Full Metal Jacket
Stanley Kubrick
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stelline 5
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Giudicato come uno dei più potenti manifesti antimilitaristi mai realizzati per il grande schermo, Full Metal Jacket è certamente un film che fa della critica feroce, inequivocabile, sarcastica e dissacrante alla guerra, al potere ed al sistema militare il suo punto nodale.
Fin qui, nulla da eccepire.
.. full metal jacket
Il problema è che questo film - straordinariamente efficace nei dialoghi, piuttosto asciutto come struttura e decisamente prevedibile per non dire piatto, quanto a defluire della trama - è stato ingiustamente strumentalizzato ed investito di un pacifismo a senso unico che in realtà non possiede.
Certamente Kubrick sceglie di ambientare la sua opera durante la guerra del Vietnam, ma lo fa in quanto periodo storico che si presta particolarmente bene - per una serie di motivi che non staremo qui ad elencare- alla critica pacifista ed antimilitarista in senso lato; dopodichè per il messaggio di cui è stato caricato dal regista avrebbe potuto essere ambientato, con aggiustamenti minimi, in qualsiasi altro conflitto moderno: dalla Prima guerra mondiale (come già fu per Orizzonti di gloria) fino alla seconda guerra del Golfo, senza perdere la sua efficacia comunicativa. In tal senso, Full Metal Jacket è un film atemporale, aspaziale e acausale, che prescinde di fatto dal contesto narrativo, utilizzato esclusivamente quale quinta scenografica.
Per tale ragione, non lo si può considerare un film "sul Vietnam" in senso stretto, nè il suo messaggio un attacco specifico ad una certa idea di imperialismo americano, ai generali del Pentagono, all'amministrazione politica statunitense, bensì piuttosto un atto di accusa al potere in quanto tale, al militarismo come causa/effetto della smodata propensione dell'uomo alla violenza (e quindi alla guerra), al potere politico quale strumento di controllo e limitazione dell'uomo.
La critica di Kubrick è quindi da intendersi come generale al sistema. Full Metal Jacket non è, in alcun modo, un film politico ed è certamente ingiusto etichettarlo come tale; è invece un film essenzialmente etico, direttamente connesso all'approccio malsano dell'uomo verso la violenza ed il potere (categorizzabili come "male"), rispetto alla libertà ed alla ragione (categorizzabili come "bene").
Kubrick riveste i suoi personaggi con la divisa dei Marines, seguendo una tendenza non particolarmente originale: da qui il facile gioco di una certa appropriazione strumentale attuata con intenti smaccatamente politici da parte del pacifismo a senso unico; in realtà, nulla sarebbe cambiato se le uniformi fossero state di un altro colore, in un altro scenario, in un altro ambito temporale.
Tutto ciò per onestà intellettuale.
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L'alienazione dell'individuo è un altro "punto forte" del film. La progressiva spersonalizzazione e disumanizzazione delle reclute da ragazzi ingenui a "perfette macchine per uccidere" è il tratto unificante che lega la prima parte di Full Metal Jacket, dedicata all'addestramento delle reclute a Parris Island, alla seconda, ambientata invece nel Vietnam, durante l'offensiva del Tet. Su questo filo rosso Kubrick costruisce di fatto l'asse portante del film, attraverso sequenze di "culto" destinate a rimanere nella storia del cinema e soprattutto mediante dialoghi tanto straordinari quanto surreali, concentrati soprattutto nella prima parte, durante la quale avviene la trasformazione delle reclute in soldati per mezzo diuna serie di vessazioni fisiche e morali imposte loro dall'inflessibile istruttore,sergente-maggiore Hartmann. Da qui i nomignoli derisori imposti alle reclute (soldato Palla di lardo ad un giovane in sovrappeso, soldato Biancaneve ad una recluta di colore ecc.), da qui gli insulti e il linguaggio oscenamente scurrile e choccanteutilizzato da Hartmann; da qui le prove fisiche e le punizioniquasi ai limiti del sadismo.
La trasformazione, con tali sistemi,si rivelerà un successo ed arriverà al suo apice paradossale quando anche il più inadatto, mite e pacioso dei giovani Marines (e per questo incessantemente vessato e deriso dal sergente istruttore), vale a dire il soldato Palla di lardo,somatizzerà in un'esplosione di violenza il "trattamento" ricevuto, fino al punto di uccidereHartmann e quindi sè stesso,con il fucile avuto in dotazione.
Ancora una volta, con questa rappresentazione per certi versi macchiettistica, stereotipatae comunque estremizzata dell'ambiente militare,ci troviamo di fronte ad una inesorabile critica di Kubrick al militarismo ed in particolare a quel certo esercizio del potere, ottuso e becero, volto a reprimere, umiliare e vessare. Anche qui nulla di sostanzialmente nuovo rispetto a quanto già elaborato nel passato dallo stesso Kubrick.Piuttosto in Full Metal Jacket, Kubrick sviluppa ed amplifica alcune dei concetti già presenti in Orizzonti di gloria, arricchendoli con il tema della disumanizzazione psicologica ed adeguandoli al contesto del Vietnam. Troppo facile, verrebbe da dire, forse anche troppo scontato, nel senso che Kubrick gioca sul sicuro utilizzando un po' strumentalmente,sia puresolo come ambiente scenografico,il trauma prodotto dalla guerra del Vietnam per veicolare il suo messaggio.
Questa distorsione - il Vietnam e le sue bassezze come paradigma assoluto delle brutture umane autoinflitte - finisce sia per riproporre un'immagine stereotipata a senso unico del contesto storico, sociale e politico nel quale si è consumato il dramma vietnamita, sia per limitare, inultima analisi,la portata ed il messaggio stesso del film: del quale si rischia di osservaresolo la corteccia più esterna, trascurando il nucleo.
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Certamente, l'obnubilazione generata dal potere produce danni irreversibili alla ragione ed all'equilibrio.
Certamente, la brutalità dell'addestramento, indottrinamento e spersonalizzazione,atti a forgiare "perfette macchine da guerra" è un aspetto totalmente inaccettabile in qualsiasi contesto ed a qualsiasi latitudine (finanche controproducente, in termini militari,nelle dinamiche tattiche attuali).
Certamente, i soldati dello zio Sam in Vietnam si resero responsabili di molti episodi assai poco edificanti, quando non dichiaratamente criminali(uno su tutti, l'eccidio di My Lai).
Altrettanto certamente, tuttavia, l'abuso distereotipi da parte di uno straordinario regista innovatore come Kubrick, non è sinonimo di grande mestiere, ma rischia di assomigliare ad una automaticità di schemi preconcetti.
Vogliamo veramente credere di essere immuni dall'odio? Vogliamo veramente illuderci che ci verrà data la possibilità di provarci? Possiamo veramente pensare cheil male sia sempre e solo da una parte sola? Perchè non parlare ad esempio dei brutali addestramenti a cui venivano sottoposti gli Spetsznatz sovietici? Perchè non ricordare la follia ideologica che costrinse migliaia di Basiji iraniani disumanizzati e roboticia farsi massacrare nelle paludi dello Shatt-al-Arab? Perchè non citare il nichilismo autodistruttivo dei kamikaze imbottiti di cinture esplosive? Dov'è il male da combattere, in una sola parte o nel tutto?
La risposta mi sembra ovvia. E volerla travisare significa rinnegare il messaggio profondo nascosto da Kubrick in Full Metal Jacket.
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Scheda Tecnica
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Titolo originale: Full Metal Jacket
Anno: 1987
Durata: 112 minuti
Formato: colore
Regia: Stanley Kubrick
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