjets nach Nordostungarn geflüchtet haben. Diese werden jetzt in ihre Gegend wieder zurückgebracht». BA/MA RH 22/5.
20 HIS, p. 132, Mallmann/Riess/Pyta, p. 84, 181, Pohl Ukraine, p. 29. «Die Zahlreichen Juden wurden vermehrt durch Zuzug der aus Ungarn ausgewiesenen Juden, von welchen etwa 3000 in den letzten Tagen hier ankamen. Ihre Ernährung stösst auf grosse Schwierigkeiten; auch besteht Seuchengefahr. Sofortiger Befehl über ihren Abtransport ist dringend erwünscht».
21 Lower Ghettoization, pp. 122, 299. Comunicazione della FK 183 alla 444.Sich.-Div. del 13 agosto 1941. USHMM RG11 01 M13, 1275-3-662.
22 Ungváry, pp. 177-178.
23 Brahm, p. 33, Angrick Escalation, p. 18/33.
24 Breitman, p. 64, Brahm, p. 34, Angrick, p. 199, Angrick Escalation, p. 18/33, Gerlach/Götz, p. 221, Pohl Ostgalizien, p. 109. Di tutti i deportati dall’Ungheria, circa 13.400 erano quelli originari della Rutenia ed almeno 4.000 quelli provenienti da altre aree del paese.
25 La fortuna di Spitz ebbe termine qualche tempo dopo, quando fu arrestato dalla Gestapo ed inviato a Mauthausen, dove morì. Fece in tempo comunque, a consegnare a suo figlio Ivan le fotografie ed il racconto degli eventi di cui egli fu testimone.
26 Si veda anche HIS, p. 133.
27 Brahm, p. 34.
28 Mallmann/Riess/Pyta, pp. 85, 181. KTB Berück Süd/Ia v.23.8.1941. BA/MA, RH 22/3, Breitman, p. 64.
29 Complessivamente, erano stati fucilati circa 800 ebrei, uomini e donne, tra i 16 e i 60 anni, da parte di un distaccamento della 1 SS-Infanterie-Brigade. Curilla, pp. 94, 901, Pohl Ukraine, p. 28, Lower, p. 4. Per Novograd Volynski si veda l'Einsatzbefehl di Jeckeln del 25 luglio 1941: NARA RG 242 T-501/R 5/000559-60.
30 Longerich, pp. 376, 686. EM 59 del 21 agosto 1941.
31 Alla riunione erano presenti il Generalquartiermeister Eduard Wagner, il Maj. Hans Georg Schmidt von Altenstadt (Chef der Abt. Kriegsverwaltung), il Ministerialdirigent Justus Danckwerts (Leiter der Abt. V Verwaltung, in der Abt. Kriegsverwaltung), l’Oberst Ernst-Anton von Krosigk (Chef der Generalstabes bei Berück “Süd”, il Regierungpräsident Paul Dargel (Vertreter der Reichkommissar Koch), nonché l’Oberregierungsrat Dr, Walter Labs e l’Hptm. Dr. Otto Bräutigam, questi ultimi, fuzionari del Ministero per il territori dell’est. Jeckeln, invece, non sarebbe stato presente ed avrebbe trasmesso la sua proposta, probabilmente in forma verbale. HIS, p. 132, Angrick Escalation, p. 23/33, Angrick, p. 203.
32«Bei Kamenetz Podolsk hätten die Ungarn etwa 11.000 Juden über die Grenze geschoben. In den bisherigen Verhandlungen sei es noch nicht gelungen, die Rücknahme dieser Juden zu erreichen. Der HSSPF (SS-Ogruf. Jeckeln) hoffe jedoch, die liquidation dieser Juden bis zum 1.9.1941 durchgeführt zu haben». HIS, p. 132, Hilberg, pp. 830, 964, Gerlach/Götz, p. 74.
33 Mallmann Endlösung, p. 454, Lower, p. 4.
34 Angrick Escalation, p. 23-33, Gerlach/Götz, p. 74. Da parte di Jeckeln vi era l’opportunità di ottenere la quota di vittime necessaria a scalare la particolare classifica dei perpetratori del genocidio, placando Himmler, mentre Roques otteneva di risolvere il problema logistico dei rifornimenti, sbarazzandosi di un gran numero di «inutili mangiapane(unnutzer Esser)», allo stesso tempo mantenendo buoni rapporti con Jeckeln. Mallmann/Riess/Pyta, p. 85.
35 Lower Ghettoization, pp. 124-125
36 Mallmann/Riess/Pyta, p. 85, Lower Ghettoization, p. 124.
37 Arad Holocaust, pp. 166, 566.
38 Lower Ghettoization, pp. 124-125.
39 Ibid., pp. 126-127.
40 Ibid., p. 127.
41 Ibid., pp. 129-130.
42 Angrick Escalation, p. 24-33, Pohl Ukraine, p. 31.
43 Pohl Herrschaft, p. 258.
44 Arad Holocaust, pp. 166, 566
45 La Stabskompanie/HSSPF “Russland-Süd” era formata dalle guardie del corpo di Jeckeln (Leibwache), da un plotone di guardia (Wachzug), da un nucleo amministrativo, autisti ed ordinanze. Si veda See Mallmann/Riess/Pyta, p. 85. Tra questi elementi furono selezionati i plotoni di esecuzione che ebbero un ruolo predominante sia nell’eccidio di Kamenec Podolski, che in quello di Rumbula, in Lettonia (30 novembre e 8 dicembre 1941). Hilberg, p. 317, Ezergailis, p. 242.
46 HIS, p. 135, Pohl Ukraine, pp. 30, 63. L'unico membro dell'EGC, presente a Kamenec Podolski sarebbe stato l'SS-Sturmbannführer August Meyer, che agiva da ufficiale di collegamente tra lo staff di Jeckeln e lo stesso l'EGC. In effetti, non lontano da Kamenec Podolski erano dislocati altri reparti della polizia di sicurezza, che tuttavia non avrebbero preso parte all’eccidio: in particolare, a Tarnopol era presente un distaccamento dell’EG zbV di Schöngarth, che nel tardo agosto aveva rispedito indietro una colonna di ebrei spinta oltre il Dnestr da un battaglione ungherese, mentre a Chernovci si trovava, dall’inizio di agosto, un kommando dell’EGC, impegnato a tenere separati i romeni dagli ucraini. Angrick, p. 192, Angrick Escalation, pp. 11/33, 18/33, Hilberg, pp. 830, 964, Pohl Ostgalizien, p. 109, Headland, p. 131. Secondo Arad Holocaust, p. 165, al massacro sarebbe stato presente anche un distaccamento dell'EGC, forte di una trentina di uomini.
47  Brahm, p. 34, Pohl Täter, p. 213, Pohl Ukraine, p. 29, Klemp, p. 285, Breitman, p. 64, Longerich, p. 377.
48 Klemp, p. 284.
49 Curilla, pp. 618, 793, Longerich, pp. 376, 686. A Stara Kostantinova, il 20 agosto 1941, il battaglione avrebbe agito di supporto alla 1 SS-Infanterie-Brigade, impegnata nel massacro di 439 ebrei (300 uomini e 139 donne) colpevoli, secondo l'EM 59 del 21 agosto, di non aver ottemperato agli ordini di lavoro, di avere sabotato i raccolti, di aver avviato un mercato nero di bestiame rubato, di aver maltrattato dei civili ucraini e di essere stati impertinenti [sic!]. Il coinvolgimento del battaglione, in questo eccidio, è confermato da un rapporto dell'HSSPF “Russland-Süd”, datato 20 agosto 1941. Si veda anche Hilberg, pp. 317.
50 Mallmann/Riess/Pyta, pp. 85-86.
51 Si veda Otto Dov Kulka/Aron Rodrigue: The German Population and the Jews in the Third Reich. In Yad Vashem Studies XVI (1984), p. 430.
52 Bauman, p. 163.
53 Browning Ordinary, p. 54.
54 Breitman, p. 64.
55 Testimonianza di Wilhelm W., Mallmann/Riess/Pyta, p. 87.
56 Ibid.
57«Dass die Juden die Unruhe in die Welt gebracht haetten, dass sie arbeitsscheu seien und beseitigt werden müssten». Testimonianza di Herbert H., Mallmann/Riess/Pyta, pp. 85-86.
58 Ibid.
59 Testimonianza di Hermann Krüger, HIS, p. 135, Mallmann/Riess/Pyta, pp. 86-87.
60 Testimonianze di Herbert Stephan e Karl Raddatz, Angrick, p. 204, Angrick Escalation, pp. 24/33, 25/33.
61 Lüschen, Wedekind, Krüger ed altri erano inquadrati nello staff personale di Jeckeln fin dai tempi di Braunschweig e poi durante i massacri dell'estate 1941 in Ucraina (Stara Kostantinova, Berdičev, Krementchug, Krivoi Rog, Dnepropetrovsk e Kamenec Podolski), e continuarono a farne parte anche quando Jeckeln fu trasferito a Riga in novembre. Secondo le scarse informazioni disponibili, Willi Wedekind, nato il 1° dicembre 1913, morì il 14 agosto 1944, per le ferite alla testa riportate durante un attacco aereo. Quanto a Krüger, fu chiamato a testimoniare durante l'inchiesta della ZStL 204 AR-Z 13/60 contro Degenhardt ed altri, poi trasmessa per le indagini preliminari al procuratore di Kiel, 2 Js 269/65, e quindi archiviata il 28 luglio 1971 per la morte di Degenhardt, avvenuta quattro giorni prima. Quanto a Johannes Lüschen, di lui si sa solo che era l'autista personale di Jeckeln. Si veda Angrick/Klein, pp. 156, 164, 460.
62 Testimonianza di Hermann Krüger, HIS, p. 135, Mallmann/Riess/Pyta, pp. 86-87.
63 Testimonianza di Hermann Krüger, HIS, p. 135.
64 Ibid.
65 Arad Holocaust, pp. 166, 566.
66 Mermall, pp. 126-127. Gabor Mermelstein (Gabriel Mermall) fu più fortunato di Spitz. Dopo aver servito in un reparto di lavoro ungherese fino al 1943, riuscì a fuggire all’inizio del 1944 assieme a suo figlio, nascondendosi in una foresta della Rutenia, dove sopravvisse con l'aiuto di un tagliaboschi ungherese fino al ritorno delle truppe sovietiche.
67 Angrick, pp. 203-204, Angrick Escalation, p. 24/33.
68 Il testimone Herbert H., avrebbe chiesto e ottenuto, dal suo comandante di compagnia, Scharway, di essere esentato dalle fucilazioni. Mallmann/Riess/Pyta, pp. 85-86.
69 Curilla, p. 925, Pohl Ukraine, pp. 31, 63. Testimonianza di Ottmar L.
70 «Fernschr. vom 29.8.41: Erfolge: […] Stabskompanie erschiesst erneut 7.000 Juden, somit Gesamtzahl bei der Aktion in Kamenec Podolski liquidierten Juden rund 20.000. Änderung zu Tätigkeitsbericht vom 26 und 27.8.41: statt Pol.Batl.320 setzen: Stabskompanie; i.d. Meldung vom 27.8. statt 5000, 11000. Pol.Batl.320 was nur zur Absperrung eingesetzt». HIS, p. 134, Krausnick/Wilhelm, p. 189.
71 Breitman, pp. 64-65, 265. Messaggio decrittato del 2 settembre 1941.
72 «Nachtrag die Zahl der durch Stabskompanie HSSPF Russland Süd. In Kamenec Podolski liquidierten Juden erhoeht sich auf 23.600». HIS, p. 134, Breitman, p. 64.
73 Bankier, p. 1121-1122.
74 Klemp, p. 287-289.
75 Mallmann/Riess/Pyta, p. 85.
76 A Berdičev fu coinvolto il Polizei-Bataillon 45, a Vinnitsa i Polizei-Bataillone 45 e 314, a Babi Yar i Polizei-Bataillone 45 e 304, a Dnepropetrovsk il Polizei-Bataillon 314, a Rovno i Polizei-Bataillone 315, 320 e parte del Polizei-Bataillon “Ostland”, a Rumbula il Polizei-Bataillon 22 e a Charkov il Polizei-Bataillon 314.
77 Browning Origini, p. 302.
78 Sul ruolo del governo romeno nella persecuzione antiebraica dell'estate/autunno 1941, si veda ad esempio Jean Ancel: The Jassi pogrom – June 29, 1941; Radu Ioanid: The Deportation of the Jews to Transnistria; Andrej Angrick: Rumänien, die SS und die Vernichtung der Juden. Si veda anche Angrick Escalation, citato in bibliografia.
79 Si veda Jan Kershaw: Hitler, the Germans and the Final Solution, pp. 184, 199. Gerusalemme/Londra, 2008.
80 Testimonianza di Wilhelm W., Mallmann/Riess/Pyta, p. 87.
 
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Commenti   

 
0 #1 charles 2013-09-18 14:35
Great piece. Thks for sharing!! :lol:
 

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