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"Besonders schwere Einsaetze bevorstaenden"
Esordio genocida per il Polizei-Bataillon 307
Brest-Litowsk, 13 Luglio 1941 


 
 
Nach meinen eigenen Gedanken,
im Zusammenhang mit meinen damaligen Handeln befragt,
muss ich ganz offen erklären,
dass die Handlungsweise jedes einzelnen von uns
der eines Mörders gleichkommt.
 
Heinrich Meier, Polizei-Bataillon 307 (1)

 
Si chiamava Sheine Feige Janowich ed era un’ebrea.
Era nata a Brest Litowsk nel 1886 ed a Brest Litowsk trovò la morte 55 anni dopo.
Di lei non rimane alcuna fotografia, né qualcuno in grado di ricordarne la voce, ma solo una memoria di poche righe, vergate su un documento custodito negli archivi dello Yad Vashem (2).
Conosciamo però le circostanze che portarono alla sua morte: alla sua ed a quella di altri 4.000 ebrei, quel giorno, a Brest Litowsk, il 13 luglio 1941.
 
1. POLICE AND POLICY
Antica piazzaforte zarista di frontiera, alla confluenza dei fiumi Bug e Mukhavets, la città di Brest Litowsk cadde in mano tedesca nelle ore successive all'inizio di Barbarossa, su azione della 45a Divisione di Fanteria della Wehrmacht e conseguente ripiegamento della guarnigione sovietica all’interno della cittadella fortificata edificata sulle isole fluviali.
Dei circa 50.000 abitanti rilevati dal censimento polacco del 1931, oltre 21.000 formavano una comunità ebraica di antiche tradizioni dedita al commercio ed all'artigianato (3), risalente alla metà del XIV secolo ed in buona parte di osservanza chassidica. Questa comunità, a seguito delle vicissitudini storiche legate alla spartizione della Polonia era cresciuta ulteriormente, probabilmente in proporzione alla popolazione complessiva della città, che nel settembre 1939 era giunta a sfiorare i 60.000 abitanti.
Tutti costoro, ma soprattutto gli ebrei briskers, vissero con apprensione l’ingresso in città, tra il 22 ed il 23 giugno 1941, delle prime truppe tedesche, presto seguite dall'Einsatzkommando 7b dell'SS-Sturmbannführer Günther Rausch, il quale fece in tempo ad adottare nel breve periodo della sua permanenza a Brest, protrattosi dal 26 al 28 giugno, delle «misure di polizia non specificate (sicherheitspolizeiliche Maßnhmen)» (4).
Nei giorni immediatamente successivi, mentre ancora si combatteva nel comprensorio della fortezza (5), la città fu raggiunta anche da un battaglione di polizia inquadrato, assieme ad altre due unità analoghe, in un gruppo reggimentale denominato Polizei-Regiment “Mitte”, posto a diretta disposizione dell'HSSPF Erich von dem Bach (6).
 
   
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  Ufficiali del Polizei-Bataillon 307
   
Questo battaglione era il Polizei-Bataillon 307 di Lubecca, costituito il 3 ottobre
1940 da un reparto addestrativo già utilizzato per diversi mesi in Polonia, nell'area di Biala Podlaska, dove aveva avuto modo, tra l'altro, di familiarizzarsi con pratiche di «razzismo, pulizia etnica, riforma agraria su base razziale, ghettizzazione degli ebrei e lavoro forzato» (7): il tutto, naturalmente, proporzionato ai livelli del 1940, che sebbene già piuttosto elevati in quanto a virulenza, non erano ancora quelli tragicamente degenerati nei catastrofici eccidi post-Barbarossa (8).
Il battaglione era organizzato su tre compagnie agli ordin)i del Maj. Theodor Stahr, con l’Oltn. Hans-Albert Salzinger quale aiutante di battaglione e comandante della 3/307. Si hanno anche i nomi di alcuni degli altri ufficiali, tra cui il comandante della 1/307, Hptm. Grube, della 2/307, Oltn. Siegfried Klocker e di due comandanti di plotone: Ltn. Friedrich Niehoff (della 1/307) e Ltn. Max Kayser (della 3/307) (9).
Non si conosce il livello di entusiasmo ideologico del personale del battaglione, reclutato nelle classi di leva 1909-1912, ma solo quello di taluni ufficiali, cinque dei quali erano anche membri delle SS (i tre comandanti di compagnia e due dei comandanti di plotone) (10). Va detto, in tal senso, come la probabile iscrizione al NSDAP di buona parte del personale di truppa, graduato o meno, debba essere considerata un indicatore solo relativamente significativo della fedeltà politica: un'iscrizione al partito infatti – organizzazione di massa – non necessariamente equivaleva ad una condivisione di ideologia ed obiettivi, ma poteva in molti casi dissimulare, soprattutto nelle fasce di età più elevate, una scelta opportunistica dettata sia dalla necessità di adeguarsi ai tempi e quindi di sfruttare i vantaggi sociali che derivavano dal fedele allineamento al pensiero dominante, sia dall'imperativo di evitare la sospettosa attenzione rivolta inevitabilmente ai soggetti ideologicamente non conformi.
Diverso, ovviamente, poteva essere il caso di eventuali poliziotti iscritti alle SS – organizzazione élitaria la cui appartenenza presupponeva una attenta selezione nonché un elevato grado di fedeltà ideologica –, ma non si hanno in proposito dati disponibili relativamente al battaglione, a parte quelli frammentari riferiti unicamente ad una piccola parte dei suoi ufficiali.
Conseguentemente, al di là di uno schema indiziario basato sulla sua appartenenza alla Serie 300, non vi sono elementi sufficienti atti a far ritenere ritenere il Polizei-Bataillon 307 come particolarmente ideologizzato, né inequivocabilmente connesso alla dottrina nazista (11). Infatti, essendo stati costituiti soprattutto attraverso la mobilitazione di personale Wachtmeister – vale a dire riservisti trentenni delle classi attorno al 1910, formatisi culturalmente all'epoca di Weimar e richiamati nel tardo autunno 1939 – questi battaglioni Serie 300 non possono essere semplicisticamente ascritti ad alcuna élite ideologica, ma tutt'al più ad un'area genericamente riferibile alla destra radicale non necessariamente nazionalsocialista (12). Piuttosto, si è di fronte ad un gruppo di uomini nella loro piena età adulta, fautori di un ideale d'ordine rigoroso e conseguentemente disciplinati, tendenzialmente fedeli non tanto ad un preciso teorema di partito, quanto piuttosto ad un'idea di Stato rigidamente tradizionalista, conformistica e rassicurante. L'obbedienza di questi uomini, nel loro ruolo di servitori dello Stato, andava in primis allo Stato stesso nonché, per estensione, al governo che lo rappresentava; dopodichè, il fatto che in quella fase storica vi fosse stata da parte dei vertici del regime, una lucida, logica ed insana volontà di amalgamare Stato, governo e partito in un unicuum ideologico e sociale, con ovvie ricadute anche sul ruolo dell'Ordnungspolizei ed il suo posizionamento rispetto alla dottrina nazionalsocialista, ebbene tutto questo fu fin dall'inizio un primario obiettivo del sistema totalitario nazista. In tal senso, la comune Polizia d'Ordine – entità intrinsecamente apolitica e statuale – finì certamente soffocata dall'abbraccio mortale con la ferrea volontà politica del regime, attraverso una lunga serie di compromessi etici siglati nel nome di una (dis)morale condivisa. Ciò non significava, tuttavia, che l'opera di indottrinamento attuata a partire dall'aprile 1937 fosse stata completata, o che si fosse rivelata così efficace al punto da rendere l'Ordnungspolizei una monolitica falange ideologica: quello che invece è certo, è che lo scoppio del conflitto sorprese la Polizia d'Ordine in una fase di transizione e che i successivi sforzi di Himmler di rafforzare l'addestramento ideologico si scontrarono con le inderogabili e sempre più stringenti necessità operative dei reparti (13). Ed il fatto che l'Ordnungspolizei si trovasse ancora a metà del guado, nell'imminenza del conflitto, è confermato da una frase di Daluege, pronunciata il 15 settembre 1938, a meno di un anno dall'invasione della Polonia: «Sarà solo una questione di tempo, prima che l'intera forza di polizia si unisca in una struttura permanente, con il corpo delle SS» [l'enfasi è mia] (14).
Nel caso dei battaglioni di polizia, la connivenza con il regime fu quindi il frutto avvelenato di un percorso involutivo, lungo il quale i teoremi ideologici diffusi nella società tedesca nazificata – ivi compreso l'antisemitismo di Stato – rimasero sullo sfondo, alle spalle di un complesso mosaico di algoritmi sociali (meccaniche situazionali, relazioni intergruppo, stereotipizzazione dell'altro, microdinamiche di reparto, interpretazioni personali, ecc.), che ebbero un ruolo particolarmente significativo nella relazione tra battaglioni di polizia e genocidio ebraico ed ai quali accenneremo – come parentesi – in alcuni dei prossimi paragrafi.
 
2. NELLA TERRA DEL LATTE E DEL MIELE
Proveniente da Biala Podlaska, appena al di là della frontiera del Bug, questo battaglione era stato, in previsione di Barbarossa, direttamente subordinato all’HSSPF von dem Bach attraverso lo Stab del Polizei-Regiment "Mitte" di Max Montua, senza quindi dipendere formalmente da alcun comando della Wehrmacht, se non per contingenti e temporanee necessità tattiche. In tale ruolo entrò a Brest Litowsk tra il 2 ed il 3 luglio 1941 (15) e per alcuni giorni si impegnò in attività di sicurezza, durante le quali furono perpetrate diverse fucilazioni di presunte spie, cecchini, saccheggiatori, commissari politici ed alcune donne (16). In questa fase fu temporaneamente aggregato di rinforzo alla 221.Sicherungs-Division (17).
In effetti, il vero e proprio esordio genocida per il Polizei-Bataillon 307 avvenne nella settimana tra il 6 ed il 13 luglio 1941, o più probabilmente a cavallo di domenica 13 (18), e prese la forma di un eccidio meticolosamente pianificato ed eseguito, del tutto diverso dal massacro di Bialystok del 27 giugno, che tanto era stato caotico ed improvvisato. In altre parole, a Brest non vi furono tutti quegli episodi di fantasia criminale che avevano movimentato l’eccidio di Bialystok ed il tutto si svolse secondo un piano in più fasi, preciso ed ordinato, accompagnato dalla preventiva quanto mendace rassicurazione rivolta agli ebrei, circa la volontà da parte tedesca di trasferire tutti gli arrestati – uomini validi tra i 16 ed i 60 anni – ai lavori in Germania (19).
Secondo tale piano la città fu suddivisa in settori, ciascuno dei quali assegnato ad una delle compagnie e rastrellato in successione, con ogni plotone distribuito lungo una strada ed organizzato in due squadre incaricate di perquisire le abitazioni poste alla destra oppure alla sinistra.
L'azione, che si protrasse per più giorni, aveva normalmente inizio tra le sette e le otto del mattino, con gli ebrei costretti ad uscire dalle loro abitazioni ed avviati sotto scorta, con tutti i loro bagagli, fino ad un unico punto di raccolta nei pressi della prigione centrale, da dove venivano poi smistati in gruppi, nei piazzali antistanti gli alloggiamenti delle singole compagnie. A quel punto, indicativamente verso mezzogiorno e dopo aver consegnato i loro bagagli ai tedeschi – affinchè fossero spediti in seguito sul posto di lavoro – gli ignari ebrei venivano fatti salire a bordo di autocarri che partivano per il luogo dell'esecuzione (20). Con questo sistema, oltre 4.000 vittime poterono essere condotte ordinatamente alla morte nell’arco di due o tre giorni (21), con pause tra una fucilazione e l’altra, frequenti rotazioni tra il personale dei plotoni d’esecuzione e sospensioni per consentire il rancio ai poliziotti, cui furono distribuite anche fragole con il latte ed altre leccornie (22): un particolare, questo, che denota da parte del comando battaglione una certa attenzione per il benessere morale e materiale dei propri uomini, così scrupolosamente impegnati a perpetrare una sanguinosa carneficina. Ed appare tragicamente grottesco come questo episodio abbia accompagnato gli ebrei di Brest Litowsk verso il loro destino di morte, quasi in una specie di blasfema parafrasi biblica: «Va’ e raduna gli anziani di Israele e di’ loro: L’Eterno, l’Iddio de’ vostri padri mi è apparso dicendo: io vi trarrò dall’afflizione d’Egitto e vi farò salire […] in un paese dove scorre il latte ed il miele» (23).
Ad ogni modo, al di là delle procedure più o meno ordinate e razionali con le quali fu perpetrato, l'eccidio assunse ben presto connotati brutali. Gli ebrei furono portati alle fosse con calci e percosse, mentre i plotoni d'esecuzione, apparentemente formati solo da volontari, cominciarono rapidamente a perdere l'accuratezza del tiro, tanto che un numero sempre maggiore di ebrei, anche solo leggermente feriti, finì per cadere nella fossa addosso a coloro che già erano stati fucilati, spesso perdendo i sensi e finendo così per essere seppelliti vivi dal successivo gruppo di vittime. Questi sfortunati languirono a lungo nell'agonia, tanto che molti di essi più che per le ferite, morirono per il soffocamento tra i corpi degli uccisi, solo dopo molte ore se non addirittura giorni.
Secondo i ricordi di almeno due dei polizitti, al termine di una giornata di esecuzioni si potevano distintamente udire le grida di aiuto dei feriti abbandonati nella fossa, che continuarono a levarsi anche dopo il secondo giorno di fucilazioni. Solo in alcuni casi fu concesso ai feriti il colpo di grazia (24). Di fronte a tali atrocità non vi sarebbe stata alcuna reazione evidente di entusiasmo da parte dei poliziotti, ma neppure di particolare rigetto. Nessuno si sarebbe rifiutato di svolgere il suo incarico, né avrebbe rivendicato di averlo fatto nelle testimonianze che questi uomini riasciarono venti anni dopo davanti alla ZStL e neppure vi sono notizie relative a casi di stress post traumatico nei perpetratori: che, lo ricordiamo, erano alla loro prima azione genocida di massa (25). Semplicemente, stando almeno ai dati disponibili, i funzionari del Polizei-Bataillon 307 avrebbero vissuto l'evento quasi in uno stato di trance ipnotica (26), riuscendo in tal modo a superare con sorprendente facilità l'impatto con l'orrore. Gli uomini comuni, probabilmente oltre ogni aspettativa, erano divenuti dei comuni esecutori.
Proponiamo alcuni particolari relativi al coinvolgimento nell'eccidio delle singole compagnie.
 
2.1 – 1/Polizei-Bataillon 307
   
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  Uomini del Polizei-Bataillon 307
Tra le 7 e le 8 del mattino mentre una parte della compagnia procedeva nella cinturazione del settore assegnato, il personale di uno dei plotoni irruppe di casa in casa, rastrellando gli ebrei e radunandoli, con i loro bagagli, al centro della strada. Dopodichè, inquadrate in gruppi di 50 ed ignare del loro destino, le vittime furono scortate fino ad una piazza nei pressi del carcere, dove rimasero in attesa della fine del rastrellamento. Verso mezzogiorno, mentre una metà della compagnia veniva richiamata ai suoi alloggiamenti, probabilmente per consumare il rancio, l’altra metà fu lasciata a sorvegliare gli ebrei fino a quando, nel primo pomeriggio, non arrivarono gli autocarri.
Su ciascuno di essi furono fatti salire 30 o 40 ebrei, per un viaggio che si protrasse per 15 o 20 minuti, fino ad un terreno aperto e sabbioso. Qui, le vittime furono fatte scendere e condotte sulla sommità di una bassa collina circondata da un doppio cordone di poliziotti, dove nel corso della mattinata, una grande fossa comune era stata scavata da un altro gruppo di 60 ebrei. Questi uomini, che una volta terminato il lavoro di scavo erano stati fucilati con colpi alla nuca da un kommando di poliziotti, giacevano ora nella fossa, bene in vista delle vittime appena arrivate.
A quel punto, a gruppi di 10, gli ebrei furono fatti avvicinare al bordo della fossa con lo sguardo rivolto verso i loro carnefici, per essere quindi fucilati da plotoni d’esecuzione formati da 20 poliziotti in due turni di 10. A molte delle vittime fu dato il colpo di grazia, mentre altre, che erano rimaste accasciate sul bordo, furono fatte rotolare all’interno della fossa.
Con tali modalità, le esecuzioni si protrassero fino al tramonto. Dopodichè furono interrotte per essere riprese il giorno successivo.
 
2.2 – 2/Polizei-Bataillon 307
Del tutto analoghe a quelle della 1/307, furono le modalità con cui la 2/307 procedette al rastrellamento del proprio settore. In questo caso, le vittime furono radunate nel cortile di un edificio – una scuola o una caserma – e quindi caricate a bordo di 13 autocarri.
Dopo circa 20 minuti di viaggio i veicoli si fermarono nei pressi di un terreno ondulato, ricoperto da macchie di vegetazione, dove si apriva un lungo scavo – probabilmente un fossato anticarro sovietico – sormontato da un terrapieno di sabbia e circondato da un cordone di poliziotti.
A quel punto, percossi con colpi di bastone e di calcio dei fucili, gli ebrei dovettero scendere dagli autocarri, per essere sospinti a gruppi sulla sommità del terrapieno, dove era in attesa un plotone d’esecuzione della 2/307, incaricato di perpetrare le fucilazioni.
Anche in questo caso le esecuzioni furono interrotte nel pomeriggio e quindi riprese il giorno successivo.
 
2.3 – 3/Polizei-Bataillon 307
Nel caso della 3/307 le operazioni di rastrellamento sarebbero iniziate verso le 3 del mattino e furono completate in circa tre ore, con le vittime radunate, con tutti i loro bagagli, nel cortile di una scuola antistante gli alloggiamenti della compagnia.
Dopodichè, a partire dal primo pomeriggio e fin verso le 17 o le 18, gli ebrei furono fatti salire a bordo di autocarri che facevano la spola tra la scuola ed un ampio terreno mosso da dune nei pressi del Bug, distante circa mezz’ora di viaggio, dove si trovavano dei vecchi bunker sovietici e due o tre fossati anticarro.
A mano a mano che gli autocarri giungevano a destinazione, le vittime venivano fatte scendere a gruppi di 10 e sospinte sul bordo di uno dei fossati, dove era in attesa un kommando formato da 20 poliziotti, agli ordini di un comandante di plotone. Ogni vittima veniva presa di mira da due poliziotti ed ogni quarto d’ora l’intero kommando veniva sostituito da un'altra squadra. Le esecuzioni, circa 600, si protrassero fino al tramonto, dopodichè furono interrotte e quindi riprese il giorno successivo.
Complessivamente, da parte della 3/307 sarebbero stati fucilati 1.200÷1.500 ebrei, compresa una dozzina di donne, che non avendo voluto separarsi dai loro mariti, preferirono seguirli nella morte. Non lo sappiamo per certo, ma è probabile che tra queste vi fosse anche Sheine Feige Janowich, moglie di Shmuel.
 
3 FATTI ED ATTI
Proponiamo di seguito alcuni stralci degli atti inerenti le indagini sfociate nel processo di Lubecca, a partire dal rapporto conclusivo redatto nel 1964 dalla ZStL, poi trasmesso al procuratore di Lubecca per l'inchiesta preliminare contro Salzinger ed altri (27).
 
  brest litowsk
  Ebrei di Brest Litowsk, data sconosciuta. Fonte: ARC
"Le esecuzioni furono perpetrate a sud della città di Brest Litowsk, oltre le fortificazioni, in un terreno di dune sabbiose. Dal centro della città erano necessari circa 15 minuti di viaggio. Le colline erano coperte da bassa vegetazione ed il terreno era sabbioso. Erano state scavate almeno 12 fosse, che avevano le seguenti dimensioni: 10 m di lunghezza, 2,5 m di larghezza e 3-4 m di profondità. Ogni fossa poteva contenere fino a 600 corpi. La terra di scavo era stata accumulata ad entrambe le estremità.
Non erano disponibili né cloruro di calce né altri disinfettanti. Gli ebrei furono trasportati in parte con degli autocarri ed in parte costretti a marciare dalla città in una lunga colonna, che venne fatta poi fermare a circa 300 metri dalle fosse. Qui giunti, gli ebrei dovettero consegnare i loro bagagli, che furono ammucchiati in uno spiazzo. Dopodichè, divisi in gruppi di circa 50, furono portati sul bordo delle fosse e costretti a stendersi pancia a terra lungo entrambi i lati, in modo che la testa di ciascuno sporgesse liberamente oltre il bordo della fossa.
In piedi, dietro a ciascun ebreo venne posizionato un tiratore, armato di Gewehr 98 con baionetta inastata. Il fucile doveva essere puntato alla testa della vittima, appoggiando la baionetta sul suo collo, in modo che il proiettile colpisse la nuca con un’inclinazione di circa 45 gradi. In questo modo, l’intera parte superiore del cranio veniva strappata via dal colpo. In diversi casi tuttavia, qualora l’angolo di inclinazione del fucile era eccessivo, oppure quando la testa della vittima si sollevava troppo al momento dello sparo, accadeva che proiettile colpisse il collo. In quei casi, degli ufficiali o dei comandanti di plotone intervenivano con le loro pistole, per dare il colpo di grazia al ferito. Dopodichè, il fuciliere gettava il corpo nella fossa, spingendolo per i piedi.
Queste esecuzioni, il primo giorno, continuarono senza interruzione fino al primo pomeriggio.
All’inizio delle esecuzioni venivano fucilate 10-12 persone alla volta. Tuttavia, questa uniformità non potè essere mantenuta a lungo e si verificarono in seguito sequenze di tiro molto irregolari. Gli ebrei venivano portati alla fossa con i loro vestiti addosso e non fu ordinato loro di levarseli.
Questa descrizione dell’eccidio è tratta dalla testimonianza dettagliata dell’ex poliziotto Heinrich Meier, che fece parte di un plotone d’esecuzione e partecipò quindi alle fucilazioni.
Secondo le testimonianze di altri membri della sua compagnia, in alcuni casi gli ebrei dovettero scavarsi la fossa sotto la sorveglianza dei poliziotti. Secondo altri membri del battaglione, anch'essi parte dei plotoni d'esecuzione, in alcuni casi gli ebrei sarebbero stati allineati in piedi ai bordi della fossa e due poliziotti avrebbero sparato a ciascuno di essi, con il primo che mirava alla testa ed il secondo al cuore.
Quella sera i membri del battaglione che presero parte alle esecuzioni avrebbero ricevuto una razione speciale di fragole con la panna.
Le valutazioni numeriche dei partecipanti, coinvolti nelle fucilazioni, variano da un minimo di 6.000 ad un massimo di 10.000 vittime. Un parametro di riferimento per valutare il numero totale è il fatto che furono scavate almeno 10-12 fosse, ciascuna in grado di contenere almeno 600 corpi. Le fucilazioni proseguirono per almeno tre giorni. Radio Mosca afferma che in questa operazione sarebbero state uccise 5.000 persone. Nell'EM del 24 luglio 1941, è riportata la liquidazione di 4.435 persone […].
[Secondo la testimonianza del comandante di plotone] J., che apparteneva ad un plotone di esecuzione, durante la fucilazione a cui egli prese parte furono uccise anche 10 o 12 donne. Queste donne non erano state arrestate, ma avevano deciso volontariamente di seguire i loro mariti, e non si separarono da essi neppure quando i loro uomini furono messi in fila davanti alla trincea per essere fucilati. Le donne, che avevano deciso di rimanere vicine ai loro uomini, furono quindi fucilate nello stesso modo. In un caso, presso la fossa dove egli si trovava, furono allineate quattro donne. [Il testimone] non ricorda di avere visto dei bambini. In quei gruppi di vittime, in cui le donne avevano seguito i loro mariti, avvenne anche che i coniugi rimanessero abbracciati fino a pochi istanti prima della fucilazione, fino al momento in cui comandanti di plotone non li costrinsero a distaccarsi. Allora, le donne presero per mano i loro mariti e morirono insieme ad essi.
Il membro di un plotone d’esecuzione, Manthey, conferma di avere visto alcune donne tra le vittime. Ci sarebbe stato anche il caso di una donna con un bambino, che seguì volontariamente suo marito nella morte. Nella sua testimonianza Hanke riferisce di alcuni ebrei feriti nella fossa, che non ricevettero il colpo di grazia e ricorda di avere assistito in prima persona a scene orribili".
 
Questo invece il riassunto dei fatti, così come sono stati ricostruiti dal procuratore di Lubecca sulla base delle testimonianze rilasciate da diversi ex poliziotti delle tre compagnie battaglione (28) nel corso delle indagini preliminari che avrebbero portato alla richiesta di rinvio a giudizio per Salzinger ed altri, presentata al Tribunale di Lubecca il 21 settembre 1970. Ogni testimonianza riflette, ovviamente, l'angolo di visuale specifico del testimone e per tale motivo, trattandosi di un'azione protrattasi per più giorni, presso differenti punti di fucilazione, possono esserci delle differenze di dettaglio, relativamente ai tempi, alle modalità tecniche ed alla descrizione dei particolari (29).
 
[Prima compagnia (1/307)]
"Fin dal mattino, in quest'area sorvegliata, una fossa lunga da 15 a 20 metri, larga due e profonda uno, era stata scavata da un gruppo di circa 60 ebrei, Una volta completato questo lavoro, i 60 ebrei furono fucilati da un plotone di esecuzione formato da 15 uomini. Gli ebrei furono costretti ad allinearsi lungo il bordo dello scavo, girati verso l'interno e con la schiena rivolta al plotone di esecuzione. Alcuni di essi furono colpiti non mortalmente e caddero comunque nella fossa. Costoro, in seguito, furono uccisi con colpi di grazia inferti da singoli membri del plotone di esecuzione.
Successivamente, in gruppi di 10, gli altri ebrei furono portati alla trincea attraverso un terrapieno di sabbia posto oltre il cordone di sicurezza e furono quindi allineati lungo il bordo della fossa, rivolti verso l'interno. Poi, su ordine di fuoco impartito dal capoplotone, furono uccisi da un plotone di esecuzione formato da 20 uomini, dei quali solo 10 sparavano, posto ad una distanza di 5 o 10 metri.
Gli ebrei che non caddero nella fossa furono gettati dentro da alcuni membri della compagnia incaricati di questo compito. Gli ebrei che non rimanevano immediatamente uccisi ricevettero il colpo di grazia [...]. L'esecuzione si protrasse fino al tramonto.[...].
L'operazione durò fino al pomeriggio e fu completata con l'arrivo delle vittime già detenute in prigione. È possibile vi siano state tra le 2.000 e le 3.000 vittime. Durante l'operazione non si sarebbe parlato di una Judenaktion [azione ebraica, NdA], bensì di un intervento che avrebbe dovuto prevenire in futuro l'uccisione di soldati tedeschi. Tra gli arrestati ci sarebbero stati sia ebrei, che polacchi, che russi, ed anche soldati russi sorpresi in abiti civili. Costoro furono riconosciuti come ex soldati, a causa delle loro teste rasate.
La mattina successiva la compagnia ricevette l'ordine dal battaglione di fornire un plotone di esecuzione. L'Hauptmann Grube richiese quindi dei volontari. Si sarebbero offerti così tanti volontari da esserci solo l'imbarazzo della scelta.
Costoro, accompagnati dall'Hauptmann Grube con una metà della compagnia – circa 50-60 uomini – andarono quindi al luogo dell'esecuzione, che distava alcuni km da Brest Litowsk, in direzione del Bug. C'era un terreno piatto, dove si trovava una vecchia trincea anticarro. Là, egli [l'accusato Niehoff, NdA] provvedette inizialmente a far bloccare dai suoi uomini l'intera area, da una distanza di circa 1.000 metri. I posti di guardia erano in vista l'uno dell'altro. Dopo la formazione del cordone di sicurezza arrivò il primo autocarro con i condannati. Questi uomini erano stati portati dalla prigione, sotto la sorveglianza degli altri membri della compagnia. C'erano ebrei e anche altri prigionieri. Tra di loro c'era anche un colonnello russo. Approssimativamente, 6-8 condannati furono portati ogni volta alla fossa e tutto avvenne molto rapidamente. Tutti loro erano vestiti e furono allineati sul lato lungo, con la schiena rivolta verso l'interno. La fucilazione fu eseguita a comando da una distanza di cinque metri, da un plotone di esecuzione formato da 6-8 uomini. Una volta eseguito il compito, egli (l'accusato N.) [Niehoff, NdA], fu sostituito dall'Hauptmann Grube e da altri sottufficiali.
L'esecuzione si protrasse dalle nove del mattino fino al tardo pomeriggio. Furono uccisi solo uomini. Secondo la sua stima furono uccise circa 1.500 persone. Durante la fucilazione apparvero temporaneamente anche il comandante del battaglione, Maj. Stahr ed il medico, Dr. Sprenger; il medico aveva il compito di esaminare se tutti i fucilati fossero stati colpiti a morte, o se fosse invece necessario il colpo di grazia; in caso affermativo, questo veniva inferto dal medico stesso, oppure dai fucilieri con le loro carabine".
 
[Seconda compagnia (2/307)]
"Il trasporto fu effettuato con 13 autoveicoli della compagnia, su ciascuno dei quali trovarono posto anche due o tre uomini di scorta. Ogni veicolo fu riempito con circa 30 ebrei, alcuni dei quali furono fatti salire a bordo con colpi di bastone e del calcio dei fucili […]. Alla fossa, gli ebrei furono fatti avvicinare di corsa, tra ripetuti colpi inferti loro dagli uomini di guardia, onde esortarli ad essere più veloci […].
Mentre il testimone H. afferma che il plotone di esecuzione era stato suddiviso in due parti, ciascuna delle quali sparava a gruppi di 12 ebrei allineati davanti a loro, lungo la fossa, il testimone M. [Heinrich Meier, NdA] parla di 10 o 12 ebrei che dovevano distendersi ventre a terra, in modo da sporgersi con la testa oltre il bordo della fossa. Dietro ogni ebreo c'era un tiratore in piedi, armato di fucile con baionetta inastata, che appoggiava la punta della baionetta sul collo della vittima sdraiata e tirava quindi il colpo. Il tiratore doveva poi gettare da sé, nella fossa, il corpo della vittima, afferrandolo per una gamba. In questo modo furono uccisi circa 1.500 ebrei […].
Al termine dell'esecuzione i membri della seconda compagnia ritornarono ai loro alloggiamenti. L'azione, per questa compagnia, si protrasse per due o tre giorni".
 
[Terza compagnia (3/307)]
Il luogo dell'esecuzione consisteva di due o tre fosse, ciascuna delle quali lunga 30 metri, profonda tre e larga due. Presso ciascuna delle fosse gli ebrei furono fatti avvicinare di corsa, a gruppi di 10. Una volta giunti, si dovevano allineare lungo la fossa, con la schiena rivolta verso l'interno. Dopodichè venivano fucilati da un plotone d'esecuzione della compagnia, formato da 20 uomini, posto ad una distanza di 10 metri. Ogni ebreo era preso di mira da due membri della compagnia, che sparavano alla testa ed al cuore. Ogni 15 minuti il plotone d'esecuzione veniva rimpiazzato da un altro plotone. Dopo la fine delle esecuzioni i corpi furono ricoperti con arbusti e sabbia […]. L'impiego della terza compagnia, secondo quanto emerso dalle indagini, si protrasse non solo per uno, ma anche per due, se non addirittura per più di tre giorni consecutivi […].
Il viaggio ebbe termine in un'area fuori città, dove erano state scavate tre fosse, ciascuna delle quali lunga 20 metri e larga cinque. Queste fosse, all'arrivo del plotone di esecuzione contenevano già numerosi corpi ricoperti di sabbia. Il plotone d'esecuzione consisteva di 12 uomini ordinati su due righe, che sparavano a 12 ebrei. Durante l'esecuzione, l'accusato S. [Salzinger NdA] andava avanti e indietro e sovrintendeva all'intera operazione. Durante questo secondo giorno furono uccisi circa 600 ebrei".
 
Oltre alla ricostruzione fatta dal procuratore di Lubecca, può essere intressante leggere la precisa testimonianza rilasciata al medesimo procuratore dal poliziotto Heinrich Meier, della 2/307: (30).
 
"Quel giorno fummo svegliati alle tre. Il giorno dell'esecuzione era probabilmente il 10 luglio 1941. All'inizio ci fu ordinato di adunarci, equipaggiati dei nostri fucili «98» e relative munizioni. Il nostro compito era di portare nelle strade tutti i maschi ebrei del quartiere. Costoro potevano indossare i loro abiti abiti e tenere con sè tanti bagagli quanti ne potevano portare. Ci fu detto che gli ebrei sarebbero stati mandati a lavorare in Germania...
Il rastrellamento degli ebrei ed il loro raduno nelle strade del quartiere ebraico andò avanti fino alle sei del mattino. Una parte del nostro battaglione fu inviato, con gli autocarri, fino al luogo dell'esecuzione. Il resto del reparto rimase a sorvegliare gli ebrei diretti laggiù.
Il sito si trovava a sud di Brest Litowsk, oltre le fortificazioni, ed appariva come un terreno ondulato da dune. Dal centro della città, per raggiungerlo, occorrevano circa quindici minuti.
Quando arrivammo, verso le 06:30, fummo avvicinati da un reparto di SS, certamente una compagnia. I soldati delle SS, armati di pistole mitragliatici, avevano cinturato un'area circolare di 600 metri di diametro. Oltre alle SS c'erano anche membri dell'SD, in uniforme grigia. A giudicare da quello che seppi più tardi, questi reparti, dopo l'esecuzione degli uomini, si sarebero occupati anche delle donne e dei bambini, che dopo mezzogiorno erano stati portati dalle SS al luogo dell'esecuzione. Anche questi soldati erano dotati di armi automatiche.
C'erano dodici trincee: lunghe 10 metri, larghe 2,5 e profonde da tre a quattro metri. Ritengo che ciascuna fossa potesse contenere 600 corpi. Allo scopo di evitare equivoci relativamente al numero di ebrei fucilati quel giorno (di cui ho dato, prima, la cifra di 10.000), voglio sottolineare come fossero stati fucilati, durante l'azione che ho descritto, circa 6.000 ebrei maschi. Da discorsi sentiti in seguito, appresi che il loro numero complessivo fu di 10.000.
Non avevamo disponibili né cloruro di calce né altri disinfettanti. Poco dopo il nostro arrivo una lunga colonna di ebrei giunse dalla città. Fu fatta fermare a circa 300 metri dalle trincee. Mentre gli ebrei posavano i loro bagagli, i comandanti di plotone designavano i soldati da assegnare al plotone di esecuzione. Dopodichè ci fu spiegato il modo in cui tale fucilazione doveva essere eseguita.
Secondo le istruzioni che ci furono date, gruppi di 50 persone dovevano essere portate alle trincee e fatte sdraiare, faccia a terra, lungo entrambi i lati, in modo che le loro teste sporgessero oltre il bordo della fossa. Alle spalle di ogni ebreo c'era un soldato armato di fucile «98» con baionetta inastata. L'esecuzione doveva avvenire in questo modo: la punta della baionetta doveva essere appoggiata alla nuca delle vittime. Dopodichè, il fucile doveva essere inclinato fino ad un angolo di 45 gradi, ed il colpo era quindi fatto partire. Accadeva spesso che l'intera parte superiore del cranio venisse strappata via, lungo il percorso del proiettile. Di volta in volta, se l'angolo di sparo si rivelava troppo ampio, oppure nel caso in cui la testa della vittima si fosse sollevata troppo durante lo sparo, poteva succedere che il proiettile riuscisse solo ad attraversare il collo [senza provocare la morte, NdA]. In questi casi doveva intervenire un ufficiale o il comandante del plotone, per infliggere con la pistola il colpo di grazia alla vittima.
Noi soldati dovevamo gettare i corpi nelle trincee, ma non c'era nessuno che si preoccupasse di accatastare i cadaveri sul fondo. Con tali procedure l'esecuzione si protrasse fino al pomeriggio. All'inizio, sul lato lungo di ogni fossa venivano fucilati dieci o dodici uomini per volta. Dopodichè divenne impossibile mantenere tale uniformità, e le sequenze di tiro si fecero più disordinate.
Gli ebrei venivano portati alla fossa con i loro vestiti addosso e non fu richiesto loro di levarseli. L'azione ebbe termine verso le quattro del pomeriggio. A quel punto, con gli autocarri, fummo riportati alla nostra caserma. Per quel giorno il nostro lavoro era concluso.
Per quanto mi ricordo, durante quel giorno non ricevemmo alcun cibo e neppure, di questo sono certo, ci furono date bevande alcoliche. Non ci fu concessa alcuna pausa.
Non ci fu detto di mantenere il segreto sull'azione e non credo ci siano state, dopo l'esecuzione, delle discussioni tra noi poliziotti; ma se ci furono, furono solo di condanna.
Praticamente tutti gli ebrei di cui ho parlato accettarono il loro destino con stoicismo ed eroico autocontrollo. Io personalmente vissi l'azione come in uno stato di trance e non potei fare a meno di stupirmi per il comportamento degli ebrei.
Secondo il mio attuale punto di vista, interrogandomi sui miei atti di allora, devo ammettere in tutta onestà che le azioni commesse da ciascuno di noi equivalsero all'omicidio".
 
4. TEAMWORK
Se dubbi non sembrano sussistere circa le modalità tattiche con cui furono perpetrati il rastrellamento e l’esecuzione delle vittime, le circostanze storiche che portarono all’eccidio devono invece essere inquadrate in un contesto più ampio.
A prescindere dalla data effettiva dell'eccidio, che la Procura di Lubecca situa nel periodo compreso tra il 6 ed il 13 luglio 1941, è generalmente accettato il fatto che si trattò di un’azione condotta in sintonia tra le autorità della Wehrmacht e quelle di SS e polizia, ciascuna delle quali svolse il proprio ruolo e mise a disposizione i propri assetti tattici.
Sarebbe stata la Wehrmacht infatti, tramite il comando della 221.Sicherungs-Division ad inoltrare il 7 luglio 1941 all’HSSPF von dem Bach, la richiesta di una compagnia del Polizei-Bataillon 307 da utilizzarsi nell’area della FK 184 di Brest Litowsk (Maj.Gen. Stubenrauch), non essendo la divisione in grado, con le sole sue forze, di garantire la sicurezza dei depositi e la ripulitura della città (31).
  von schenkendorff2
     Gen.Ltn. Max von Schenckendorff
A quel punto, ottenuta da von dem Bach risposta positiva (8 luglio) (32), fin dalle ore successive furono eseguiti rastrellamenti ed operazioni di sanitizzazione, sia dell’area urbana di Brest Litowsk che delle sue vicinanze, anche grazie all'arrivo di rinforzi inviati dalla 162a Divisione di Fanteria. Infatti, secondo quanto affermato il 9 luglio da Max von Schenckendorff,
Berück Mitte, «il sistematico rastrellamento di diverse località, tra cui specialmente Bialystok e Brest Litowsk» era stato avviato «con la collaborazione di reparti dell’Ordnungspolizei e dell’SD» (33): e questo, apparentemente, nell’ottica della Wehrmacht di provvedere alla sicurezza delle proprie retrovie, anche attraverso il sequestro di ostaggi e la partecipazione di unità militari ad «operazioni di rastrellamento della polizia (Durchsuchungsaktionen der Pol.)» (34).
Dopodichè, a seguito di un’ispezione a Bialystok di Himmler e Daluege, il comandante del Polizei-Regiment "Mitte" Montua, trasmise l’11 luglio ai Polizei-Bataillone 316 e 322 un ordine di vom dem Bach con il quale si autorizzava «la fucilazione di tutti gli ebrei maschi di Bialystok colpevoli di razzia, compresi tra i 17 ed i 45 anni». Questo ordine, nelle ore successive, venne esteso anche al Polizei-Bataillon 307 di Brest Litowsk (35).
È del tutto evidente come un simile ordine rappresentasse una vera e propria licenza di uccidere in quanto imponeva un discrimine razziale ben preciso (ebrei maschi) a fronte di un reato oltremodo generico (saccheggio). Perdipiù, non prevedendo alcun provvedimento nei confronti di possibili razziatori non-ebrei, insinuava la subdola equazione saccheggiatori=ebrei, nonchè la sua naturale evoluzione ebrei=saccheggiatori. In tal modo, l’ordine di Montua poteva essere interpretato nella sua più ampia accezione dai più zelanti tra i poliziotti, ed eventualmente anche esteso ad altre fasce di età e categorie di vittime tra cui – perché no? – anche le donne, che potevano in quanto mogli, essere facilmente considerate complici dei loro mariti.
L’ultimo tassello del grande mosaico criminale che si andava formando, fu messo al suo posto con l’ispezione di Daluege, von dem Bach e Montua a Brest Litowsk, avvenuta probabilmente tra il 12 ed il 13 luglio, in una riedizione di quanto avvenuto a Bialystok pochi giorni prima. Ed in effetti, nel suo discorso al Polizei-Bataillon 307, Daluege sottolineò come «dei compiti particolarmente gravosi fossero oramai prossimi (Besonders schwere Einsätze bevorständen)» (36).
A quel punto, sincronizzati tutti gli ingranaggi ed iniziati i rastrellamenti in quelle stesse ore, la mattanza poteva cominciare: cosa che puntualmente avvenne a partire dalla mattina di domenica 13 luglio 1941.
 
Si è detto finora del ruolo fondamentale avuto dal Polizei-Bataillon 307: è comunque opportuno ribadire come non furono solo i poliziotti a rimanere coinvolti nel massacro di Brest Litowsk, ma anche – come già accennato – le altre strutture presenti in città, che vi presero parte con i propri assetti tattici. In particolare, per il trasporto delle vittime, da Brest Litowsk ai luoghi dell’esecuzione, furono utilizzati degli autocarri della Wehrmacht, plausibilmente messi a disposizione dalla FK 184, ovvero appartenenti alla 162a Divisione di Fanteria, in quei giorni dislocata a Bialystok (37).
Inoltre, secondo la già citata testimonianza di Heinrich Meier, sul luogo dell’eccidio vi sarebbe stato un reparto di SS non identificato, probabilmente una compagnia, oltre ad un piccolo gruppo di SD: in questo caso potrebbe essersi trattato di un distaccamento dell’Einsatzkommando zbV "Brest" inviato dal BdS di Cracovia Schöngarth, formato con personale tratto dal KdS "Lublin" (38).
 
5. OLTREPASSANDO I LIMITI
A parte le dinamiche tipicamente storiche che portarono all'eccidio di Brest Litowsk, vale la pena accennare ad alcune causali di tipo psicosociale incluse in due assi del modello quadripolare (autocostruzione dell'identità dei perpetratori e percezione delle vittime come l'«altro») proposto da James Waller quale possibile spiegazione delle origini ordinarie di un male straordinario (39).
La marginalizzazione sociale fu, probabilmente, una di queste causali tuttavia intesa, nel nostro caso, in un senso paradossalmente rovesciato.
È piuttosto noto infatti, come la marginalizzazione sociale, progressivamente imposta attaverso la Judenpolitik alle comunità ebraiche a partire dal 1933 in Germania e dal settembre 1939 nei territori occupati, nonchè l'oggettivo isolamento anche fisico in cui vennero a trovarsi i cittadini israeliti del Reich, accantonati come corpi estranei da buona parte dei membri della cosiddetta società ariana, siano stati due presupposti fondamentali verso il passaggio alla Vernichtungspolitik (40).
È paradossale invece, come dinamiche per certi versi analoghe abbiano finito per coinvolgere – sebbene su piani etici ed oggettivi ovviamente differenti – anche molti reparti della Polizia d'Ordine i quali, trasferiti dalle loro sedi nei Reich ai territori dell'est, si trovarono ad operare in un contesto tattico e sociale profondamente modificato dal conflitto in corso.
Non si tratta ovviamente, di azzardare osceni parallelismi tra vittime e carnefici, bensì di identificare alcuni dei meccanismi che vicendevolmente amplificatisi, contribuirono a formare una devastante sinergia genocida.
 
5.1 – Dein Freund, dein Helfer
Si consideri in particolare l'habitat sociale nel quale si trovavano immersi nell'immediato anteguerra e nelle fasi iniziali del conflitto, i reparti della Polizia d'Ordine, sia accasermati che territoriali.
A differenza delle strutture del regime più direttamente legate al partito – in particolare la Sipo-SD – i funzionari dei battaglioni di polizia, così come gli agenti dei commissariati urbani, non disponevano ancora – a parte diversi immancabili casi individuali – di una caratura politica sufficiente a renderli dei veri guerrieri dell'ideologia, vale a dire degli individui particolarmente indottrinati, bensì appartenevano ancora, nella loro maggioranza, a quella categoria che Browning identifica come uomini comuni, che rappresentava la trasposizione, in ambito militaresco, degli schemi sociali, ideologici e comportamentali normalmente diffusi nella società civile tedesca dell'immediato anteguerra. In tal senso, il funzionario medio dell'Ordnungspolizei finiva per rispecchiare il cittadino medio tedesco, con i suoi vizi e le sue virtù, con i suoi suoi pregi ed i suoi difetti.
Tale reciproca identificazione era solo un primo passo, la prima ed immediata conseguenza del più vasto sforzo del regime volto a riorganizzare radicalmente la Polizia d'Ordine, non solo dal punto di vista strutturale del contenitore – impresa relativamente facile che fu possibile portare a termine con successo tra il 1936 ed il 1939 –, ma anche e soprattutto dei contenuti, attraverso la trasformazione genetica dell'Ordnungspolizei da entità statuale intrinsecamente apolitica a strumento politico tout court a disposizione del regime. Per ottenere questo risultato furono individuate due aree di intervento a medio/lungo termine, che passavano attraverso una doppia opera di fidelizzazione: quella politico-ideologica del personale da una parte, e quella sociale nei confronti dei cittadini dall'altra, entrambe funzionali ai desiderata del regime medesimo.
Così, mentre l'auspicata fidelizzazione politico-ideologica del personale ai vari livelli rappresentava il giunto di tenuta tra la Polizia d'Ordine ed il regime, muovendosi per forza di cose con i tempi più lunghi dell'indottrinamento individuale (Weltanschauliche Erziehung), la più rapida fidelizzazione sociale diventava lo speculare l'anello di congiunzione tra la stessa Polizia d'Ordine ed il popolo, nonché il presupposto essenziale al fine di potere chiudere il cerchio, adattando il popolo agli schemi del regime.
In questo ordine chiuso l'Ordnungspolizei diventava un sistema centrale di trasmissione tra il regime ed il popolo: un sistema che poteva essere punitivo/repressivo in caso di approccio ostile e/o negativo del cittadino nei confronti del regime, ovvero premiativo/socialeggiante, in caso contrario, con la prima variabile applicata evidentemente alle frange marginali degli asociali, dei disadattati e dei non allineati, da punire e da cui prendere le debite distanze e la seconda variabile associata invece al bravo cittadino, ordinato e volenteroso, da premiare ed in cui potersi riconoscere.
Attraverso una fidelizzazione sociale positiva di questo tipo, riassumibile nel progetto Freund und Helfer – potente strumento di vero e proprio marketing politico, più che astratto slogan ideologico – i poliziotti potevano essere percepiti dalla popolazione – e tali verosimilmente essi stessi si consideravano – come custodi dello Stato (e non tanto del regime) in qualità di cittadini in uniforme: vale a dire, tutori dell'ordine, del benessere e della sicurezza collettivi, a cui rivolgersi non solo con il deferente timore comunque dovuto ai rappresentanti dell'autorità esecutiva, ma anche con la serena fiducia riservata a degli amichevoli membri della comunità (Freund), solidamente e solidarmente a disposizione di tutti, per qualsiasi necessita (Helfer). Questo meccanismo rafforzava, nel poliziotto, la rassicurante convinzione di lavorare per i propri concittadini, da cui otteneva adeguato apprezzamento e rispetto, e nel frattempo consentiva agli Ordnungspolizisten di differenziarsi dai loro colleghi della Polizia di Sicurezza: da una parte gli aiutanti, dall'altra i repressori, il guanto di velluto ed il pugno di ferro, il poliziotto buono ed il poliziotto cattivo.
Il tentativo, da parte del regime nazista, di riordinare l'Ordnungpolizei collegandola al popolo per i propri fini strumentali, stava insomma riuscendo, tanto che a beneficiare di questa popolarizzazione non furono solo i funzionari della Schupo e della gendarmeria che maggiormente operavano a contatto con i cittadini in virtù del loro ruolo operativo, ma anche i membri delle centurie mobili urbane che vivevano chiusi nelle loro caserme, la cui integrazione nelle comunità presso le quali prestavano servizio venne di fatto favorita dal reclutamento ordinato su base locale, che consentiva al poliziotto di una compagnia accasermata di rimanere distaccato nella propria città di origine, o quantomeno non lontano da essa.
In un tale contesto non poteva essere quindi percepito dai poliziotti alcun senso di estraneità rispetto alla popolazione civile, neppure dopo che nel giugno 1936 fu decisa da Berlino la razionalizzazione e centralizzazione delle varie polizie regionali: un evento strutturale che avrebbe potuto facilmente portare, qualora fosse stato mal gestito, ad una specie di isolamento castale, simile a quello che permeava taluni circoli della Wehrmacht molto legati alle tradizioni militari prussiane e conseguentemente piuttosto avulsi dal contesto sociale e civile. Al contrario, probabilmente come opzione strategica, l'Ordnungspolizei fu scelta per rappresentare ai cittadini il volto buono del regime, grazie ad un background popolare che affondava le sue radici non tanto nell'ideologia nazista, quanto piuttosto nel rigore germanico – Treue, Gehorsam, Disziplin, Vaterland. Questi concetti, familiari e tradizionali più che ideologici, furono confermati e rafforzati dopo l'inizio del conflitto, anche attraverso l'afflusso in polizia di migliaia di riservisti ultratrentenni, richiamati dalla vita civile: individui maturi e con famiglia, professionalmente stabili e tendenzialmente poco inclini a quei furori politici e giovanili che potevano eventualmente caratterizzare la generazione successiva, allevata nel pieno contesto ambientale nazista – Volk, Reich, Führer. In altre parole, gli Ordnungspolizisten aderivano perfettamente a quell'immagine sociale e para-ideologica che aveva reso l'Ordnungspolizei così simile, nell'immaginario collettivo, alle icone ritratte nei manifesti propagandistici emessi durante le annuali celebrazioni del Giorno della polizia tedesca (41).
Questa situazione rimase stabile fino al settembre 1939. Dopodichè, quasi come in una gigantesca dimostrazione sul campo della Teoria dell'identità sociale elaborata decenni dopo da Henri Tajfel (42), l'inizio del conflitto e l'invasione della Polonia cambiarono completamente le dinamiche relazionali tra quelle vere e proprie entità sociali (ingroups) che erano i battaglioni di polizia, ed i vari gruppi esterni (outgroups) con i quali cominciarono a confrontarsi nei nuovi territori occupati.
 
5.2 – Keine Freund, keine Helfer
Il massiccio spiegamento in Polonia di battaglioni di polizia a partire dal settembre 1939, mise l'Ordnungspolizei di fronte ad una situazione pressochè inedita, ma propedeutica rispetto al suo coinvolgimento nel genocidio ebraico. In estrema sintesi, si assistette ad una parossistica valorizzazione del proprio gruppo di appartenenza – il battaglione – da parte dei poliziotti che lo costituivano e ad un conseguente esasperato confronto tra essi stessi e la realtà sociale circostante. In tal senso, alle macrocausali storiche e politiche che portarono al genocidio ed alle dinamiche situazionali di volta in volta differenti che si manifestarono sui vari campi di morte, si aggiunse una casistica di inediti eventi intergruppo, tra i singoli battaglioni ed un contesto esterno radicalmente diverso rispetto a quello, così familiare, che avevano lasciato in Germania.
L'oggettivo isolamento dei poliziotti rispetto all'ambiente che li circondava fu probabilmente uno dei numerosi impulsi che fornirono alimento alla spirale genocida, soprattutto in congiunzione con altri schemi – stereotipi, pregiudizi, modelli ideologici, condizionamenti culturali e religiosi ecc. – già presenti nel vissuto dei poliziotti medesimi, i quali, ritrovatisi lontani dalla conformistica realtà tedesca, si reputarono nelle condizioni di poter fare affidamento esclusivamente su loro stessi: una logica solo in parte corretta, che passava sia attraverso il rafforzamento dei legami interni di comunità (di reparto), attuato mediante un processo di autocategorizzazione, sia attraverso la svalutazione di tutto quello che rimaneva all'esterno del gruppo, grazie ad un confronto che (per molte ragioni) poteva essere solo discriminatorio. Tale processo si evolvette lungo tre fasi successive, agevolato da diversi fattori oggettivi.
Dal punto di vista dei poliziotti si trattava infatti di affrontare non solo le palesi differenze, anche esteriori, tra gli ebrei tedeschi occidentalizzati ed i cosiddetti Ostjuden – che inevitabilmente accentuavano quel senso di estraneità tra queste insolite comunità israelitiche e l'ariano comune che il poliziotto riteneva di rappresentare [Fase di Incontro] – bensì di gestire anche una situazione in cui il reparto di polizia in quanto gruppo – e per estensione i singoli funzionari che ne facevano parte – non era più visto come un fattore di amicizia e sostegno (amico ed aiutante), bensì piuttosto come un ostile elemento di oppressione. Da membro effettivo di una comunità, apprezzato e rispettato, il poliziotto diventava quindi a sua volta un corpo estraneo inviso e temuto, accolto con diffidenza ed isolato in presidi difesi, con solo scarsi contatti con la popolazione civile a parte che per motivi di servizio, ed anche in questi casi tendenzialmente in un'ottica di repressione piuttosto che di ausilio.
In un tale contesto il reparto/gruppo diventava, per il poliziotto, la propria comunità morale, una rara isola di familiarità, sicurezza e svago (Gemütlichkeit), l'unico approdo sicuro in mezzo ad un mare slavo e giudaico perlopiù diffidente ed ostile e verso il quale a sua volta, ostilità e diffidenza egli ricambiava. L'approccio con la differenza, superficiale in quanto generato da una posizione di forza e quindi non meritevole di approfondimenti, non poteva andare oltre una rozza svalutazione dell'altro, direttamente proporzionale alla necessità di fare gruppo con i propri commilitoni, nonché ad una grossolana conferma degli abusati ma pervasivi stereotipi con i quali, soprattutto nei territori occupati dell'est, venivano categorizzati gli ebrei e gli slavi.
Da qui l'insinuarsi di una specie di mentalità d'assedio (paradossalmente speculare alla mentalità del ghetto che affliggeva gli ebrei (43)), accentuata dalle scelte tattiche e dalle necessità militari, con conseguente insorgere di rapporti di rigida separazione tra i gruppi [Fase di Isolamento] nella fattispecie tra occupanti ed occupati – ovvero di impermeabilità dei primi nei confronti dei secondi, e relativa interruzione di quei meccanismi di empatia e conoscenza che in un contesto relazionale corretto e pacifico (e non solo pacificato) impediscono ad entrambi di considerarsi reciprocamente alieni. Una mentalità nella quale lo sgretolarsi dei limiti etici e morali comunemente accettati e rispettati fino a quel momento, appare non solo fattibile, ma anche del tutto probabile.
In un tale contesto avvelenato, tra il venire meno dell'originario rapporto di comunanza ideale tra il reparto ed il suo ambiente e l'opposto irrigidirsi delle relazioni tra occupante e occupato e relativa spirale di stereotipizzazioni, pregiudizi, reciproca diffidenza, rancori ed ostilità, il passaggio all'aperto conflitto tra i gruppi [Fase di Rottura] può risultare estremamente rapido: condizione questa nella quale, nel generale imbarbarirsi di una guerra brutale combattuta con i mezzi più cruenti, si finisce per giungere quasi inevitabilmente alla delegittimazione finale dell'avversario, visto non solo come un nemico da sconfiggere sulla base di fattori più o meno oggettivi – politici ed economici in primis –, ma anche e soprattutto come un vero e proprio abominio posto al di fuori da ogni comunità morale, da rimuovere con ogni mezzo attraverso un'opera di bonifica sociale: una bonifica che gli uomini comuni, nel contesto in cui si trovarono, riuscirono a perpetrare con relativa facilità, dopo aver superato la propria soglia morale attraverso un processo di spostamento in avanti e di adeguamento al conformismo tribale nel quale si trovavano immersi, un gradino dopo l'altro, con sempre maggiore docilità ed applicazione e con sempre minore resistenza (44). Fino alla definitiva apocalisse morale.
 
6. COME VITTIME DELLA STRADA
Le prime indagini sull’eccidio di Brest Litowsk furono avviate all’inizio degli anni Sessanta dalla ZStL e si risolsero nella raccolta di 26 testimonianze di ex membri del Polizei-Bataillon 307, conservate in ZStL 204 AR – Z 82/61 contro Salzinger ed altri.
Dopodichè, nel 1964, i fascicoli furono passati per competenza alla Procura di Lubecca, la quale, con procedimento StAw Lübeck – 2 PJs 189/64 VU-Antrag vom 9.9.1965, richiese l’apertura delle indagini preliminari contro quattro membri del battaglione (45):
 
SALZINGER, Hans-Albert: nato a Monaco il 1° maggio 1910. Aiutante di battaglione presso lo Stab/307. Dopo la guerra raggiunse il grado di maggiore della Bundeswehr. Ritiratosi in pensione prima dell'inizio del processo, venne sottoposto ad indagine da parte della Procura di Kiel a partire dal 24 febbraio 1965.
NIEHOFF, Friedrich Wilhelm: nato a Oldenburg il 2 settembre 1914. Comandante del primo plotone della 1/307. Dopo la guerra raggiunse il grado di commissario maggiore (Polizeihauptkommissar). Ancora in servizio a Bremervörde all'apertura del processo, venne sottoposto ad indagine da parte della Procura di Kiel a partire dal 16 ottobre 1964, per avere tra l'altro ucciso intenzionalmente e deliberatamente, due contadini russi tra Slutsk e Mogilev, ad uno dei quali, rimasto solo ferito dopo la fucilazione, fu gettato addosso su ordine di Niehoff, un pesante masso sul petto al fine di accelerarne la morte (46).
KAYSER, Max Erich: nato a Tilsit il 27 agosto 1913. Comandante del primo plotone della 3/307. Dopo la guerra raggiunse il grado di capitano di polizia (Polizeihauptmann). Ritiratosi in pensione prima dell'inizio del processo, venne sottoposto ad indagine da parte della Procura di Kiel a partire dal 14 settembre 1966.
KLOCKER, Sigfried: nato a Dornbirn, in Austria, il 10 novembre 1911. Comandante della 2/307. Trasferito in seguito alle Waffen-SS, divenne il comandante del II battaglione del Waffen-Grenadier-Regiment der SS 30 (14. Waffen-Grenadier-Division der SS). Dopo la guerra raggiunse il grado di commissario maggiore (Polizeihauptkommissar). Ancora in servizio a Bottrop all'apertura del processo, fu accusato dal procuratore di Kiel di avere perpetrato l'omicidio di 40/50 donne ebree e di cinque o sei (o 10) bambini ebrei nell'area di Slutsk, tra il 26 ed il 30 luglio 1941 e di avere partecipato all'esecuzione di 100/200 maschi ebrei nell'area tra Klichev e Gorodishche di Mogilev, nel settembre/ottobre 1941. Durante il suo interrogatorio del 31 ottobre 1972, davanti al procuratore di Dortmund, Klocker candidamente asserì di avere appreso solo in quel momento «di avere avuto a che fare con la fucilazione di ebrei». Relativamente alle sue attitudini professionali, egli fu considerato positivamente dai suoi superiori. Nel suo stato di servizio infatti, viene indicato come «abile e devoto senza riserve, alla causa dello Stato nazista» (47).
 
Tutte queste indagini preliminari si conclusero cinque anni dopo, allorquando con il procedimento StAw Lübeck – 2 PJs 189/64 vom 21.9.1970, la stessa procura richiese al Tribunale di Lubecca il rinvio a giudizio dei quattro indagati.
Allo stesso tempo inoltre, sulla base della documentazione fornita dal procuratore di Lubecca, si aprì un ulteriore filone investigativo da parte della Procura di Dortmund, per propria competenza, contro Niehoff e Klocker, relativamente a crimini perpetrati successivamente all’eccidio di Brest Litowsk.
Nel 1970, accogliendo la richiesta del procuratore di Lubecca, con il procedimento LG Lübeck III AR 118/70 2 Js 189/64 fu iniziato il processo contro Salzinger, Niehoff, Kayser e Klocker, da parte del Tribunale di Lubecca. Tale processo tuttavia, venne chiuso pochi mesi dopo, il 23 marzo 1971, con una sentenza sconcertante che annullava la richiesta della procura di omicidio volontario e concorso in omicidio e la convertiva in omicidio colposo: un tipo di reato che consentiva l’immediato ritorno in libertà dei quattro indagati, in quanto subordinato ad una prescrizione di 15 anni (48). In sostanza, con questa decisione, il Tribunale di Lubecca parificava gli oltre 4.000 civili trucidati con fucilazione in fosse comuni, alle vittime di un incidente stradale.
 
Relativamente ai soli Niehoff e Klocker, tuttavia, rimaneva aperto il fascicolo della Procura di Dortmund.
In effetti nel 1971, con procedimento StAwDo 45 Js 6/71, tale procura richiese il rinvio a giudizio per Niehoff al Tribunale di Lubecca e nel 1972 per Klocker al Tribunale di Essen.
Nuovamente, nel primo caso Lubecca si dichiarò incompetente e con sentenza LG Lübeck III Str 38/71 2 Ks 1/71 del 21 dicembre 1971, assolse Niehoff (49).
Per quanto riguarda invece Klocker, l’ultimo degli indagati, la facceda assunse un aspetto inquietante.
Nel 1972 infatti, dopo la richiesta di rinvio a giudizio ad Essen, fu riconosciuta a Klocker la sospensione del procedimento per motivi di salute; dopodichè, una volta riaperto il procedimento nel 1973, colui che avrebbe dovuto essere il principale testimone dell’accusa scelse di togliersi la vita, impiccandosi solo due giorni prima dell’audizione decisiva. Contemporaneamente, un altro dei testimoni decise di ritrattare la sua precedente deposizione a carico di Klocker (50).
Il 15 maggio 1973, venuta a mancare ogni possibile prova a suo carico, Klocker fu rimesso in libertà, con decisione LG Essen 45 Js 6/71 22 53/73.
A titolo di confronto con la sconcertante sentenza del Tribunale di Lubecca, vale la pena leggere un estratto delle opposte ed inequivocabili conclusioni del procuratore di Lubecca, rilasciate il 9 luglio 1965 ed incluse nella richiesta di rinvio a giudizio, presentata due mesi dopo al medesimo tribunale (51):
 
L'uccisione degli ebrei fu illegale. Considerate le modalità dell'esecuzione si deve presumere che sia la decisione amministrativa di procedere con l'azione di Brest Litowsk, sia la fucilazione di persone, siano state attuate sulla base di motivi razziali. Gli autori di questo massacro erano consapevoli, senza bisogno di ulteriori conferme, dell'illegalità delle loro azioni. I principali imputati hanno eseguito azioni tipiche dell'omicidio volontario. Essi hanno pianificato e preparato l'eccidio […]. Il loro comportamento ricade, per molti aspetti, nella casistica contemplata nel § 211 del Codice Penale (52). Le motivazioni addotte dai principali perpetratori, in particolare l'odio razziale, sono state basate su violazioni della dignità umama talmente gravi, da essere ritenute particolarmente riprovevoli e quindi considerate come abbiette.
 
 
7. CONSIDERAZIONI
Sulla base di tutti gli elementi finora esposti, è possibile trarre alcune conclusioni sulle dinamiche che, sincronizzate in una tempesta perfetta, resero possibile l’eccidio di Brest Litowsk. Dall’elenco che segue – sostanzialmente paragonabile ad un Diagramma di Ishikawa, con l’eccidio quale effetto – si può notare come vi sia stata, fin dall’inizio, una profonda interazione tra iniziative locali ed ordini provenienti dall’alto (53), vale a dire:
 
1) la presenza di ordini più o meno espliciti da parte dei vertici di SS e polizia, nonché l’incombenza fisica sul territorio dei medesimi vertici decisionali;
2) il ruolo di Max von Schenckendorff, sostenitore della teoria: «Der Jude ist der Partisan, der Partisan ist der Jude» (54);
3) il manifestarsi di talune necessità militari, sebbene tendenzialmente pretestuose, nell’area di Brest Litowsk, quali la sorveglianza dei depositi, la protezione delle linee di comunicazione, la presenza di soldati sovietici sbandati nelle retrovie, ecc.;
4) le caratteristiche specifiche del Polizei-Bataillon 307 – reparto della cosiddetta Serie 300 – vale a dire appartenente a quel gruppo di battaglioni che a torto o a ragione venivano considerati come l’élite operativa (ma non necessariamente ideologica) dell’Ordnungspolizei, con tutte le conseguenze che ne potevano derivare;
5) la presenza, nonché probabilmente l'intervento nell'azione, di un reparto fortemente ideologizzato, quale l’Einsatzkommando zbV "Brest", emanazione di Schöngarth, antisemita radicale;
 
A queste cause, tipicamente situazionali, specifiche del caso di Brest Litowsk, si devono poi aggiungere alcune ulteriori dinamiche più generali, applicabili ad ogni evento genocida perpetrato durante l'estate/autunno 1941, derivate sia dal contesto storico e politico complessivo, sia da fattori intergruppo ed intragruppo collegati al ruolo ed alle attività dei battaglioni di polizia, in questo caso del Polizei-Bataillon 307:
 
     soldaten der ostfront
    Il proclama di Hitler "Soldaten der Ostfront!"
1) la propaganda, contro
l’eterno nemico giudeo-bolscevico, rinfocolata dalla recente diffusione in 800.000 copie, tra il 21 ed il 22 giugno, del proclama di Hitler «Soldaten der Ostfront!» alle truppe in attesa dell'ordine di attacco (55)
;
2) il manifestarsi della ben nota Freischärlerpsychose, soprattutto da parte degli ambienti legati alla Wehrmacht, che non era solo una lecita apprensione militare, ma una proiezione ossessiva di una realtà tanto paventata quanto virtuale, almeno in quella fase, che includeva aspetti politici, ideologici e razziali e che tendeva ad autoalimentarsi geometricamente all’interno di una specie di inesauribile circolo vizioso: una spirale mortifera, nella quale diventava sostanzialmente impossibile distinguere razionalmente tra amici, nemici e loro sfumature, con conseguente applicazione di soluzioni brutalmente manicheistiche (56);
3) le motivazioni personali che agivano su ciascuno in maniera differente, in base allo specifico vissuto, al grado di istruzione, al contesto sociale e culturale, a peculiarità caratteriali, alla debolezza delle difese individuali rispetto ai condizionamenti ideologici insinuati dalla propaganda, all'interiorizzazione degli stereotipi, ecc.;
4) le microdinamiche interne al reparto (causali intergruppo), cui non era facile sottrarsi ed alle quali accenneremo in uno dei prossimi paragrafi (57);
5) le relazioni tra il contesto esterno ed i perpetratori (causali intragruppo) – specificatamente il Polizei-Bataillon 307 – messi sostanzialmente per la prima volta nelle condizioni di poter oltrepassare i limiti e quindi di potere reagire con un atto preventivo (il massacro) ad una presunta minaccia ebraica, che dalla sfera dell'immaginario percepito era passata – ci sia consentito l'ossimoro – a quella dell'immaginario reale.
 
Per concludere, l’allineamento perfetto di tutti questi fattori produsse un risultato devastante: che tuttavia non fu – come giustamente fa notare Mallmann, né un eccidio burocratico, né uno sterminio industriale, bensì una «radicalizzazione situazionale del nemico (situativen Radikalisierung des Feindbildes)» (58): in altre parole, fu la drammatica evoluzione e razionalizzazione dei fatti improvvisati di Bialystok, il passo successivo lungo la strada che nel giro di pochi mesi avrebbe portato alla Soluzione finale, ovvero all'applicazione pianificata di un metodo per il raggiungimento di un obiettivo.
Furono almeno 4.000 gli ebrei di Brest Litowsk trucidati il 13 luglio 1941 e nelle ore successive. Tra di essi, secondo quanto confermato dalle testimonianze dei loro carnefici, vi furono diverse donne e bambini.
Ragionando rozzamente sui numeri, possiamo dire che nell’arco di un fine settimana fu annientato quasi il 20% della comunità ebraica di Brest Litowsk, percentuale che sale ad uno spaventoso 40% se si prende in considerazione unicamente la parte maschile della popolazione: in pratica, se ipotizziamo come formato da almeno cinque persone il nucleo-base di una famiglia media, ovvero probabilmente 4.000 famiglie su una popolazione di circa 21.000 ebrei (dati del 1931), si ricava che, sostanzialmente, ogni nucleo familiare perse un congiunto diretto: padre, marito o figlio che fosse. Per di più, siccome le vittime appartenevano essenzialmente alla parte più vigorosa e produttiva della popolazione ebraica, la loro scomparsa assestava un colpo devastante all’intera comunità, non solo in termini di breve periodo, ma anche e soprattutto nella prospettiva di uno sviluppo futuro demografico della comunità stessa, che veniva sostanzialmente impedito o quantomeno fortemente ridotto.
In termini sociali insomma, al di là delle dolorose perdite immediate, un eccidio di tali proporzioni equivaleva a predisporre, sul lungo periodo, l’estinzione di una comunità multisecolare, con tutto il suo patrimonio umano e culturale.
Ad onor del vero dubitiamo, che in quelle caotiche prime settimane di Barbarossa, siano stati dei calcoli specifici a muovere la mano omicida degli architetti del genocidio, in visita a Brest Litowsk, bensì piuttosto il già citato convergere, su un quadro generale, di dinamiche strumentali e pretestuose pensate per soddisfare delle esigenze di piccolo cabotaggio, che probabilmente non rientravano ancora in una precisa strategia sterminazionistica di ampio respiro, ma che come tanti piccoli piccoli affluenti di un grande fiume, contribuirono comunque ad alimentarne il flusso e la portata.
E' altrettanto vero, inoltre, che a prescindere dal disegno generale e da quello particolare, dai calcoli fatti e da quelli non fatti, ben scarsa consolazione ne sarebbe venuta alle vittime del 13 luglio, così come a quelle delle settimane successive: sarebbero passati solo pochi giorni infatti, prima che una nuova ondata di eccidi su abbattesse sui traumatizzati Briskers, questa volta ad opera della Sicherheitspolizei (59)
Dopodichè, a tutti quelli che in qualche modo sopravvissero fino all’autunno 1942, fu imposta la Magen David, il marchio dell’infamia (60).
Ma almeno questo, Sheine Feige Janowich e le altre 4.000 vittime non fecero in tempo a subirlo.
 
NOTE
1 «Secondo il mio attuale punto di vista, interrogandomi sui miei atti di allora, devo ammettere in tutta onestà che le azioni commesse da ciascuno di noi equivalsero all'omicidio». Kohl, p. 224-225.
2 Si veda Yad Vashem. The Central Database of Shoah Victims' Names.
3 Encyclopedia Judaica p. 1362, Browning Policy, p. 124.
4 Browning Policy, p. 118, Curilla, p. 848.
5 Ufficialmente, la cittadella venne dichiarata conquistata dal comando della 45.ID l’8 luglio 1941. In realtà, sporadici combattimenti ed attività di cecchini continuarono fin quasi alla fine del mese: solo il 23 luglio infatti, furono sopraffatti gli ultimi difensori. Gerlach, p. 546.
6 Oltre che che dal 307° di Lubecca, il Polizei-Regiment “Mitte” era formato anche dal Polizei-Bataillon 316 di Recklinghausen e dal 322° di Vienna: questi ultimi due, rispetto al 307°, operavano più a nord, nell’area di Bialystok, dove si resero responabili di un efferato eccidio perpetrato tra il 12 e 13 luglio 1941. Si veda Kopitzsch, pp. 264-265.
7 «Faktisch bedeutete dies ein Praktikum im Sachen Rassismus, eine Einübung ins Projekt der etnischen Saeuberung und "voelkischen Flurbereinigung" der jüdischen Ghettoisierung und Zwangsarbeit». Mallmann Einstieg, p. 85
8 Nell’area di Biala Podlaska personale del battaglione avrebbe proceduto all’esecuzione di condanne a morte comminate dal locale Standgericht, mentre sono probabili attività di scorta a contingenti di lavoratori forzati ebrei deportati verso l’Arbeitslager Belzec.
9 Lichtenstein, p. 168.
10 Mallmann Einstieg, p. 83, Klemp Ermittelt, p. 250.
11 Si veda Browning Policy, p. 118, dove si fa notare come il Polizei-Bataillon 307 fosse un reparto ragionevolmente addestrato e formato da elementi selezionati con cura, così come buona dei battaglioni della Serie 300, a differenza dei battaglioni della serie ordinaria, frettolosamente assemblati nel settembre 1939, facendo largo ricorso alla VPS. Tuttavia, essendo stati costituiti essenzialmente attorno a personale Wachtmeister – ovvero riservisti trentenni delle classi attorno al 1910, formatisi culturalmente all'epoca di Weimar e richiamati subito dopo l'inizio della guerra – questi battaglioni Serie 300, non possono essere genericamente ascritti, a nostro modo di vedere, in alcuna élite ideologica.
12 Ancora nel 1933, la percentuale di poliziotti iscritti al NSDAP raggiungeva appena lo 0,7% (700 circa) dell'intera forza di polizia a disposizione del governo di Weimar. Westermann Soldiers, p. 43.
13 Secondo una circolare di Himmler del 1937, l'indottrinamento ideologico prevedeva una lezione settimanale tenuta da membri delle SS, nonché un incontro mensile su materie inerenti la dottrina nazionalsocialista. Dopodichè, a partire dal 1940, nei reparti si sarebbero dovute tenere delle sessioni giornaliere: in realtà, il tutto si ridusse a non più di tre incontri settimanali, della durata di 15 o 20 minuti ciascuno, sulla cui effettiva efficacia è lecito dubitare. Westermann Soldiers, p. 45.
14 Ibid., pp. 45, 64. La frase di Daluege conferma involontariamente come l'opera di amalgama, evidentemente ideologica oltre che strutturale, fosse un progetto ancora in divenire, che certamente non potè essere completato prima dell'inizio del conflitto.
15 Curilla, p. 570, Browning Policy, p. 119.
16 Complessivamente, sarebbero state eseguite circa una ventina di fucilazioni, tra cui probabilmente alcuni ebrei. Curilla, pp. 570-571.
17 La 221a Sicherungs-Division disponeva di un proprio battaglione di polizia organico, il Polizei-Bataillon 309, che in quei giorni di luglio si trovava dislocato nell'area di Bialystok e Bialowieza. Si veda il Cap. 1.
18 Mallmann Einstieg, p. 84, Browning Policy, p. 121. Secondo Gerlach, p. 546, l’eccidio fu perpetrato il 7 luglio, vale a dire tre o quattro giorni dopo l’arrivo del battaglione in città. Secondo Westermann, p. 176, il rastrellamento fu eseguito la mattina del 9 luglio. Secondo la testimonianza del poliziotto Heinrich Meier, riportata in Kohl, p. 224, il giorno dell’esecuzione fu il 10 luglio – si veda nota nr. 131. Secondo Longerich, p. 350, l’eccidio avvenne il 12 luglio. Secondo Curilla, p. 571, le fucilazioni cominciarono il 13 luglio.
19 Curilla, pp. 571-572. Si veda Browning Policy, p. 121, dove sono citate le testimonianze di diversi poliziotti. Anche Westermann, p. 176.
20 Hüttmann, p. 22.
21 In totale, da parte delle tre compagnie, furono fucilati non meno di 4.000 ebrei, oltre a circa 400 russi e bielorussi. Questi numeri sono sostanzialmente confermati nella richiesta di apertura dell’indagine preliminare avviata il 9 aprile 1965 dal procuratore di Lubecca contro Salzinger ed altri (StAw Lübeck – 2 PJs 189/64 VU-Antrag vom 9.9.1965), in cui è quantificato un totale di 3.000÷4.000 ebrei uccisi. Altresì, queste cifre traggono origine dall’EM 32 del 24 luglio 1941, in cui è rapportata, in località Brest Litowsk, l’uccisione da parte di personale dell’Ordnungspolizei, di 4.435 persone, di cui 400 russi e bielorussi: «In Brest-Litowsk hat die Ordnungspolizei mit Unterstützung des dortigen Einsatztrupps 4.435 Personen liquidiert». Klemp Ermittelt, p. 252, Mallman Einstieg, p. 84.
22 Curilla, p. 55, Browning Policy, p. 121, Mallmann Einstieg, p. 85, Hüttmann, p. 23.
23 Libro dell'Esodo, 3, 16-17. Chissà se qualcuno dei perpetratori, nel ricevere il suo premio dopo aver sterminato degli innocenti, si ricordò di questo passo della Bibbia, e magari sorrise di fronte alla tragica ironia del paradosso...
24 Mallmann Einstieg, p. 85. Testimonianze di E.M., del 9 dicembre 1964 e di E.S., del 28 agosto 1964 rilasciate alla ZStL, 204 AR-Z 82/61.
25 Mallmann Einstieg, p. 85.
26 Si veda la successiva testimonianza del poliziotto Heinrich Meier. Lo stato di trance, di cui Meier riferì nella sua testimonianza, sarebbe probabilmente piaciuto a Robert J. Lifton, per la sua teoria del doubling. Si veda Robert J. Lifton:The Nazi Doctors: Medical Killing and the Psychology of Genocide, New York, 1988.
27 Hüttmann, p. 23, Lichtenstein, pp. 184-186, Kopitzsch, p. 265. ZStL 204 AR–Z 82/61 contro Salzinger ed altri.
28 Hüttmann, pp. 24-25. Le testimonianze di 26 poliziotti del battaglione erano state raccolte dalla ZStL 204 AR-Z 82/6 e quindi trasmesse alla Procura di Lubecca per l’apertura delle indagini preliminari. A seconda delle testimonianze vi sono delle differenze di dettaglio inerenti soprattutto le date, gli orari e le modalità delle esecuzioni, che riflettono momenti diversi dell’eccidio, nonchè la frequente rotazione del personale delle tre compagnie, di volta in volta assegnato agli Erschiessungskommandos. È inutile ricordare come ogni testimonianza fotografi la prospettiva personale del testimone, che non è necessariamente sovrapponibile a quella di altri testimoni: e questo, soprattutto, se il contesto generale è dilatato su spazi e tempi diversi fra di loro.
29 StAw Lübeck – 2 PJs 189/64 vom 21.9.1970, Ziffer 3.
30 La testimonianza di Heinrich Meier è riportata in Kohl, p. 224-225. La sua versione in inglese è pubblicata in Gitelman, pp. 281-283.
31 Mallmann Einstieg, pp. 84, 87. Testualmente: «zur Sicherung der Lager und Säuberung der Stadt». BA-MA, RH 26-221/12. La richiesta della 221.Sich.-Div. a von dem Bach era basato su due rapporti che il comando divisionale aveva ricevuto il 5 luglio da Stubenrauch e Stahr, secondo i quali, «vi era un disperato bisogno di truppe aggiuntive», per sorvegliare i depositi e le centinaia di vagoni ferroviari catturati, carichi di materiali e per contrastare gli sbandati sovietici. Browning Policy, p. 119 – NARA T-315/1667/358-9, 374-6. 32 Westermann, pp. 176, 284. Der HSSPF zbV beim Berück Mitte. Betr.: Säuberungsaktion in Brest. 8.7.1941. BA-MA, RH 26-221/12a.
33 Browning Policy, p. 120, Mallmann Einstieg, p. 84, 87, Kopitzsch, p. 264. «Zehntagemeldung Berück 102 an OKH vom 9.7.1941: Unter Zuhilfenahme der dem Befehlshaber zur Verfügung stehenden Kräfte der Orpo und des SD ist mit dem systematischen Durchsuchen der grösseren Ortschaften, insbesondere von Bialystok und Brest begonnen worden».
34 Si veda l’ordine di von Schenckendorff alla 221.Sich.-Div. del 9.7.1941 – NARA T 315/1667/357. Browning Policy, p. 120. In una prima fase, subito dopo l’ingresso delle truppe tedesche a Brest Litowsk, erano stati liberati tre o quattromila detenuti, precedentemente incarcerati dall’NKVD, suscitando le proteste di Nebe, comandante dell’EGB, in quanto con il rilascio sarebbe venuto a mancare alle autorità d’occupazione un potente strumento repressivo. I rilasci si erano conclusi verso il 5 luglio. Curilla, p. 571. Sugli arresti dell’NKVD nelle aree annesse della Polonia orientale e dell’Ucraina occidentale, si veda Bogdan Musial: Konterrevolutionäre Elemente sind zu erschiessen.
35 Bef.Kdr. Pol.Rgt.Mitte Ia 15 34, 11.7.1941: «Auf Befehl des HSSPF zbV beim Berück Mitte, sind alle als Plünderer überführten männlichen Juden im Alter von 17-45 Jahren sofort standrechtlich zu erschiessen». STAM, StAwBo, nr. 9647,1,Bl.38. L’ispezione di Himmler e Daluege a Bialystok avvenne l’8 luglio 1941 e si concluse con una cena alla quale parteciparono, oltre a loro due, anche von dem Bach, Max von Schenckendorff, Montua, i comandanti Waldow e Nagel dei Polizei-Bataillone 316 e 322 e diversi altri ufficiali della Wehrmacht e dell’SD. Non si conoscono di preciso, gli argomenti discussi durante la cena: sta di fatto però, che dopo questa riunione, almeno 3.000 ebrei furono fucilati a Bialystok il 12 luglio, seguiti il giorno successivo dai 4.000 di Brest Litowsk. In tal senso, parlare di una coincidenza, sembra quantomeno azzardato. Si veda Westermann, p. 176, Mallmann Einstieg, p. 84, Browning, pp. 15-16, Browning Origini, pp. 268-269. Si veda anche Angrik/Voigt/Ammeerschubert/Klein, pp. 334, 374, in cui è riportata la testimonianza di W.L. alla ZStL – AR-Z 52/59, Bd.II, Bl.41, secondo il quale: «Himmler si sarebbe lamentato per lo scarso numero di ebrei arrestati ed avrebbe richiesto una azione più decisa in tal senso».
36 Curilla, p. 571. Anche Longerich, p. 350. All'ispezione sarebbero stati presenti anche Otto Winkelmann, capo dell'ufficio Ia dell'Hauptamt-Orpo ed il BdO “Krakau”, Paul Riege. Hüttman, p. 22. La data dell'ispezione non è comunque certa e potrebbe essere avvenuta tra il 9 ed il 13 luglio, quindi anche prima di quella di Bialystok.
37 Gerlach, p. 547. Anche Westermann, p. 176, Browning Origini, pp. 271, 678.
38 Curilla, pp. 571, 860, 862. Gerlach, p. 547. Due distaccamenti dell’SD, uno destinato a Brest Litowsk ed uno a Pinsk, con un totale di circa 30 uomini, erano stati mobilitati fin dal 2 luglio 1941, su ordine del BdS “Krakau”, Eberhard Schöngarth.
39 James Waller: Perpetrators of Genocide: An Explanatory Model of Extraordinary Human Evil. In Journal of Hate Studies, vol. 1, 2001.
40 Si veda ad esempio Bauman, p. 173 e segg.
41 Si veda Kenkmann/Spieker, Bildteil, soprattutto pp. 44-51.
42 Si veda Henri Tajfel: Human Groups and social categories. Studies in Social Psycology, Cambridge, 1981.
43 Si veda il § 8.6.4.
44 Si veda ad esempio, l'involuzione morale cui fu soggetto il riservista di polizia Hermann Gieschen, membro del Polizei-Bataillon 105, che nelle sue lettere alla moglie, nel breve spazio di poche settimane, passò dal sarcasmo dei primi giorni verso i superiori, all'iniziale pietà nei confronti degli ebrei che incontrava, all'anonima passività verso gli eventi che accadevano attorno a lui ed infine all'orgoglio per le azioni brutali di cui si rendeva protagonista. Ludwig Eiber: «... ein bißchen die Wahrheit» Briefe eines Bremer Kaufmann von seinen Einsatz beim Reserve-Polizeibataillon 105 in der Sowjetunion 1941.
45 Lichtenstein, p. 168.
46 Klemp Ermittelt, pp. 252-253.
47 Ibid., pp. 253-254.
48 Lichtenstein, pp. 169-170, Klemp Ermittelt, pp. 379-380, Curilla, pp. 569-570.
49 Justiz und Verbrechen Lfd 764, Klemp Ermittelt, pp. 252-253, Curilla, p. 380.
50 Klemp Ermittelt, pp. 253-254, Curilla, p. 380.
51 Hüttmann, p. 48.
52 «Omicidio per abbietti motivi (Mord aus niedrigen Beweggründen)».
53 Browning Policy, pp. 116, 118.
54 Su Max von Schenckendorff e le sue politiche repressive si veda HIS, pp. 462, 469, 580.
55 Mallmann Einstieg, p. 85.
56 Ibid., p. 86. Ricordiamo come il 3 luglio fosse stato annunciato alla radio, da Stalin, l’inizio della grande guerra patriottica, nonché la sollevazione partigiana nelle retrovie: un evento che certamente contribuì ad alimentare la psicosi da guerriglia – peraltro ingiustificata in quell’area ed in quella fase dell’occupazione.
57 Si veda il § 5.6, Comunità chiuse e microdinamiche.
58 Mallmann Einstieg, pp. 85-86.
59 Tra luglio e settembre 1941 si contarono, a Brest Litowsk, altre 4.403 vittime, probabilmente in buona parte, ebrei: EM 43 del 5.8.1941 (1.280 vittime); EM 47 del 9.8.1941 (510); EM 56 del 18.8.1941 (1.296); EM 66 del 28.8.1941 (769); EM 78 del 9.9.1941 (548). Browning Policy, p. 124.
60 Si veda Pinkas Hakehillot Polin – Brest, pp. 226-237.
 
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