Munich
Steven Spielberg

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stelline 4.5
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Monaco di Baviera, 5 settembre 1972, giochi della XXa Olimpiade: un commando armato di terroristi palestinesi appartenenti alla frazione denominata "Settembre Nero", irrompe negli alloggi del villaggio olimpico riservati alla squadra israeliana e in un crescendo di concitazione e violenza sequestra 11 atleti e dirigenti, poi assassinati all'aeroporto nelle ore successive, durante un maldestro tentativo della polizia tedesca di liberare gli ostaggi.
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Il dramma, vissuto in mondovisione, segna il momento più tragicamente spettacolare del conflitto israelo-palestinese e fornisce l'antefatto alla sceneggiatura di Munich: film ambientato nelle settimane successive, che narra le drammatiche vicende di una squadra speciale, non ufficiale, dei servizi segreti israeliani appositamente costituita per eliminare ad uno ad uno gli esecutori materiali dell'attentato, nonchè i dirigenti palestinesi che l'avevano pianificato.
Si dipana così, con i ritmi cupi di una spy-story, una complessa vicenda di trame oscure ed azioni eclatanti, protrattasi dall'autunno 1972 all'estate 1973, che Steven Spielberg rievoca sulla base di un racconto romanzato pubblicato nel 1984.
Va detto fin da subito che rispetto ai suoi canoni classici, Spielberg realizza con Munich un'opera molto poco spielberghiana, lontana dalle pastose metafore contenute in E.T. e in Incontri ravvicinati del terzo tipo, dalla magniloquenza e dalla retorica di Salvate il soldato Ryan o da talune enfatizzazioni tipicamente hollywoodiane, come la scena del commiato finale di Oskar Schindler in Schindler's list, toccante ma eccessivamente teatrale e didascalica.
Munich, al contrario è un film essenziale, asciutto, a tratti nervoso, depurato di ogni pleonasmo; sebbene di notevole lunghezza (ben 157 minuti), risulta strutturalmente solido, di buona tensione complessiva senza scadimenti drammaturgici, ben costruito come sceneggiatura e clima, nonchè efficace nella caratterizzazione dei protagonisti, sia di una parte che dell'altra.
In effetti, l'analisi dei personaggi, in rapporto alle loro azioni è l'asse portante di Munich: uomini preda di dubbi e di incertezze, di dedizione e debolezza, chiamati a dimostrarsi spietati anche al di là dei loro limiti, in nome di quel diritto alla giustizia biblica che nelle battute iniziali del film la premier israeliana Golda Meir ritiene di potere avocare al suo popolo - terminale terreno dell'Antica Alleanza con Dio - ordinando la caccia senza tregua ai responsabili della strage di Monaco,
Formale ed austero, Spielberg, prende le distanze da ogni interpretazione manicheistica e si sofferma invece sulle contraddizioni di carattere etico e morale che affliggono i personaggi del film, già dalle sue battute iniziali: la liceità dell'omicidio di stato nei confronti di terroristi pluriomicidi, il diritto alla giustizia ottenuto al di fuori delle regole, i torti e le ragioni rivendicati da entrambe le parti, il sostanziale interscambio di ruoli tra i cacciatori e le prede.
Spielberg su tutto questo si interroga e la sua visione appare negativa, pessimistica, sebbene impostata con un certo distacco imparziale, a tratti giornalistico, costruita allo scopo di indurre alla riflessione sulla spirale infinita del “sangue chiama sangue”, della reazione come risposta ad una azione: dinamiche irrisolte che, secondo il regista, portano ad imboccare una strada senza uscita. Una strada che il leader del commando israeliano, Avner (un Eric Bana particolarmente convincente) percorrerà dolorosamente fino in fondo, fino quasi alla paranoia, stretto tra il suo senso del dovere ed il richiamo della propria famiglia, da lui convinta a trasferirsi da Israele a New York.
Ecco, è proprio su questo punto che il film di Spielberg appare meno convincente. Spielberg, di ritrovate radici ebraiche, propone una sua lettura della vicenda eccessivamente idealistica ed astratta, avvolta in un moralismo “liberal” piuttosto costruito, ecumenico al punto da perdere di vista la concreta realtà di un popolo – quello israeliano – costretto giorno per giorno a confrontarsi con i propri nemici.
Va bene la morale, va bene il dialogo, va bene lo sguardo sofferente su una situazione senza uscita. Va bene riconoscere i torti e le ragioni di entrambi. Va bene tutto. Il problema tuttavia è che questa posizione – che di fatto equipara terrorismo e ragion di stato in un osmotico yin e yang – sembra riflettere l'astrazione di un ebreo della diaspora, al sicuro nel proprio mondo di certezze e solo superficialmente consapevole di quel substrato di precarietà perenne che pervade gli ebrei residenti in Israele.
Siamo proprio incrollabilmente certi che il dialogo e la tolleranza ad ogni costo, siano applicabili sul serio ad una situazione come quella medio-orientale, rispetto alla fermezza biblica dell'occhio per occhio? Siamo veramente, solidamente, convinti che vi possa essere pace senza sicurezza? Siamo davvero candidamente persuasi che questa strada sarebbe risultata meno impervia della spirale dell'odio?
O piuttosto, con lucido disincanto, non sarebbe il caso di riflettere sulle parole attribuite a Golda Meir, di momenti nella storia in cui “ogni civiltà è costretta a scendere a patti con i propri valori”?
Non dubitiamo dell'onestà intellettuale di Spielberg, né della sua sincerità nell'affrontare certi temi. Tuttavia, la percezione della realtà che si può avere dagli studios hollywoodiani non può essere la stessa di chi è costretto, un giorno dopo l'altro, a fare i conti con il proprio destino. Come avviene in Israele da 65 anni a questa parte.
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Scheda Tecnica
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Titolo originale: Munich
Anno: 2006
Durata: 157 minuti
Formato: colore
Regia: Steven Spielberg
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