Schindler's List
Steven Spielberg
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Film monumentale, dalla straordinaria potenza evocativa, Schindler's List di Steven Spielberg ha tutte le caratteristiche per entrare di diritto nella storia della cinematografia: una regia sapiente e onestamente sentita, una fotografia pregnate, densa, dai pesanti contrasti, in grado di proiettare lo spettatore direttamente sulle scene, una struttura narrativa progressivamente coinvolgente, capace di trasmettere un pathos a tratti insostenibile.
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Fortunatamente (quasi) scevro dalla retorica e dalla magniloquenza tipica di altre opere di Spielberg, Schindler's List non riesce comunque a sottrarsi ad alcuni stilemi classici spielberghiani: una figura malvagia per eccellenza sulla quale riversare il ribrezzo degli spettatori, una figura conciliatoria reduce da un travagliato percorso di redenzione da prendere a modello e nella quale potersi identificare, un finale struggente ma in fondo tranquillizzante e catartico, in grado di riconciliare in qualche modo lo spettatore con sè stesso, dandogli la convinzione - dopo averlo centrifugato per oltre tre ore in un universo di orrori tale da ingenerare più di un dubbio circa la struttura intellettiva degli esseri umani in quanto specie – di appartenere ancora allo schieramento dei "buoni".
Sostanzialmente positivista e propositivo, Spielberg delinea un proprio modello di redenzione attraverso la figura di Oskar Schindler, che da cinico arrivista affabulatore si trasforma in uno strumento di salvezza per centinaia di Ebrei: dapprima spinto da interessi personali e quindi progressivamente coinvolto dalla forza della ragione e dalla riscoperta di quei valori umani e civili che fino a quel momento egli aveva soffocato dentro di sè con il denaro, il successo, la bella vita e le donne. Schindler, per Spielberg, diventa quindi l'espediente positivo necessario a dimostrare l'esistenza di un "bene" in grado di emergere al di sopra del male più efferato. Così, là dove il personaggio di Amon Goth – comandante SS del campo di lavoro ebraico di Plaszow – rappresenta la quintessenza di questo male, e l'agghiacciante rastrellamento del ghetto di Cracovia il paradigma dell'orrore, la figura di Oskar Schindler riconferma il perdurare del bene, e la salvezza degli ebrei una delle vie per alimentarlo (“chi salva una vita salva il mondo intero”).
Sotto questo punto di vista, pur nella sua straordinaria grandezza ed intensità emotiva, l'opera di Spielberg appare un po' troppo schematica e compressa nel dualismo tra bene e male, tra morte e salvezza, tra luce ed ombra. La stessa scelta – indubbiamente azzeccata nel suo complesso – di adottare il bianco e nero, sembra dettata dalla necessità di trasmettere sensazioni nette, che le sfumature del colore avrebbero in qualche modo attenuato: cosa che se da un lato accentua nello spettatore il senso di immedesimazione, dall'altro lato ottiene un effetto di ulteriore irrigidimento di un'opera già di per sé piuttosto didascalica, con le vittime stereotipate nel loro ruolo di “pecore al macello” e i carnefici delineati semplicemente come dei deviati patologici, autori di una violenza ingenerata dalla loro stessa follia.
In realtà, vi era ben poco di patologico nella politica nazista di sterminio, che fu perpetrata invece da una assoluta maggioranza di individui “comuni”, razionalmente consapevoli delle loro azioni; per tale ragione, il fatto di prendere il sadico ed individualmente disturbato Amon Göth a paradigma di violenza insensata, rischia di suscitare nello spettatore un sollievo ingiustificato, con un paradossale effetto sminuitorio nei confronti di tutti quegli orrori perpetrati intenzionalmente e lucidamente: per volontà, per scelta, per decisione politica.
In altri termini, la follia omicida di Göth – frutto nel suo specifico caso di una mente probabilmente schizofrenica – può indurre ad una interpretazione per traslazione del male come mero prodotto di una devianza clinica e non di una scelta consapevole e razionale, come invece fu quella adottata nella realtà dal regime nazista: una devianza utilizzata da Spielberg come espediente rasserenante, certamente volta a tranquillizzare in qualche modo gli spettatori circa l'origine stessa del male, di fatto relegato a patrimonio e fardello di una minoranza di deviati.
In tal senso Göth – interpretato da uno straordinario Ralph Fiennes – riveste a perfezione i panni del “deviato ideale”: gelido, allucinato, di una bellezza malvagia e fascinosa come solo quella del demonio può essere, vuoto e senz'anima come un modello ariano di Leni Riefenshtal, incapace di ingenerare alcuno stimolo identificativo nello spettatore che lo osserva, ma solo avversione mista a sollievo per il convincimento di non essere come lui. Messaggio, questo, certamente consolatorio e spielberghiano, ma purtroppo non del tutto corretto, come esperimenti, studi e fatti concreti avvenuti negli anni hanno ahimè dimostrato.
A parte questo confortevole addolcimento della realtà – ottimistico, rasserenante e cinematografico – che rappresenta a nostro avviso il vero punto debole del film, Schindler's List, si rivela come un'opera maestosa, didattica, documentaristica; dove ad un certo punto diventa quasi difficile distinguere la realtà dei fatti dalla finzione filmica.
Per concludere, il sette volte premio Oscar «Schindler's List» rappresenta probabilmente la più imponente e riuscita opera sul genocidio ebraico, l'equivalente fictionalizzato – quanto a impatto emotivo e significato intrinseco – del documentario «Shoah» di Claude Lanzmann, non a caso pluripremiato anch'esso da ogni giuria internazionale. Un'opera-capolavoro, quella di Spielberg, quasi perfetta, che rende merito al suo regista e che rinfranca e riconcilia, dopo avere emozionato e sconvolto.
Tutto bene, dunque? Si, se non fosse per un particolare da non sottovalutare: Oskar Schindler fu e rimase un'eccezione. Certamente non la sola, ma pur sempre un'eccezione alla regola dell'odio.
Al di là di ogni sollievo, al di là delle illusioni, c'è materia per riflettere.
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Scheda Tecnica
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Titolo originale: Schindler's List
Anno: 2006
Durata: 187 minuti
Formato: colore
Regia: Steven Spielberg
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