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"Unforgottable fire"
BIALYSTOK, 27 GIUGNO 1941:
 

 
 
La città e le sue case,
dalle fondamenta al tetto
io le distrussi, le devastai,
le bruciai con il fuoco 
.
Sennacherib, Babilonia, 689 A.C.

 
1. INTRODUZIONE: Area di Bialowieza, 11 luglio 1941.
"Il maggiore Weis il 26 ed il 27 Giugno 1941 guidava personalmente le sue compagnie alla ripulitura dell’area boscosa su entrambi i lati della strada Sokoly-Bialystok e assicurava la foresta a sud della città, impegnandosi instancabilmente sotto il fuoco dei cecchini nemici. Egli personalmente, ed il suo battaglione con lui, si sono resi utili sul campo. L’azione di ripulitura eseguita dal suo battaglione è stata efficace ed in un tempo relativamente breve la città e le aree circostanti sono state pacificate. Lo si ritiene degno di decorazione" (1).
 
Non sappiamo di preciso dove si trovassero, né se fosse mattina o pomeriggio. Sappiamo però, dalle fotografie (2), che si trattava di una giornata limpida, immaginiamo un po' afosa, come normalmente sono le estati in quella zona della Polonia nord-orientale, ai confini meridionali della Lituania, sul ciglio della grande pianura bielorussa. Fu probabilmente una cerimonia sobria, ma anche partecipata: si riesce ad intravedere infatti, in una radura fra gli alberi, almeno una compagnia schierata dietro ai suoi ufficiali, e davanti a questi, alcuni cerimonieri della Wehrmacht impegnati a reggere le decorazioni e a leggere le ordinanze di conferimento. In primo piano si riconosce il Generalleutnant Johann Pflugbeil, comandante della 221.Sicherungs-Division, intento ad appuntare una Croce di Ferro sul petto di un poliziotto immobile sull'attenti, visibilmente inorgoglito. Sul polso sinistro del poliziotto, al di sopra dei risvolti neri della sua uniforme, si può identificare la fascia da braccio con l'iscrizione Deutsche Wehrmacht, che nell'estate 1941 contraddistingueva i battaglioni di polizia aggregati alle divisioni di sicurezza della Wehrmacht. Appena più arretrati rispetto al poliziotto decorato, si vedono alcuni suoi commilitoni, muniti di macchine fotografiche, intenti ad immortalare la scena da altre angolature.
Non è possibile, dalla foto, riconoscere il poliziotto decorato: ma questo, tutto sommato, è un dettaglio di scarsa importanza, in quanto egli fu probabilmente, uno di sette membri del Polizei-Bataillon 309 che quel giorno, 11 luglio 1941, ricevettero l'adeguato riconoscimento delle loro gesta belliche.La guerra contro l'Unione Sovietica era iniziata solo da 19 giorni, ma già numerose decorazioni erano state conferite, arricchendo il palmarès del battaglione e nutrendo il morale e l'orgoglio degli uomini che ne facevano parte.
C'era però un problema: fino a quel momento il Polizei-Bataillon 309 di Colonia non aveva ancora combattuto. Non aveva cioè partecipato a scontri con il nemico, o comunque ad operazioni militari degne di nota, che non fossero una tranquilla avanzata verso est sulla scia delle varie unità di prima linea che lo precedevano con ampio margine di distanza. Non si era impegnato, il battaglione, in combattimenti sanguinosi, né risulta avesse subito delle perdite. Aveva invece varcato la frontiera subito dopo il 22 giugno, era entrato in una città senza combattere e senza combattere da quella città era uscito alcuni giorni dopo. Poi, con tutta calma, si era disseminato nell'area della foresta di Bialowieza, dove sette dei suoi uomini avevano ottenuto infine la loro ricompensa, tra la soddisfazione di tutti.
Non sappiamo, di preciso, dove si trovassero quel giorno, né se quella fosse mattina o pomeriggio: sappiamo però cosa fecero, quei poliziotti, per meritare il loro premio.
 
2. PRIMA DELL'URAGANO
Stando ai dati rilevati dal censimento del 1936, circa 100.000 erano gli abitanti di Bialystok – città polacca di antiche tradizioni, posta a crocevia tra il mondo baltico, l'area germanica ed il retroterra slavo: di questi, 42.482 erano gli ebrei (3), che formavano una delle più fiorenti realtà culturali askenazite dell'intera Europa nord-orientale, largamente percorsa da fermenti sionisti e dalle istanze del movimento operaio ebraico (4). Questa comunità aveva attraversato, nel corso dei decenni precedenti, diverse vicissitudini e non pochi travagli, a partire dal pogrom russo del 1° giugno 1906, che aveva causato la morte di una settantina di israeliti ed il saccheggio di centinaia di negozi e abitazioni (5), per proseguire poi, a seguito dell'inasprirsi dei rapporti tra polacchi ed ebrei, falsamente accusati di avere combattuto a fianco delle milizie bolsceviche, con i torbidi dell'estate 1920 (6), e per finire quindi con l'invasione sovietica del settembre 1939, al termine della quale l'area di Bialystok era stata annessa alla RSFS bielorussa, con gli ebrei nuovamente additati dai polacchi come sostenitori dell'Armata Rossa. In realtà, più che una manifestazione a favore dei sovietici, quella degli ebrei di Bialystok – e della Polonia orientale più in generale – era stata una scelta tra il minore dei due mali. Le notizie portate attraverso le migliaia di profughi che oltrepassavano la linea di demarcazione con i territori occupati dalla Germania, lasciavano infatti pochi dubbi su cosa fosse preferibile – dal punto di vista degli ebrei – tra la persecuzione razziale tout-court applicata dai nazisti e l'oppressione politico-ideologica imposta dai sovietici: nel secondo caso infatti, al di là del conflitto di classe tra proletariato e borghesia – classe quest'ultima a cui peraltro molti ebrei appartenevano – non c'era un'intolleranza preconcetta del sistema comunista nei confronti dell'ebreo in quanto tale, che poteva quindi aspirare – almeno in astratto – ad una coesistenza meno precaria rispetto a quella che avrebbe dovuto affrontare sotto il giogo nazista. Sulla base di questo semplice ragionamento furono quindi decine di migliaia gli ebrei che dal Generalgovernatorato si riversarono in territorio sovietico tra l'autunno 1939 e l'inizio del 1940: relativamente a Bialystok, già nel novembre 1939 vi sarebbero stati circa 33.000 rifugiati (7), con un aggravio logistico insostenibile a carico dell'amministrazione cittadina.
Questo esodo, da ovest verso est – poi interrottosi ed in parte rifluito durante i primi mesi del 1940 – fu una delle cause che alimentarono lo stereotipo negativo del giudeocomunismo, in particolar modo nell'immaginario collettivo della popolazione polacca: uno stereotipo che sarebbe stato poi utilmente ripreso dalla propaganda nazista. In realtà, sebbene molti ebrei, soprattutto tra i più giovani, riuscirono effettivamente a trovare la loro strada nei meandri della burocrazia sovietica, così come nelle forze armate ed in polizia, la situazione che molti speranzosi rifugiati si trovarono ad affrontare in Unione Sovietica fu ben diversa rispetto a quella che avevano immaginato. Paradossalmente, i primi ad essere colpiti dall'NKVD furono gli ebrei membri del disciolto Partito comunista polacco, accusati di trozkismo, seguiti dai bundisti e dai principali esponenti delle istituzioni religiose: questi ultimi non tanto nel contesto di una persecuzione antisemita – non prevista tra gli schemi ideologici del regime sovietico – quanto della conclamata ostilità del regime medesimo nei confronti di tutte le religioni, viste quale elemento inconciliabile e perturbatore nei rapporti con lo Stato.
Entro questi termini quindi, se da un lato l'antisemitismo assai diffuso durante gli ultimi anni della cosiddetta Seconda Repubblica polacca, cessò sostanzialmente di esistere sotto il sistema sovietico (8), dall'altro lato la comunità ebraica di Bialystok dovette comunque subire un'inesorabile persecuzione politica da parte di un regime onnipresente e paranoico: nel corso di successive deportazioni – l'ultima delle quali alla vigilia di Barbarossa – furono probabilmente parecchie migliaia gli ebrei di Bialystok considerati nemici dello Stato, trasferiti all'interno dell'Unione Sovietica (in Kazakistan ed altrove), mentre altri nel frattempo – e almeno finché questo fu possibile – avevano raggiunto la Lituania o si erano allontanati volontariamente verso altre zone della Russia. Complessivamente, tenuto quindi conto della somma algebrica tra arrivi e partenze, tra deportati e rifugiati, la popolazione ebraica di Bialystok alla vigilia di Barbarossa è probabile avesse raggiunto i 50.000 abitanti (9). Di questi, per tutto quanto detto finora, solo una minoranza poteva considerarsi come effettivamente favorevole al regime sovietico, in opposizione alla grande maggioranza – in parte disillusa ed in parte rodata dalla Storia – che era riuscita ad adattarsi alle circostanze, sia pure tra innumerevoli difficoltà. Una sproporzione, questa, che rende l'equazione tra ebrei e comunisti palesemente grossolana e strumentale, ma non per questo meno efficace dal punto di vista della suggestione propagandistica, sia da parte dell'estremismo polacco prima, che del regime nazista poi.
 
3. AL DI LÀ DELLA BARRIERA
Avevano lasciato Ostrolenka subito dopo il 22 giugno 1941, diretti ai ponti sul Narew: al di là, oltre la linea di demarcazione, era territorio sovietico. Poche settimane prima, nel tardo maggio, erano stati trasferiti da Radom, nel Generalgovernatorato, a seguito degli accordi stipulati il 16 aprile tra Himmler, Daluege ed il generalquartiermastro Wagner dell'OKH, che prevedevano l'assegnazione di un battaglione di polizia a ciascuna delle nove divisioni di sicurezza della Wehrmacht incaricate di prendere parte alla fase iniziale dell'Operazione Barbarossa. Per tale motivo, loro, del Polizei-Bataillon 309 di Colonia, si trovavano ora a dover condividere la strada con gli slesiani della 221.Sicherungs-Division, il cui compito, partendo da Ostrow Mazowiecka, era quello di assicurare le retrovie della Quarta Armata tedesca diretta in Bielorussia (10).
In particolare, secondo le parole del comandante divisionale, Gen.Ltn. Johann Pflugbeil, al battaglione era stato assegnato l'incarico di «ripulire la città di Bialystok dagli sbandati russi e dalla popolazione ostile alla Germania e di agire per il mantenimento della pace, sicurezza ed ordine all’interno della città» (11): un compito, questo, sostanzialmente inedito per il Polizei-Bataillon 309, fino a quel momento utilizzato essenzialmente come reparto presidiario. Si trattava infatti, di un battaglione di recente formazione, costruito attorno ad un gruppo di reclute di polizia comprese nelle classi 1909-1912 (12), che era stato trasferito a Radom e Pionki, in Polonia, il 23 settembre 1940 e del quale non si hanno notizie relativamente ad un suo coinvolgimento in crimini di guerra, anteriormente al 27 giugno 1941. Quello che è certo è che venne sottoposto a qualche ora di indottrinamento politico prima del suo ingresso in territorio sovietico, ivi compresa la visione di film antisemiti (13): del tutto in linea con quanto quanto indicato nelle ordinarie tabelle addestrative dei battaglioni di polizia – che prevedevano solo due o tre lezioni di weltanschauliche Schulung a settimana –, ma in ogni caso troppo poco per poterlo assimilare a dei reparti ideologicamente d'élite quali gli Einsatzgruppen.
Ciò nonostante, già poche ore dopo avere messo piede in territorio sovietico, questo battaglione si rese responsabile di un massacro perpetrato a freddo e con modalità talmente brutali da lasciare certamente intravedere la presenza di fattori di specificità, in mancanza dei quali la situazione in sé – poi degenerata in un caos genocida – ben difficilmente si sarebbe potuta manifestare con la perniciosità che ebbe.
Infatti, al di là di un riconosciuto retroterra ideologico di base – probabilmente confuso ma sufficiente a fornire un valido supporto motivazionale a molti degli eccidi perpetrati dai battaglioni di polizia – ad apparire senza dubbio significativa è l'incidenza specifica che in senso generale ebbero le dinamiche situazionali, in grado di modificare di volta in volta l'approccio iniziale agli eccidi medesimi, soprattutto in quella fase in cui – l'inizio estate 1941 – il progetto genocida definitivo non era stato delineato in tutti i suoi particolari e non veniva pertanto azionato ancora da meccaniche standardizzate (14).
Nello specifico caso di Bialystok furono probabilmente delle variabili psicosociale ad agire come detonatore e catalizzatore, all'interno del brodo di cultura ideologico preesistente.
Stiamo parlando dell'innesco di un vero e proprio corto circuito morale, che potrebbe aver colpito molti se non la maggior parte degli uomini in forza al Polizei-Bataillon 309, i quali, per la prima volta nella loro vita, si ritrovarono nelle condizioni di poter esercitare sull'ambiente circostante, al di là di ogni vincolo sociale o giuridico preesistente, una forma pressoché assoluta di dominio, regolamentata unicamente da tutti quegli stereotipi politici, sociali e culturali che erano stati indotti tra i poliziotti non tanto durante il breve e grossolano indottrinamento ideologico a livello di reparto, bensì attraverso la loro precedente immersione completa, in quanto cittadini solo da poco richiamati alle armi, nel «corpo etnico (Volkskörper della società nazionalsocialista, così densa di condizionamenti ideologici, forse superficiali ma certamente pervasivi. Il fatto poi, per gli uomini del Polizei-Bataillon 309, di trovarsi a poter esercitate un potere assoluto, furibondo ma gratificante, sopra individui come gli ebrei, che fino a quel momento erano stati idealizzati negativamente, si fuse da un lato con la totale assenza di controllo da parte dei comandi superiori (sia a livello di reggimento che di divisione), rivelatisi totalmente apatici, incapaci e non disposti a frenare gli eccessi dei loro subordinati, e dall'altro lato con l'aperta complicità dei comandi intermedi (a livello di compagnia e battaglione), che legalizzarono di fatto e sostanzialmente guidarono il comportamento dei loro uomini.
In molti eccidi che si susseguirono tra l'estate 1941 e l'autunno 1942 vi furono modalità e procedure via via sempre più delineate, in un certo qual modo professionali e subordinate ad una (relativa) disciplina operativa imposta dai superiori: le vittime erano costrette ad avanzare, spesso dopo aver lasciato da parte i loro abiti che potevano così essere riutilizzati, venivano allineate o fatte sdraiare nella fossa, sovente secondo un disegno geometrico volto all'ottimizzazione degli spazi, ed erano quindi fucilate con procedure di fuoco coordinato (almeno nelle fasi iniziali dell'eccidio). Uno schema, questo, volto a creare una barriera psicologica tra le vittime e i carnefici, i quali potevano così sentirsi parte di un meccanismo complesso e spersonalizzato, utile a ridurre gli effetti individuali di un possibile coinvolgimento emotivo. Nel caso di Bialystok accadde invece il contrario, con il personale del Polizei-Bataillon 309 che prese parte all'eccidio quasi come ad un rito sacrificale, tribale e collettivo, in cui la componente emozionale ed in un certo senso metafisica, non solo non venne respinta ma fu invece ricercata, come parte integrante ed inscindibile del rito stesso.
 
Riassumendo, è plausibile che la possibilità di commettere qualcosa di straordinario, in un certo senso di assoluto in termini di potere, qualcosa cioè che rompesse gli schemi e che servisse a vincolare gli uomini tra di loro, dando così una specie di identità di sangue all'ancora l'inesperto battaglione – sia stata la dinamica motivazionale che diede alimento all'eccidio Bialystok, unita alla consapevolezza di poterlo fare impunemente grazie alla legittimazione garantita dai comandi superiori (15) e alla base fornita dal retroterra ideologico: che non era però quello strutturato ed in un certo senso professionale degli Einsatzgruppen, bensì quello più superficiale, qualunquista e generico – e proprio per questo assai più diffuso – tipico di larga parte del popolo tedesco e quindi anche dei battaglioni di polizia reclutati tra il popolo stesso.
In tal senso, il fatto che a perpetrare tale crimine non siano stati dei professionisti del genocidio, bensì uomini comuni alla loro prima esperienza criminale, privi di uno specifico indottrinamento ideologico o di piani di missione orientati in tal senso, non ancora corrotti dalla progressiva brutalizzazione del conflitto ed in un contesto pacificato quale era la città di Bialystok occupata senza combattere, rende se possibile l'evento ancora più drammatico, e dimostra quanto generalmente possa essere fragile ed osmotica la barriera tra la rettitudine morale e l'abominio.
 
4. UNFORGOTTABLE FIRES
alutato amichevolmente da una parte della popolazione polacca, il Polizei-Bataillon 309 entrò a Bialystok nella mattinata di venerdì 27 giugno 1941, con l'ordine di supportare il Sicherungs-Regiment 2 nella ripulitura della città da eventuali sbandati russi ed elementi antitedeschi. Il battaglione era così organizzato:
 
- Bataillon Stab: Maj. Ernst Weis
- la 1/309 agli ordini dell’Hptm. Hans Behrens
- la 2/309 agli ordini dell’Oltn. Johann Höhl
- la 3/309 agli ordini dell’Oltn. Rolf-Joachim Buchs
 
Si hanno i nomi anche di altri ufficiali appartenenti al battaglione: Ltn. Gorgs, comandante del quarto plotone della 1/309; Ltn. Theo Oldenburg, comandante di un altro plotone della 1/309; Ltn. Wilhelm Porschen, comandante del secondo plotone della 3/309; Ltn. Heinrich Schneider, comandante del quarto plotone della 3/309. Due di queste compagnie, la 1/309 e la 3/309, entrarono a Bialystok il 27 giugno, tra le nove del mattino e mezzogiorno e presero base nella piazza del mercato, seguite nel pomeriggio dalla 2/309, che sopraggiunse dopo aver scaramucciato sporadicamente con alcune retroguardie sovietiche (16).
Non è chiaro, a questo punto, chi abbia deciso lo sviluppo degli eventi successivi, sebbene non vi siano dubbi sulla trasmissione da parte di Weis ai suoi comandanti di compagnia, avvenuta pochi giorni prima, del cosiddetto Kommissarbefehl, relativo alla soppressione dei commissari politici sovietici catturati: un ordine, questo, che potrebbe avere funzionato come un'ulteriore legittimazione per gli eventi successivi. In ogni caso verso mezzogiorno del 27, Behrens e Buchs ordinarono alle due compagnie radunate sulla piazza, di procedere con il rastrellamento del quartiere ebraico (17), che fu quindi circondato da un cordone di poliziotti.
In questa prima fase, contrassegnata da crepitio di armi automatiche, esplosioni di granate contro le porte delle case, urla e suppliche, umiliazioni e brutalità, si contarono decine di vittime tra gli ebrei, compresi alcuni bambini (18) ed i pazienti intrasportabili dell'ospedale (19). In diversi casi coloro che si rifiutarono di aprire la porta o si attardarono nel farlo, furono uccisi sul posto davanti agli occhi dei loro familiari.
    johann pflugbeil2
 

 Gen.Ltn. Johann Pflugbeil

Con tali metodi, entro le prime ore del pomeriggio tutti gli ebrei maschi in età militare furono rastrellati con la forza e costretti ad uscire dalle loro abitazioni, sovente dietro percosse inferte con il calcio dei fucili. Behrens in particolare, avrebbe dato istruzioni su quali ebrei uccidere sul posto, quali portare invece alla fucilazione e quali, infine, tradurre alla piazza del mercato o alla sinagoga, scelti quali punti di raccolta delle vittime rastrellate nel quartiere (20). Furono saccheggiate case, sinagoghe e luoghi di preghiera e fu depredato un negozio di liquori, con conseguente alterazione alcoolica di molti dei poliziotti, tra cui lo stesso comandante di battaglione, Weis. Secondo alcune testimonianze rilasciate da ex membri del battaglione al procuratore di Dortmund, diversi polacchi avrebbero collaborato nella caccia all'ebreo, indicando ai poliziotti le case abitate dai loro concittadini israeliti e altri possibili nascondigli (21). Vi furono casi di anziani ebrei a cui fu bruciata la barba come punizione per non essere riusciti a ballare al ritmo vivace imposto dai loro persecutori (22); altri furono uccisi a caso dove capitava, ed in breve le strade cominciarono ad essere disseminate di cadaveri (23). Almeno una decina di ebrei furono assassinati con colpi alla nuca da due poliziotti del terzo plotone della 3/309, sotto gli occhi del loro diretto superiore, il capo-plotone, tenente Schneider (24). Al colmo del terrore, mentre gli ebrei venivano sospinti nella piazza del mercato, due membri della comunità, uno giovane ed uno anziano, arrivarono a gettarsi ai piedi di Pflugbeil, comandante della 221.Sicherungs-Division, supplicandolo di fermare il massacro: incredibilmente, uno dei poliziotti presenti alla scena si aprì la chiusura dei pantaloni ed orinò su di loro (25). Il generale avrebbe rimproverato e punito il poliziotto, ma si sarebbe ben guardato dall'assumere il controllo della situazione, oramai degenerata oltre ogni limite. Al contrario, alcuni ufficiali della Wehrmacht avrebbero provato a fermare il massacro, senza però ricevere ascolto (26). Secondo diverse testimonianze, sia di soldati della Wehrmacht, che di ebrei sopravvissuti, le violenze e le sparatorie andarono avanti per diverse ore, fino al pomeriggio inoltrato (27).
Nella tragedia vi furono anche degli episodi grotteschi, come quello capitato ad un caposquadra della 1/309, lo Zugwachtmeister Moll, offertosi volontario assieme ad altri sette commilitoni per la fucilazione di un gruppo di 30 ebrei, che scortando le sue vittime al luogo dell'esecuzione, alla periferia della città, credette di udire il suono di una marcia militare russa in avvicinamento (in realtà il suono di un grammofono proveniente da un'abitazione). Presi dal panico, nel timore di improvviso ritorno dei sovietici, Moll ed i suoi uomini abbandonarono per strada i loro prigionieri e fecero precipitosamente ritorno in città: assai solerti, evidentemente, nel dimostrare le loro virtù guerriere nei confronti di civili disarmati, ma palesemente restii a fare altrettanto contro i soldati dell'Armata Rossa... (28).
  sinagoga bialystok 1920
  La sinagoga di Bialystok, circa 1920
Poco dopo mezzogiorno, mentre il rastrellamento proseguiva ed il numero degli arrestati cresceva sempre di più, giunse sulla piazza del mercato il comandante della 1/309 Behrens (nonché vice-comandante di battaglione), recante l'ordine ai suoi ufficiali, di dare inizio alla fucilazione degli ebrei nel frattempo radunati, che a dozzine furono portati ai due luoghi prescelti per l’esecuzione, dove intanto erano state piazzate le mitragliatrici: una fossa comune scavata nel parco vicino al Branicki, il palazzo del Governo, ed un terreno poco fuori città (29). Lo stesso Behrens, ed il capo-plotone Schneider, si recarono quindi alla piazza della sinagoga, il Shulhoyf, dove nel frattempo erano stati portati 700-800 ebrei, in maggioranza uomini, oltre a molte donne con bambini, che non avevano voluto separarsi dai loro mariti e padri (30). A quel punto, sul far della sera, mentre 100 o 150 uomini appartenenti principalmente alla 3/309 – ma anche alle altre due compagnie e al Nachrichtenzug – formarono attorno alla sinagoga un doppio cordone di sicurezza, altri poliziotti costrinsero tutti gli ebrei all'interno dell'edificio, le cui porte e finestre furono poi sprangate dall'esterno con mobilia e masserizie e poste sotto il tiro delle mitragliatrici; taniche di benzina furono quindi svuotate attorno al perimetro della sinagoga, e anche al suo interno, attraverso le finestre. Dopodiché, Behrens e Schneider diedero l'ordine finale (31). Secondo l'atto di accusa del procuratore di Dortmund, il terrore della morte si sparse con forti grida tra gli ebrei intrappolati, che cercarono di liberarsi (32).
L'incendio fu appiccato con delle granate gettate sulla benzina, ed iniziò immediatamente a divampare estendendosi all’intero edificio, dal cui interno si levarono inni sacri ed urla di terrore. Alcuni ebrei cercarono di fuggire all’esterno attraverso la porta in fiamme, ma furono abbattuti dalle mitragliatrici; altri, che si gettarono dalle finestre con i vestiti incendiati, subirono la stessa sorte, cadendo nel piazzale: furono almeno sei gli ebrei uccisi in questo modo dai poliziotti di guardia attorno alla sinagoga, che finirono di consumarsi come torce umane sotto gli occhi dei tedeschi (33). Diverse donne, che tenendo in alto i loro figli si erano affacciate alle finestre supplicando che fossero risparmiati almeno i bambini, furono prese di mira e colpite dai poliziotti di guardia all'esterno. Un giovane, sfuggito alle fiamme, chiese inutilmente pietà, prima di essere abbattuto da una raffica di mitragliatrice (34), mentre altri si esposero di proposito alle finestre, preferendo farsi uccidere dalle fucilate piuttosto che dal fuoco. Un ebreo si tolse la vita impiccandosi ad una colonna, mentre altri che avevano tentato di trovare rifugio in alcuni piccoli ripostigli ai lati della sala principale, morirono soffocati dal fumo che in breve aveva invaso tutta la sinagoga. Per un caso fortuito, e con l'aiuto dello scaccino della sinagoga che abitava all'esterno, due dozzine di ebrei riuscirono a mettersi in salvo attraverso una porta secondaria, nel momento in cui la sorveglianza esterna si era allentata per un attimo. Costoro, e forse un altro paio di fortunati, furono gli unici che sopravvissero all'incendio della sinagoga (35).
Questa la testimonianza di un cittadino ebreo di Bialystok scampato alla strage, rilasciata il 9 agosto 1966 davanti al procuratore di Wuppertal:

"Potei osservare da vicino – da circa 20 metri di distanza – in che modo i funzionari tedeschi piazzarono dell'esplosivo sui muri della sinagoga, nonostante la sinagoga avesse già cominciato a bruciare. Allo stesso tempo, attraverso le finestre furono gettate delle granate a mano, che provocando un terribile frastuono. Vidi anche un giovane tentare di salvarsi saltando da una finestra, che venne ucciso da una fucilata sparata da un tedesco (36)".
 
   sinagoga bialystok 28-6-41 arc
  I resti della sinagoga distrutta dall'incendio
Ci volle circa mezz’ora affinché la tragedia giungesse al suo epilogo. Dopodiché le urla cessarono e fu il silenzio. Secondo Norbert Simgen, presidente del Tribunale di Wuppertal, le urla delle vittime arse vive all'interno della sinagoga furono udite fino a 800 metri di distanza; gli spari fino a due chilometri ed il fetore di carne umana bruciata fino ad oltre 400 metri (37).
Mentre la sinagoga e gli infelici rinchiusi al suo interno finivano di consumarsi nel rogo, a causa dell'elevata calura estiva l’incendio cominciò ben presto a propagarsi anche alle case vicine, costruite in legno e fu solo a quel punto, davanti ad una situazione oramai fuori controllo, che il comandante del battaglione Weis, giunto finalmente sul posto, si decise ad ordinare lo spegnimento delle fiamme (38).
Tuttavia, nonostante l’intervento di un reparto di genieri della Wehrmacht, gran parte del quartiere ebraico attorno alla sinagoga continuò ad ardere per tutta la notte, al punto che anche il parco veicoli del battaglione, pericolosamente minacciato dall'incendio, dovette essere evacuato in tutta fretta. Tra le fiamme e sotto le macerie delle loro case crollate, trovarono la morte altri 1.000 ebrei circa.In breve, l’incendio arrivò a lambire sia il palazzo del Governo, dove il generale Pflugbeil aveva posto il comando della 221.Sicherungs-Division, sia un vicino albergo, divenuto sede del Sicherungs-Regiment 2, che dovette essere abbandonato (39).
Nel corso della serata, quando finalmente Pflugbeil si risolse ad intervenire chiamando Weis a rapporto, questi non poté rispondere perché completamente ubriaco. Nelle stesse condizioni si trovavano anche Heinrich Schneider – che fu recuperato in mezzo ad una strada ferito ed in stato di incoscienza alcolica – e molti altri membri del battaglione (40).
Alla fine, dopo che le fiamme poterono essere domate verso le prime luci dell'alba, si vide come buona parte del quartiere attorno alla sinagoga fosse andato completamente distrutto.
Complessivamente, tenendo conto di coloro che furono fucilati alle fosse comuni, delle vittime dei crolli e dell’incendio delle case e di quelle arse vive dentro la sinagoga, furono almeno 2.000 gli ebrei di Bialystok che persero la vita il 27 giugno 1941.
Il giorno successivo, sabato 28 giugno, gruppi di lavoro formati da ebrei e da polacchi e sorvegliati da personale del battaglione, procedettero al recupero dei corpi, molti dei quali inceneriti o carbonizzati al punto da dover essere essere letteralmente rimossi dal terreno con i badili e rinchiusi in sacchi (41). Furono necessari tre giorni di lavoro e 20 carri per trasportare i resti delle vittime al cimitero ebraico, dove furono seppelliti in una fossa comune.
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Bialystok 1
L'interno devastato della sinagoga di Bialystok dopo l'incendio. Sotto queste macerie trovarono la morte 700/800 ebrei
 
 
5. DELITTI SENZA CASTIGO
Nel corso del 1959, sulla base di testimonianze raccolte nelle indagini contro il Polizei-Bataillon 322 (42), un'inchiesta fu avviata dalla ZStL relativamente ai fatti di Bialystok del 26 giugno 1941, dai quali emerse il coinvolgimento di un battaglione di polizia non specificato, posto agli ordini di un certo Maj. Weiss. In breve, attraverso le informazioni giunte in possesso della Sonderkommission del LKA Baden-Württemberg, fu possibile risalire al reparto, che si trattò essere il Polizei-Bataillon 309, nonché all'identità del suo comandante, riconosciuto come il Maj. Ernst Weis di Stettino, trasferitosi a Mönchengladbach al termine del conflitto e colà residente con la pensione di guerra di tenente colonnello. Nell'aprile 1960 da parte della ZStL fu redatto un rapporto iniziale sulle indagini, racchiuse nel fascicolo 205 AR-Z 20/60, dalle quali emersero undici indagati, tra cui Buchs e Schneider. A quel punto, sotto l'urgenza dei termini di prescrizione che sarebbero scattati l'8 maggio 1960 (43), furono avviate le procedure per l'apertura di un'inchiesta formale, con conseguente trasmissione degli atti alla Procura di Mönchengladbach, località di residenza di Weis, identificato quale figura principale tra i 30 ex-poliziotti che a quel punto – nel maggio 1960 – erano andati a comporre l'elenco degli indagati. Dopodiché, mentre il fascicolo contro Weis fu archiviato dopo la sua morte, avvenuta nell'agosto 1964 (44), le indagini contro gli altri poliziotti del battaglione – quasi tutti residenti nell'area del Nordrhein-Westfalen e molti dei quali ancora in servizio presso varie amministrazioni di polizia – furono proseguite dalla Sonderkommission del LKA NRW di Düsseldorf guidata dal Kriminalmeister Ernst Woywod, chiamata nell'ottobre 1961 dal procuratore di Dortmund Schaplow, ad agire di supporto nella compilazione del fascicolo StAwDo 45 Js 21/61.
In mezzo a notevoli difficoltà, dovute ad un clima omertoso e di scarsa collaborazione, la raccolta delle prove e gli interrogatori degli indagati e dei testimoni – tra cui diversi ebrei sopravvissuti, residenti in Israele – proseguì fino all'8 maggio 1967, quando finalmente fu emessa, dalla Procura di Dortmund, la richiesta di rinvio a giudizio contro 14 membri del Polizei-Bataillon 309 verso i quali era stato possibile formalizzare un'accusa precisa (45). Tra questi figuravano i comandanti della 1/309 (Behrens) e della 3/309 (Buchs), i comandanti di plotone Porschen e Schneider e altri 10 poliziotti (46). Le accuse, avanzate dalla procura, vertevano su omicidio, complicità in omicidio ed incendio doloso aggravato. La prima udienza fu fissata per il 10 ottobre 1967.
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  L'aula del processo di Wuppertal
Questo processo – codificato come LG Wuppertal 12 Ks 1/67 – nelle intenzioni del presidente del tribunale, Norbert Simgen, avrebbe dovuto avere una particolare rilevanza, sia dal punto di vista giuridico, che da quello mediatico, stante l'elevato numero di imputati, la presenza tra i testimoni dell'accusa di alcuni sopravvissuti provenienti da Israele, la scelta simbolica del luogo dove sarebbero state tenute le udienze – l'aula magna del Polizeipräsidium di Wuppertal (47) – nonché la concessione agli inviati dei media, di posti riservati tra il pubblico. Le cose tuttavia, sarebbero andate un po’ diversamente da quanto auspicato ed anche l'interesse dell'opinione pubblica finì ben presto per scemare, attratta da altri fatti di cronaca.
Avviato il 10 ottobre 1967, il processo si svolse seguendo il filo delle deposizioni di ben 250 testimoni, molti dei quali del tutto reticenti (48) e si concluse il 12 marzo 1968, con risultati ambigui: fin dall’inizio infatti, era stata stralciata, per motivi di salute la posizione di Hans Behrens (49), mentre quella di Heinrich Schneider fu parimenti archiviata causa il suicidio di questi in cella, avvenuto pochi giorni dopo l'inizio delle udienze.
A quel punto, per gli altri 12 imputati furono pronunciate le seguenti sentenze (50):
- ergastolo per Buchs, Schaffrat e Rondholz- assoluzione per Morgenbesser, Porschen e Thomas; - remissione della pena per Eberhardt, Fuchs, Herweg, Ihrig, Leinemann e Schütte;
Dopodiché questi risultati, già di per sé scarsamente significativi, furono smontati in successivi appelli e revisioni: dapprima con la sentenza del Bundesgerichtshof, BGH 3 StR 337/68 del 13 maggio 1971, che commutava l'ergastolo di Rondholz in 4 anni di carcere, e quindi con la nuova decisione del Tribunale di Wuppertal, 12 Ks 14/71 del 25 maggio 1973, che accoglieva l'appello di Buchs e Schaffrat e riconosceva a costoro la sola complicità in omicidio, con conseguente cancellazione degli ergastoli e riduzione della pena rispettivamente a quattro e sei anni di reclusione, peraltro già scontati (51). Tale sentenza fu resa definitiva nel 1975, quando anche l'ultimo ricorso della Procura di Dortmund fu respinto dal Bundesgerichtshof, con decisione BGH 30 StR 193/74 del 29 gennaio 1975.
Riassumiamo di seguito, le biografie sintetiche dei principali responsabili dell'eccidio di Bialystok:

WEIS, Ernst: nato a Stettino il 20 giugno 1894. Maggiore della Schutzpolizei e primo comandante del Polizei-Bataillon 65 dal settembre al novembre 1939. Fu successivamente trasferito al comando del Polizei-Ausbildungs-Bataillon “A”/Polizei-Bataillon 309 e servì con questo reparto a Radom, in Polonia, dal settembre 1940 al maggio 1941. Relativamente ai fatti di Bialystok, è probabile che abbia emesso l'ordine di procedere con il rastrellamento del quartiere ebraico – poi diramato alle compagnie tramite i suoi subordinati Behrens e Buchs – ma non è chiaro in quali termini, scritti o verbali, né quale sia stato il suo ruolo effettivo nell'eccidio. Chiamato a rapporto dal Gen.Ltn. Johann Pflugbeil la sera del 27 giugno, sarebbe stato trovato completamente ubriaco. Ciò nonostante, per l'impresa compiuta fu decorato l'11 luglio 1941 con Croce di Ferro di II Cl. dallo stesso Gen.Ltn. Johann Pflugbeil. Trasferitosi a Mönchengladbach dopo la guerra, fu identificato attraverso le informazioni ottenute dalla Sonderkommission del LKA Baden-Württemberg e fu interrogato per la prima volta sui fatti di Bialystok nel 1960, smentendo qualsiasi suo coinvolgimento nell'eccidio, del quale ammise unicamente di avere udito delle voci, relative però ad altre unità. Morì nell'agosto 1964, mentre era sottoposto ad indagini preliminari da parte della Procura di Mönchengladbach (52).
 
    Buchs
 

 Oltn. Rolf-Joachim Buchs

BUCHS, Rolf-Joachim: nato a Kaiserswerth bei Düsseldorf il 12 settembre 1914. Volontario nella Wehrmacht e membro delle SS dal 1934, divenne ufficiale cadetto di polizia nel 1936. Tenente della Schutzpolizei, prese parte alla campagna di Polonia e alle operazioni in Francia. Comandante della 3/309, secondo quanto affermato nell'atto di accusa del procuratore di Dortmund, non avrebbe preso parte attivamente al blocco della sinagoga e al successivo incendio, ma sarebbe giunto successivamente, ad evento già in corso. Non fece comunque nulla per impedire ai poliziotti della sua compagnia di prendere parte all'eccidio, né ordinò loro il cessate il fuoco contro le finestre della sinagoga: fu pertanto accusato di complicità nell'omicidio, per motivi abietti e crudeli, di almeno 800 persone. Personalmente, si sarebbe limitato ad aspettare che le urla all'interno della sinagoga cessassero ed il fumo si diradasse, «perdendo così l'occasione di comportarsi come un essere umano» (53). In un'occasione, sentitosi sollecitare da un capitano della Wehrmacht di porre fine al massacro, avrebbe rifiutato di obbedire, non riconoscendo l'autorità di questi su di lui. In un altro caso lasciò invece libero un ebreo che lo aveva supplicato di salvargli la vita (54). Per l'impresa di Bialystok fu decorato l'11 luglio 1941 con Croce di Ferro di II Cl. dal Gen.Ltn. Johann Pflugbeil. Riammesso in polizia dopo la guerra, nel 1953 divenne comandante della polizia di Solingen e quindi, dal 1957, commissario maggiore (Polizeihauptkommissar) ed istruttore di Educazione civica [sic!] presso la Landespolizeischule di Düsseldorf. Iscritto nel fascicolo d'indagine della Procura di Dortmund, fu sottoposto a custodia cautelare dal settembre 1965 all'inizio del 1966, e fu quindi sospeso dal servizio in polizia nel marzo successivo (55). Fu riconosciuto colpevole della morte di almeno 700 persone a mezzo incendio doloso e condannato all'ergastolo. In sede di appello la sua pena fu commutata a quattro anni di carcere.
 
BEHRENS, Hans: nato a Rehna in Mecklemburg il 13 settembre 1895. Capitano della Schutzpolizei. Membro di un Freikorps nel periodo immediatamente successivo alla fine della Prima Guerra Mondiale, si arruolò in polizia durante la Repubblica di Weimar. Comandante della 1/309, secondo quanto riportato nell'atto di accusa del procuratore di Dortmund, nel corso dell'eccidio avrebbe dato ordine a diversi suoi subordinati, tra cui Friedrich Rondholz, di fucilare almeno 250 ebrei, in diversi luoghi della città. Da lui sarebbe partito l'ordine di appiccare l'incendio alla sinagoga. Per l'impresa di Bialystok fu decorato l'11 luglio 1941 con Croce di Ferro di II Cl. dal Gen.Ltn. Johann Pflugbeil. Promosso al grado di maggiore, in data successiva divenne ufficiale supervisore (deutsche Aufsichts Offizier – DAO) presso il Litauische-Polizei-Bataillon 9 e fu in seguito trasferito in Olanda. Condannato subito dopo la guerra a sei mesi di carcere da un tribunale militare britannico, nel 1951 divenne docente di Diritto criminale presso la Landespolizeischule di Kiel: incarico che mantenne fino al 30 settembre 1955, quando fu infine congedato con il grado di sovrintendente (Polizeirat) e diritto alla pensione (56). Iscritto nell'atto di accusa del procuratore di Dortmund, ottenne lo stralcio della sua posizione subito dopo l'inizio del processo a causa delle sue condizioni di salute.
 
    Schneider
 

 Ltn. Heinrich Schneider

SCHNEIDER, Heinrich: nato a Wuppertal-Barmen l'8 ottobre 1914. Arruolatosi come volontario nella Landespolizei di Münster nel 1934, prese parte all'invasione della Polonia nel settembre 1939 e fu quindi trasferito a Colonia, con il grado di Leutnant der Schutzpolizei. Assegnato al Polizei-Ausbildungs-Bataillon “A”, divenne comandante del quarto plotone della 3/309. All'inizio dell'azione di Bialystok diede ordine ai suoi uomini di entrare di casa in casa per procedere all'arresto di tutti gli ebrei maschi, ed egli stesso avrebbe ucciso personalmente almeno cinque ebrei nel corso dei rastrellamenti. Assieme a Behrens avrebbe dato l'ordine di appiccare il fuoco alla sinagoga. Per tale l'impresa fu decorato l'11 luglio 1941 con Croce di Ferro di II Cl. dal Gen.Ltn. Johann Pflugbeil. Rientrato a Münster nel settembre 1941, servì in Francia, a Lione, dal marzo 1943 all'agosto 1944 salvo poi essere trasferito in settembre, alla Polizei-Waffenschule "Dresden-Hellerau". Assegnato al ruolo di istruttore in una compagnia addestrativa, nel gennaio 1945 fu mobilitato con il suo reparto per l'estrema difesa del fronte dell'Oder; ferito in azione, venne ricoverato in un ospedale in Austria e quindi promosso al rango di capitano. Prigioniero di guerra degli americani, fu rilasciato nel febbraio 1946 dopo un breve periodo di denazificazione. Negli anni successivi, nascondendo la sua lunga appartenenza alle SS, tentò più volte di essere reintegrato nella polizia di Colonia ma fu respinto come inadatto al servizio attivo a causa delle ferite subite. Titolare di pensione di guerra dal 1954, fu inserito nell'elenco degli indagati della Procura di Dortmund e subì il primo dei suoi 16 interrogatori sui fatti di Bialystok il 2 gennaio 1963. Posto in custodia cautelare nel giugno successivo, fu rilasciato su cauzione in attesa del processo. Nell'atto di accusa del procuratore di Dortmund fu imputato di sette omicidi, perpetrati deliberatamente per abietti motivi. Riconosciuto da diversi testimoni come un fanatico antisemita, fu nuovamente arrestato nell'imminenza del processo, ma si tolse la vita in cella pochi giorni dopo, il 14 ottobre 1967, mentalmente sopraffatto dal peso delle accuse (57).
 
PORSCHEN, Wilhelm: nato a Grefrath, nei pressi di Mönchengladbach, il 12 febbraio 1907. Tenente, comandante del secondo plotone della 3/309, diede ordine al suo plotone di circondare la sinagoga, sparando su chiunque tentasse di uscire. Dopo la guerra divenne istruttore nella polizia del Land Schleswig-Holstein e fu quindi trasferito presso la Kriminalpolizei di Bergheim/Erft (NRW) (58). Processato dal Tribunale di Wuppertal fu assolto al termine del dibattimento con sentenza del 12 marzo 1968.HERWEG, Josef: nato a Urbach, nei pressi di Colonia, il 7 febbraio 1914. Polizeiobermeister. Caposquadra del primo plotone della 3/309, prese parte con i suoi uomini al cordonamento della sinagoga in fiamme (59). Processato dal Tribunale di Wuppertal, si vide condonata la pena inflittagli dalla sentenza del 12 marzo 1968.
 
THOMAS, Wilhelm: nato a Colonia il 4 dicembre 1914. Polizeimeister. Caposquadra della sezione mitragliatrici della 3/309, prese parte con i suoi uomini al cordonamento della sinagoga in fiamme (60). Processato dal Tribunale di Wuppertal, fu assolto al termine del dibattimento con sentenza del 12 marzo 1968.
 
RONDHOLZ, Friedrich: nato a Neu-Isenburg, nell'area di Darmstadt, il 22 ottobre 1913. Entrato in polizia nel 1934, fu assegnato alla Polizeiverwaltung di Colonia nel 1935. Sergente. Trasferito al Polizei-Bataillon 309 poco prima di Barbarossa, fu membro del quarto plotone della 1/309. Nel corso dell'eccidio di Bialystok, durante il pattugliamento di una strada da parte del suo plotone, procedette «intenzionalmente e con premeditazione (vorsätzlich und mit Überlegung)» e senza alcun ordine da parte del suo superiore, Ltn. Gorgs, all'esecuzione con colpi alla nuca di quattro prigionieri di guerra russi disarmati, precedentemente arresisi e tenuti in piedi faccia al muro, con le mani alzate: crimine per il quale fu giudicato colpevole da parte del tribunale di Wuppertal.. Per l'impresa di Bialystok fu decorato l'11 luglio 1941 con Croce di Ferro di II Cl. dal Gen.Ltn. Johann Pflugbeil. Prigioniero di guerra, fu rilasciato dai britannici nel 1946 e fu riammesso in polizia nel 1947 con il grado di Polizeiobermeister. Fu sospeso dal servizio nel 1965 dopo essere stato sottoposto ad indagine da parte della procura (61). Condannato all'ergastolo per l'uccisione dei quattro prigionieri russi e per complicità in altri 13 omicidi, in sede di revisione presso il Bundesgerichtshof ebbe commutata la pena a quattro anni di carcere, in virtù del «particolare stato di eccitazione emotiva (einen gewissen Erregungszustand)» provocatogli dalla precedente scoperta di alcuni soldati tedeschi uccisi e mutilati, che lo avrebbe indotto a ricercare vendetta sui prigionieri catturati (62).
 
SCHAFFRAT, Wilhelm: nato a Beggendorf, nei pressi di Aquisgrana, l'11 ottobre 1912. Dopo essere stato respinto dalle SS nel 1940 per carenze fisiche, fu assegnato al Polizei-Bataillon 309 e quindi ammesso nelle Waffen-SS nel gennaio 1943 a seguito dell'abbassamento degli standard di arruolamento. Durante il rastrellamento di Bialystok condusse cinque ebrei, singolarmente, davanti al suo commilitone Forern, affinché questi li uccidesse ad uno ad uno. Per l'impresa di Bialystok fu decorato l'11 luglio 1941 con Croce di Ferro dal Gen.Ltn. Johann Pflugbeil. Prigioniero di guerra, fu rilasciato nell'estate 1947. Nell'atto di accusa presentato dal procuratore di Dortmund, fu accusato di 12 azioni omicide perpetrate deliberatamente per abietti motivi (63). Fu riconosciuto colpevole di almeno dieci omicidi e condannato all'ergastolo. In sede di appello la sua pena fu commutata a sei anni di carcere.
 
PB 309 6
Ufficiali e sottufficiali della 1a compagnia del Polizei-Ausb.-Bataillon "Koeln", nucleo costitutivo della 1/Polizei-Bataillon 309
 
6. PARADIGMI ED ARCHETIPI
Il massacro di Bialystok del 27 giugno 1941 è un evento criminale particolarmente noto – oltre che efferato – ricordato in numerosi studi ed articoli: tra tutti, vale la pena citare il capitolo ad esso dedicatogli da Heiner Lichtenstein nel suo libro Himmlers grüne Helfer, oppure il saggio di Michael Okroy Man will unserem Bataillon Was tun…“. Der Wuppertaler Bialystok-Prozeβ 1967/68, o anche le pagine scritte da Goldhagen nel suo controverso lavoro I volonterosi carnefici di Hitler... (64).
A prescindere dalla sua tragica notorietà, le dinamiche storiche che furono alla base dell'eccidio rimangono ancora in parte confuse: non è chiaro cioè, se si sia trattato di un massacro voluto e pianificato, e a quale livello di comando, oppure se sia stato il frutto di un'azione improvvisata, scaturita dal basso ed eventualmente sfuggita al controllo dei suoi perpetratori.
Proveremo, in questo paragrafo, a suggerire alcune chiavi di lettura legate alle causali ideologiche, ai processi intenzionali, alla situazione ambientale e alle intuizioni personali, cui furono soggetti gli uomini del Polizei-Bataillon 309, attraverso le quali cercheremo di dimostrare come l'esperienza di Bialystok non sia stata tanto il risultato di un progetto di laboratorio, bensì piuttosto un combinato relativamente casuale di elementi diversi, tra i quali vanno incluse anche le dinamiche psicosociali di cui si è parlato in apertura.
 
Va detto innanzi tutto che questo eccidio fu il primo perpetrato da un battaglione di polizia sul fronte russo. Sebbene innumerevoli altri ne sarebbero seguiti, e di ben più devastanti quanto a magnitudo, il massacro di Bialystok segnò, per così dire, un punto fermo relativamente al coinvolgimento dell’Ordnungspolizei nel genocidio ebraico. Infatti, sia per numero di vittime, che per le modalità dell'esecuzione, che per le motivazioni addotte dagli esecutori, Bialystok fu un archetipo, una specie di modello di riferimento per le stragi successive, che valse a dimostrare la duttilità genocida dei reparti di polizia di fronte ad eventi particolarmente cruenti e su vasta scala, ben oltre i pur incoraggianti esperimenti testati in Polonia nell'autunno 1939 (65). Fino a quale punto quindi, la questione ideologico-razziale connessa all'Ebraismo in Germania si fosse oramai sedimentata nell'immaginario popolare e di conseguenza nei reparti che dal popolo provenivano fu plasticamente dimostrato dall'ubriacatura antisemita che ben prima di qualsiasi decisione operativa in merito alla Soluzione finale, coinvolse il Polizei-Bataillon 309 quel 27 giugno 1941: un'ubriacatura che segnò un ulteriore abbassamento della soglia morale collettiva e mise in mano ai pianificatori del genocidio un nuovo formidabile strumento di distruzione – i battaglioni di polizia – fino ad allora solo potenziale. Sotto questo punto di vista la questione ideologica, stratificata da anni di pseudo educazione culturale attraverso mezzi dozzinali ma efficaci, tra cui il periodico Der Sturmer, lungometraggi come Jud Süss o riviste quali Die Deutsche Polizei, ebbe certamente un ruolo importante nel brodo di coltura in cui maturarono i fatti di Bialystok. Allo stesso tempo tuttavia, non si può non notare come questa tensione ideologica, nello specifico caso di Bialystok, fosse salita dal basso, vale a dire dai livelli inferiori di un anonimo battaglione di polizia e non sia scesa invece dall'alto dei vertici decisionali, attraverso quei veri e propri prodotti di laboratorio che furono gli Einsatzgruppen. In tal senso, è come se da dei comuni poliziotti fosse stato avvertito il bisogno di rispecchiare soggettivamente come reparto – inteso quale nucleo microsociale – le grossolane dinamiche ideologiche macrosociali che attraversavano collettivamente la popolazione tedesca. Un fatto, questo, che può essere letto come un clamoroso successo del regime: l'avere cioè contaminato vasti strati della popolazione, che ora rispondeva alla chiamata ideologica quasi per motu proprio, attraverso i suoi rappresentanti in uniforme. Dopodiché, vista la triviale rozzezza degli strumenti ideologici adoperati a quei livelli per indurre, non stupisce la brutale coerenza della risposta data dal battaglione nell'agire: un rogo medioevale, lo stupore alcoolico e l'atteggiamento inqualificabile di molti degli ufficiali e dei semplici poliziotti.
A parte gli aspetti microideologici, ulteriori dinamiche si intravedono comunque nel massacro di Bialystok, che fanno pensare ad un evento improvvisato e gestito ai livelli più bassi della scala gerarchica, piuttosto che ad una vera e propria trama ordita a priori: dinamiche che riconducono a qualcosa di più simile ad un pogrom – come quelli che furono perpetrati pochi giorni dopo a Jedwabne e Radzilow – che non agli eccidi organizzati e gestiti a livello quasi industriale, come quelli di Babi Yar e Rumbula. Parliamo dell'incastro tra responsabilità personali ed intenzionalità sottintese contenute nelle disposizioni generali ricevute dal battaglione alla vigilia di Barbarossa, che valse a trasformare il quadro complessivo in un gioco di ombre cinesi: visibili nei loro contorni, ma sostanzialmente evanescenti in quanto a concretezza.
Quello che appare certo è che, sebbene le responsabilità oggettive dell’eccidio siano palesemente associate ai numerosi personaggi presenti sulla scena del massacro – a partire dal comandante divisionale Pflugbeil che nulla fece per impedirlo, fino a capi plotone del battaglione che operarono sul terreno – nondimeno appare più difficile attribuire le responsabilità soggettive: non è del tutto chiaro infatti, quando e da chi sia stato effettivamente emesso l'ordine di procedere con l'esecuzione degli ebrei radunati sulla piazza e con l’incendio della sinagoga. Alle rimostranze di un capitano della Wehrmacht di fronte alla tragedia che si stava compiendo, Behrens riferì – probabilmente mentendo – di ordini provenienti dall’alto, mentre ad una inchiesta – evidentemente superficiale e senza conseguenze per gli esecutori – avviata dalla 221.Sicherungs-Division circa le cause che portarono all’incontrollato diffondersi dell’incendio, tutti gli ufficiali del battaglione risposero – con evidente ipocrisia – di non sapere nulla in merito. Weis addirittura, in un suo irrealistico rapporto, asserì che l’incendio della sinagoga fu provocato dall’esplosione accidentale di un proiettile anticarro, rigettando così ogni responsabilità personale (66). Infine, per ovvi motivi propagandistici, un periodico delle truppe tedesche al fronte, attribuì il fatto ad un bombardamento aereo.
In mezzo a questa giostra di interpretazioni autoassolutorie, sembra oramai certo che nessun ordine sia stato mai emesso dai comandi della Wehrmacht – dai quali il battaglione dipendeva formalmente – in merito all'arresto ed all'esecuzione degli ebrei di Bialystok. Per tale motivo, sarebbe stato Weis ad ordinare il rastrellamento del quartiere ebraico sulla base dei propri schemi ideologici associati alle disposizioni generali ricevute prima di Barbarossa, mentre la decisione finale circa il destino dei prigionieri fu probabilmente lasciata nelle mani dei suoi due comandanti di compagnia, i quali fin dall'inizio dell'azione avrebbero optato per una implicita soluzione genocida, senza prendere in considerazione alternative diverse dal massacro (67). In altre parole, non sarebbe stato emesso dall'alto alcun ordine esplicito e formale, ma quello che i poliziotti avrebbero dovuto fare, ovvero quello che ci si aspettava essi facessero, sarebbe stato sottinteso (68). Sotto tale prospettiva l'eccidio di Bialystok sarebbe stato il risultato di un’iniziativa personale di Behrens e Buchs, avallata dallo stesso Weis, che in una situazione ambientale sempre più caotica e fuori controllo – e trovandosi egli stesso scarsamente padrone di sé, per gli effetti dell'alcool – avrebbe lasciato mano libera ai suoi due subordinati. Allo stesso tempo, la soluzione genocida adottata dai due comandanti di compagnia non sarebbe giunta inaspettata, vista la consapevolezza, diffusa tra il personale del battaglione, circa il destino che attendeva gli ebrei in quella guerra (69).
È altresì probabile che proprio la mancanza di ordini espliciti sia stata la causa di quella specie di anarchia operativa che percorse il battaglione dal comandante fino all'ultimo dei suoi poliziotti, i quali si ritrovarono a dover improvvisare per perseguire le proprie intuizioni genocide.
Nella confusione più totale, rafforzata dalla colpevole inerzia e dall’indifferenza di chi, come il generale Pflugbeil e i suoi ufficiali si trovavano nelle condizioni di poter intervenire per porre fine al massacro (70), riesce in effetti piuttosto difficile riconoscere qualche traccia di pianificazione a tavolino dell'eccidio: al contrario, sembra piuttosto di potere scorgere una precisa volontà di Behrens e Buchs di applicare, nella loro forma più estrema – incoraggiata e legittimata da Weis, ovvero non ostacolata né da lui né da altri – i sottintendimenti contenuti in una serie di disposizioni che avevano raggiunto il battaglione nei giorni precedenti l'inizio di Barbarossa. In particolare, prima del 22 giugno erano stati diffusi tra il personale del battaglione sia il Kommissarbefehl, relativo alla soppressione di tutti i commissari politici sovietici catturati, sia il cosiddetto Erlass Barbarossa, che approvava le «rappresaglie collettive contro i civili (kollektive Gewaltmassnahmen)» con garanzia d’impunità per coloro che le perpetravano, accompagnati dalle considerazioni di Weis ai suoi ufficiali, circa l’inizio della guerra contro il giudaismo e gli ebrei, che andavano eliminati senza distinzioni, a prescindere dall’età e dal sess (71). A queste disposizioni si aggiunse il già citato ordine del Gen.Ltn. Pflugbeil del 27 giugno 1941. Nelle ore precedenti l’entrata a Bialystok, inoltre, sarebbero stati scoperti, da uomini delle compagnie 1/309 e 3/309, i corpi di 25 soldati tedeschi mutilati e seviziati probabilmente da elementi sovietici in ritirata (72): un episodio raccapricciante, che potrebbe aver contribuito a rafforzare – attraverso una lettura del tutto pretestuosa e distorta del rapporto tra evento e responsabilità – il parossismo genocida degli esecutori materiali della strage di Bialystok.
Che il massacro di Bialystok sia stato gestito con metodi improvvisati sembra anche confermato dal fatto che non furono approntati piani di trasporto delle vittime fuori dall’abitato, né fosse stato previsto alcun campo di raccolta nel quale rinchiuderle anche solo temporaneamente (73), oltre che dalla totale assenza – nonostante le torride condizioni climatiche – di qualsiasi misura preventiva atta ad evitare il diffondersi dell'incendio: che propagatosi dalla sinagoga oltre ogni limite di sicurezza, finì per mettere a rischio anche il parco veicoli del battaglione, nonché gli stessi comandi della 221.Sicherungs-Division. Pare di capire, in tal senso, come questo limite di sicurezza fosse stato interpretato da molti dei poliziotti in maniera a dir poco elastica: infatti, secondo la testimonianza di un membro del battaglione, rilasciata alla ZStL, alcuni suoi commilitoni avrebbero impedito ai volontari locali – allarmati dal rogo estesosi anche alle abitazioni di legno del quartiere ebraico – di intervenire allo spegnimento delle fiamme, viste evidentemente non tanto come un preoccupante effetto collaterale, bensì come un ben accetto contrattempo da accogliere con commenti soddisfatti, in quanto utile a togliere di mezzo un altro po' di deutschfeindlicher (74).
In un tale contesto di automatismi ideologici, intenzionalità sottintese, intuizioni personali e situazione ambientale fuori controllo, è del tutto plausibile, quindi, che gli uomini del Polizei-Bataillon 309 possano essersi sentiti rivestiti di fatto di una larga autonomia interpretativa e discrezionale nell'applicazione delle più o meno generiche disposizioni ricevute, senza bisogno di ulteriori sollecitazioni o di ordini scritti e formali.
In tal senso, volendo trovare una sintesi conclusiva, potremmo parlare dell'eccidio di Bialystok come del prodotto, apparentemente ossimorico, di uno spontaneismo indotto, che tuttavia rese evidenti le potenzialità del distacco emotivo tra carnefici e vittime: potenzialità da amplificare opportunamente e proiettare in una dimensione strategica e sistemica, in cui l'atto genocida non sarebbe più stato il frutto del caso bensì di un progetto ad ampio raggio. Coerentemente, quella che nel caso di Bialystok poteva apparire come una ritirata emozionale transitoria dei perpetratori, prodotta da eventi essenzialmente locali, finì per diventare il paradigma archetipico di un modello distruttivo: non tanto per il modo in cui tali eventi distruttivi furono successivamente replicati, quanto piuttosto sotto l'aspetto delle dinamiche emozionali ed in particolare della totale mancanza di empatia tra i cacciatori e le loro prede, viste solo come elementi deumanizzati e nocivi da neutralizzare una volta per tutte, attraverso la profilassi sociale del genocidio (75).
 
Bialystok 2
L'incendio della sinagoga di Bialystok, fotografato da un ricognitore tedesco
 
7. SEMIDEI DELLA MORTE
Sia pure nella diversità delle interpretazioni, quello che sembra condiviso nella letteratura relativa ai fatti di Bialystok del 27 giugno 1941, è il fatto che nessun ordine esplicito e formale sia stato emanato circa il trattamento da riservare agli ebrei catturati durante il rastrellamento. Dopodiché, sia che l’eccidio debba essere attribuito alla decisione di un singolo comandante (Weis) che avrebbe «intuito ed anticipato correttamente i desideri del suo Führer» (76), sia che l’unico dubbio eventualmente insorto tra i carnefici fosse quello relativo alle modalità tecniche dell’eccidio (rogo, fucilazione o altro) e non già sull’opportunità di perpetrarlo o meno (77), quello che è certo è che si trattò di una mattanza infernale, perpetrata con metodi particolarmente brutali: e questo nonostante non vi fosse stata alcuna provocazione né atto ostile rivolto dalla popolazione ebraica nei confronti del battaglione, né risulta siano state rinvenute armi o altro materiale illegale, nelle case saccheggiate degli ebrei(78).
È plausibile pertanto, che una micidiale concatenazione di cause ed eventi abbia innescato la spirale genocida, forse anche al di là di quelle che potevano essere le intenzioni iniziali, e che l’orgia di violenza consumatasi durante il rastrellamento abbia finito per alimentare sé stessa, fino al suo tragico epilogo – un epilogo che a quel punto sarebbe stato addirittura inevitabile: ad un certo punto cioè, in quel primo pomeriggio del 27 giugno 1941, volutamente o meno, da parte degli uomini del Polizei-Bataillon 309 fu superata una soglia morale, al di là della quale la tensione distruttiva divenne incontrollabile.
  placca sinagoga bialystok
  Placca commemorativa dell'eccidio di Bialystok
Vi è infatti, nelle modalità con cui l’eccidio fu perpetrato, qualcosa di aberrante, di degenerato; un’esplosione di violenza idolatra e selvaggia, sublimatasi nelle fiamme del rogo: che non sembra solo una conflagrazione purificatrice, il prodotto di menti accecate dall’antisemitismo – come scrive Goldhagen (79) – bensì qualcosa di piuttosto simile ad un riflesso ancestrale, un ricorso al fuoco quale fonte immediata di potenza distruttrice, da parte di un’orda tribale impegnata in un sacrilego rito di morte (80). Si nota infatti, in questo atto genocida, qualcosa di profondo, che va oltre la semplice applicazione di un teorema ideologico o di un preconcetto razziale; qualcosa che affonda le sue radici nell'essenza stessa della civiltà post-neolitica: vale a dire l'esercizio del potere in quanto tale, che diventa assoluto attraverso il controllo illimitato, pseudo-divino, sopra uomini e cose (81). Durante quelle lunghe ore di totale degenerazione morale, i poliziotti di Colonia si elessero a semidei dispensatori di morte. Al di là del semplice prevalere di taluni schemi ideologici, qualcos'altro smise di funzionare: le regole, i condizionamenti sociali, il senso dell'etica individuale e collettiva, l'educazione civile, la visione del bene e del male: nulla di tutto questo ebbe più alcun significato, né probabilmente avrebbe potuto più averlo, per i nuovi semidei, creatori bizzosi e narcisisti della propria dimensione a-morale, posta al di fuori del senso comune e guidata unicamente dalla regola del capriccio (82).
Sotto questo punto di vista può essere quindi quasi riduttivo costringere entro confini dell'antisemitismo – che comunque è il risultato di un lungo, ancorché fosco, processo culturale di tipo razionale – un evento che sembra invece essere un sublimato di violenza ancestrale, l'esercizio di una ferocia distruttiva illimitata e inumana: un vero e proprio ritorno al cuore di tenebra, all'idolatria imposta da dei crudeli semidei della morte attraverso l'esazione di un selvaggio rogo olocaustico, dalle cui ceneri sarebbe dovuto sorgere un nuovo ordine sociale in una nuova civiltà storica – quel Reich millenario, che in quei giorni del 1941 si consegnava al giudizio della Storia, erigendo i propri bastioni al di sopra di una necropoli di ossa bruciate ed edifici frantumati.
 
NOTE
1 Sicherungs-Regiment 2. Proposta di conferimento di Croce di Ferro di I Classe al maggiore Ernst Weis, 2.7.1941: «Weis Ernst, Stettin 20.6.1894, Major der Schutzpolizei, Pol.-Btl. 309, e.K.I des Weltkrieges. Major Weis hat am 26 und 27.6.1941 persönlich an Ort und Stelle seine kompanien zur Säuberung der Waldstücke beiderseits der Strasse Sokoly-Bialystok und bei der Säuberung des Waldes südlich der Stadt und in derselben eingesetzt und unermüdlich im feindlichen Heckenschützenfeuer eingegriffen. Er persönlich und seine Bataillon waren stets hilfsbereit zur Stelle. Die Säuberungsaktion seines Btl. hat dazu beigetragen, dass Stadt und Umgebung in verhaeltnismässig kurzer Zeit befriedet wurde. Er ist der Auszeichnung würdig. gez. Ronicke, Oberst und Rgts.-Kdr.» Mallmann/Riess/Pyta, p. 74, HIS, p. 594.
2 Delle due foto – una speculare rispetto all'altra –, che conosciamo su questo episodio, la prima è riprodotta in Mallmann/Riess/Pyta, p. 76 mentre la seconda, quella che abbiamo descritto, fa parte di una collezione privata.
3 Bender, p. 19.
4 Okroy, p. 301.
5 Bender, pp. 15-16. Il pogrom sarebbe stato ordito e perpetrato da un gruppo di estremisti russi appartenenti all'organizzazione dei Cento Neri, supportati dalla polizia e da reparti dell'esercito zarista e si protrasse per tre giorni, durante il quali vi furono anche degli scontri, tra i pogromisti e gruppi di ebrei, probabilmente bundisti. In seguito, da parte delle autorità russe locali, vi fu il tentativo di addossare la colpa sulla popolazione polacca, che invece si sarebbe mantenuta estranea alla vicenda.
6 L'accusa, lanciata dal comandante militare polacco entrato a Bialystok dopo la ritirata dei reparti bolscevichi si rivelò falsa, ma contribuì ad alimentare la visione popolare del cosiddetto «giudeocomunismo (Żydokomuna)».
7 Bender, p. 59.
8 Diversa invece fu la situazione nei territori ex polacchi annessi alla RSFS Ucraina – la Galizia in particolare – dove a causa della combinazione di altri fattori, l'antisemitismo continuò a persistere come fenomeno sotterraneo ma comunque presente.
9 Bender Bialystok, p. 189.
10 Lichtenstein, p. 73. Atto di accusa del procuratore di Dortmund, StAwDo, Anklageschrift 8, maggio 1967.
11 Mallmann/Riess/Pyta, p. 70: «Pol.Batl. 309 wird Sich.Rgt. 2 für Säuberung der Stadt von russischen Versprengten und deutschfeindlicher Bevölkerung und zur Aufrechterhaltung der Ruhe, Sicherheit und Ordnung innerhalb der Stadt Bialystok unterstellt». Befehl Sich.Div.221/Ia v. 27.6.1941, BA-MA, RH 26-221/12b; vgl. PB 309 an 1. und 2.Komp. v. 27.6.1941, BAB, R 20/58.
12 Il battaglione era stato costituito il 19 settembre 1940, per trasformazione di un reparto addestrativo, il Polizei-Ausbildungs-Bataillon A "Köln". Sonderbefehl nr. 106 Kdo d.Schupo Köln vom 19/9/1940.
13 Secondo la testimonianza del Ltn. Heinrich Schneider, il battaglione assistette alla proiezione di Süss l’Ebreo, il famigerato film antisemita, molto in voga nella propaganda dell’epoca. Mallmann/Riess/Pyta, p. 71, Westermann, pp. 175, 284.
14 Si vedano ad esempio le motivazioni che mossero gli eccidi di Brest Litowsk e di Kamenec Podolski, ai Capp. 2 e 4 di questo libro.
15 Una circolare emessa dall'ufficio Ic della 221.Sicherungs-Division il 19 giugno 1941, così recita: «Le truppe dell'Armata Rossa si oppongono a noi non solo dal punto di vista militare, ma anche come nemici politici. Secondo la dottrina giudeo-bolscevica, essi faranno uso di metodi non solo militari. Gli uomini dovranno essere preparati a questo [e], se necessario, ricorrere a misure drastiche, con l'appropriata durezza e spietatezza anche nei riguardi della popolazione nemica». Westermann, p. 174, originale in tedesco in Mallmann/Riess/Pyta, pp. 70, 178.
16 Bender, p. 90, Okroy, p. 301, Klemp Osteuropa, p. 279, Lichtenstein, p. 74. Atto di accusa del procuratore di Dortmund, StAwDo, Anklageschrift 8 maggio 1967.
17 Klemp Ermittelt, p. 262, Klemp Osteuropa, p. 279, Lichtenstein, p. 74. Atto di accusa del procuratore di Dortmund, StAwDo, Anklageschrift 8 maggio 1967.
18 Westermann, p. 175.
19 Klemp Ermittelt, p. 263, Bender, p. 91.
20 Bender, p. 91.
21 Ibid., pp. 91, 315, Curilla, p. 515.
22 Klemp Ermittelt, p. 263, Curilla, pp. 512-513, Goldhagen, p. 201, Bender, p. 91.
23 Goldhagen, p. 201. Il rapporto finale del Polizei-Bataillon 309 datato 1° luglio 1941, riferisce di 230 corpi raccolti nelle strade. Curilla, p. 518, BA-MA, Film S 57076, Gefechtsbericht des Pol.Bat. 309.
24 Klemp Ermittelt, p. 263, Curilla, p. 513.
25 Ibid., p. 263, ibid., p. 514, Goldhagen, p. 201, Bender, p. 91. Oltre che riprovevole moralmente, tale atteggiamento inqualificabile di un subordinato davanti ad un proprio superiore dovrebbe essere intollerabile quantomeno dal punto di vista della disciplina militare: un concetto, questo, che dovrebbe essere ben presente in qualsiasi buon ufficiale, quale evidentemente, Pflugbeil non era.
26 Klemp Ermittelt, p. 263, Curilla, p. 514.
27 Klemp Ermittelt, p. 263, Mallmann/Riess/Pyta, p. 72. Testimonianza del sopravvissuto Elias Z., rilasciata il 5 luglio 1966 al procuratore di Dortmund.
28 Curilla, p. 514, Lichtenstein Wuppertaler, p. 625, Lichtenstein, p. 74. Atto di accusa del procuratore di Dortmund, StAwDo, Anklageschrift 8 maggio 1967.
29 Bender Bialystok, p. 189.
30 Il numero esatto degli ebrei rinchiusi nella sinagoga varia a seconda delle fonti. Secondo quanto stabilito nella sentenza del primo processo di Wuppertal contro Buchs ed altri, vi furono 700 vittime (800 secondo l’atto di accusa); furono 500, invece, secondo le stime ricavate durante il secondo processo di Wuppertal contro Buchs e Schaffrat.
31 Curilla, p. 515, Bender, p. 92, Okroy, p. 302. Lichtenstein, p. 74. Atto di accusa del procuratore di Dortmund, StAwDo, Anklageschrift 8 maggio 1967.
32 Klemp Ermittelt, pp. 263-264.
33 Goldhaghen, p. 203.
34 Curilla, p. 516.
35 Bender, p. 92.
36 Mallmann/Riess/Pyta, p. 73.
37 Lichtenstein, p. 81.
38 Curilla, p. 517.
39 Ibid.
40 Klemp Ermittelt, p. 264, Curilla, p. 517.
41 Lichtenstein Wuppertaler, p. 622.
42 Si veda il Cap. 5.
43 La prescrizione, entrata in vigore dopo 15 anni dalla fine della guerra, comprendeva i reati di omicidio colposo, di aggressione con conseguente morte e di complicità in omicidio (Totschlag, Körperverletzung mit Todesfolge e Beihilfe zum Mord). Okroy, p. 308.
44 Klemp Ermittelt, p. 267, Klemp Osteuropa, p. 279.
45 Gli iniziali 23 accusati si ridussero ai 14 poi rinviati a processo, mentre le posizioni di ulteriori 162 indagati furono stralciate. Okroy, pp. 308, 316.
46 Lichtenstein, pp. 69-72, Lichtenstein Wuppertaler, p. 620.
47 Okroy, p. 302.
48 Stralci delle testimonianze e degli interrogatori condotti dal presidente del tribunale Simgen, sono pubblicate in Lichtenstein Wuppertaler, pp. 622 e segg.
49 Curilla, p. 510, Klemp Ermittelt, p. 267, Okroy, p. 302.
50 Okroy, p. 302, Lichtenstein pp. 88 e segg. Sentenza del Tribunale di Wuppertal. LG Wuppertal 12 Ks 1/67 del 12 marzo 1968.
51 Okroy, p. 317. LG Wuppertal, 12 Ks 14/71, del 24 maggio 1973.
52 Okroy, p. 308, Klemp Ermittelt, p. 262.
53 El Paìs, 7 dicembre 2009.
54 Goldhagen, p. 202, Curilla, p. 514.
55 Okroy, p. 316, Klemp Ermittelt, p. 265, Lichtenstein, pp. 71, 78. Atto di accusa del procuratore di Dortmund, StAwDo, Anklageschrift 8 maggio 1967.
56 Klemp Ermittelt, p. 265, Lichtenstein, pp. 70-71. Atto di accusa del procuratore di Dortmund, StAwDo, Anklageschrift 8 maggio 1967.
57 Klemp Ermittelt, p. 263, Curilla, p. 513, Okroy, p. 312-313, Lichtenstein, pp. 69-70, 75. Atto di accusa del procuratore di Dortmund, StAwDo, Anklageschrift 8 maggio 1967.
58 Klemp Ermittelt, p. 265, Lichtenstein, pp. 72, 77. Atto di accusa del procuratore di Dortmund, StAwDo, Anklageschrift 8 maggio 1967.
59 Lichtenstein, pp. 72, 77. Atto di accusa del procuratore di Dortmund, StAwDo, Anklageschrift 8 maggio 1967.
60 Ibid., pp. 72, 77. Atto di accusa del procuratore di Dortmund, StAwDo, Anklageschrift 8 maggio 1967.
61 Ibid., pp. 72, 76.
62 Ibid., pp. 90-91. Sentenza del Tribunale di Wuppertal. LG Wuppertal 12 Ks 1/67 del 12 marzo 1968.
63 Mallmann/Risee/Pyta, p. 72. Testimonianza di Alfons S. Lichtenstein, p. 70. Atto di accusa del procuratore di Dortmung, StAwDo, Anklageschrift 8 maggio 1967.
64 Si veda la bibliografia relativa a questo capitolo.
65 Tra questi l’eccidio di Ostrow Mazowiecka, dell’11 novembre 1939, durante il quale 364 ebrei furono fucilati per rappresaglia da un reparto del Polizei-Bataillon 11, ovvero le numerose esecuzioni perpetrate dal Polizei-Bataillon 61 o dai reparti di polizia subordinati all’EG zbV di von Woyrsch nell’autunno 1939. Tutto questo senza parlare degli eccidi che ebbero come vittime i polacchi.
66 Curilla, p. 518.
67 Klemp Ermittelt, p. 263, Okroy, p. 302. In una sua deposizione Buchs affermò che non vi fu alcun ordine esplicito circa il massacro degli ebrei di Bialystok, ma solo delle disposizioni di carattere generale il cui significato sottinteso sarebbe stato chiaro a tutti. Klemp Osteuropa, p. 280.
68 Klemp Ermittelt, p. 263, Klemp Osteuropa, p. 280.
69 Lichtenstein Wuppertaler, p. 622.
70 Pflugbeil avrebbe potuto intervenire in qualsiasi momento. Ad esempio accogliendo le richieste dei due ebrei inginocchiatisi davanti a lui e che invece furono umiliati, oppure durante le fucilazioni perpetrate nel parco davanti al palazzo del Governo in cui il comando della 221.Sicherungs-Division si era insediato, i cui colpi di rimbalzo minacciavano di attraversare le finestre: inconveniente al quale Pflugbeil reagì ordinando ai plotoni di esecuzione di spostarsi più all'interno del parco. Circa il ruolo avuto nel massacro dai reparti della 221.Sich.-Div., il processo di Wuppertal non fece chiarezza. Secondo la testimonianza di un poliziotto, alcuni soldati della Wehrmacht avrebbero sparato munizioni traccianti sulla benzina, contribuendo ad innescare l’incendio. Klemp Ermittelt, p. 264, Klemp Osteuropa, p. 281.
71 Browning, p. 13, anche Okroy, p. 301.
72 Curilla, p. 511, LG Wuppertal II 12 Ks 14/71 del 24 maggio 1973 contro Buchs e Schaffrat, p. 20, LG Darmstadt 2 Ks 1/75 del 25 febbraio 1977 contro Rondholz, p. 21.
73 Klemp Ermittelt, p. 263, Klemp Osteuropa, p. 280.
74 Goldhagen, pp. 203, 545. Uno dei poliziotti avrebbe esclamato: «Brucia, brucia, bel fuocherello», mentre un altro avrebbe apprezzato lo spettacolo dicendo: «Magnifico! Dovrebbe bruciare così tutta la città».
75 Sul concetto di ritirate emozionali momentanee o croniche, nonché sulla deumanizzazione del nemico, si veda Erich Fromm, Anatomia della distruttività umana, pp. 162-163.
76 Browning, p. 14.
77 Goldhagen, p. 202.
78 Testimonianza del poliziotto Hubert H., Mallmann/Riess/Pyta, p. 72.
79 Goldhagen, p. 202-203.
80 Sul concetto di tribalismo, relativamente ai battaglioni di polizia, si veda quanto detto nel § 5.6, Comunità chiuse e microdinamiche.
81 Si confronti Erich Fromm, Anatomia della distruttività umana, pp. 210-211, che riporta l'iscrizione del re assiro Sennacherib sulla distruzione di Babilonia: «La città e le sue case, dalle fondamenta al tetto io le distrussi, le devastai, le bruciai col fuoco. Le mura interne e le mura esterne, i templi, gli dei, le torri dei tempi di mattoni e di terra, quanti ce n'erano io li rasi al suolo e li gettai nel canale Arakhtu. Attraverso il centro di questa città scavai canali, li inondai d'acqua e distrussi così le fondamenta stesse. Ottenni una distruzione più completa di quanto lo sarebbe stata con un'inondazione».
82 Tra i capricci dei semidei va ovviamente annoverato anche il potere di grazia, del quale disporre parsimoniosamente ed a propria discrezione: come nel caso di quell'ebreo padre di tre figli, che supplicò Buchs di fargli salva la vita. Buchs in questo caso, forse compiaciuto da questo implicito riconoscimento di onnipotenza, accolse la richiesta del postulante, lasciandolo libero di andare, si immagina con un cenno della mano o con un lieve assenso del capo.
 
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