Terra di nessuno
(No Man's Land)
Danis Tanovic

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stelline 3.5
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Premiato a Cannes per la migliore sceneggiatura e vincitore di un Golden Globe nel 2002, No Man's Land - opera prima del regista bosniaco Danis Tanovic - è una delle rare opere sulle guerre degli anni Novanta in Jugoslavia ad avere mietuto consensi internazionali al di fuori dell'area balcanica. In altri termini, tra le decine di pellicole semisconosciute fiorite a livello locale e le sparute produzioni hollywoodiane (ricordiamo il risibile Behind Enemy Lines (2001) di John Moore e il più dignitoso In the Land of Blood and Honey (2011) di Angelina Jolie), No Man's Land rappresenta una felice anomalia in tema di rappresentazione della guerra civile in Jugoslavia.
.. no mans land
Va detto subito che No Man's Land non è un capolavoro: è un buon film convincente, di fattezze quasi artigianali, molto ben sceneggiato e dalla trama estremamente lineare, con scenografie ridotte all'essenziale, una minima colonna sonora e dialoghi scarni ma fulminanti.
Pervaso da un feroce umorismo di natura prettamente balcanica, il film riesce, nella sua essenzialità, a rappresentare l'assurdità di un conflitto tra serbi e bosniaci "sentito" da molti, ma "compreso" da pochi: genti diverse con un "patrimonio" in comune, costrette a condividere una terra che non poteva essere suddivisa ma che era irragionevole continuare a mantenere unita.
Su questa contraddizione si basa il film di Tanovic, denso di paradossi e di surrealità quasi kafkiane, che già nel suo titolo rinchiude il dilemma insolubile che accese il conflitto jugoslavo nella sua declinazione bosniaca: Bosnia, infatti, come laboratorio più avanzato dell'esperimento federale jugoslavo, dove più che in altre zone si intrecciavano, si sovrapponevano e si amalgamavano le etnie; Bosnia come concetto di jugoslavicità contrapposto al particolarismo degli albanesi, dei croati, dei serbi e degli sloveni; Bosnia come terra appartenente a nessuno (no men's land), ma proprio per questo rivendicata da tutti.
Microcosmo etnico di convivenza e confronto, dopo l'implosione dello stato jugoslavo la Bosnia espose al mondo la sua nemesi feroce di intolleranza e scontro: aspetti che Tanovic riassume con buone capacità narratorie, ambientandole in un fazzoletto di terra compreso tra le linee serbe e quelle bosniache, solcato da un tratto di trincea abbandonato nel quale, in circostanze fortunose troveranno riparo, dal fuoco dei rispettivi avversari, un soldato serbo (Nino) e un miliziano bosniaco (Čiki). A questi, si aggiunge poi un secondo bosniaco (Čera), costretto a giacere immobilizzato al suolo sopra una mina innescata, pronta a saltare in aria ad ogni minimo movimento del suo corpo, uccidendo tutti quanti.
La situazione, grottesca e paradossale, è il nucleo del film: metafora di una Bosnia sempre pericolosamente in procinto di esplodere, casa comune di uomini in bilico, uniti da legami comuni ma eternamente tenuti divisi dalle loro radici, dalle reciproche diffidenze, dalle insuperabili incomprensioni: drammi quasi surreali che Tanovic dipana con toni da commedia nera, tra ironia, sarcasmo e gelido disincanto, che toccano il loro apice con l'intervento - esteriormente negoziale, ma disastroso quanto a risultati - delle forze di interposizione ONU (UNPROFOR), strette tra incapacità, burocrazia ed esposizione mediatica.
E proprio le televisioni occidentali, dopo "i Puffi" dell'ONU, sono l'ulteriore bersaglio del feroce sarcasmo di Tanovic: che dopo averle tratteggiate come potenze massmediatiche in grado di agire da fattore di risoluzione, le riplasma in pochi tocchi di regia, in organismi affamati di notizie da servire cinicamente sui telegiornali della sera; avvoltoi intenti a volare sul corpo disteso della Bosnia pronta ad esplodere, interessati a riprenderne solo lo scempio e l'agonia, senza riguardo ai drammi reali in pieno tumulto sotto la superficie del palese.
Dunque, la trincea come metafora dell'intero paese, con i soldati Čiki, Nino e Čera allo stesso tempo protagonisti e comparse di un dramma che non possono comprendere ma che egualmente sono decisi a recitare, fino in fondo e nei rispettivi ruoli. Fino al suo epilogo che giungerà dopo l'allontanamento dalla scena dell'ONU e delle televisioni, delle loro impotenze e del loro cinismo, delle loro inettitudini e delle loro superficialità.
In tutto questo dramma Tanovic non prende posizione. Non indica colpevoli e vittime, non si addentra nelle responsabilità del conflitto, di chi l'ha scatenato e di chi l'ha inselvatichito. Non adotta punti di vista particolari. Al contrario, lo sguardo del regista si allarga di fatto all'intero teatro jugoslavo: palcoscenico e quinta di un dramma terrificante, che Tanovic tuttavia non trasforma in melodramma, bensì dipinge con pennelli intinti nell'ironia più corrosiva: quello stesso raggelante umorismo da caffetteria balcanica, consumato tra piatti di ćevapčići e bottiglie di rakija che aveva portato ad affiggere, su molti muri della Sarajevo assediata, cartelli segnaletici con la scritta "Pazi Snajper!", "Attenti ai cecchini!".
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no mans land1
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Scheda Tecnica
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Titolo originale: No Man's Land
Anno: 2001
Durata: 98 minuti
Formato: colore
Regia: Danis Tanovic
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