Flags of our Fathers
Clint Eastwood
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stelline 5
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Cominciamo subito col dire che Flags of our Fathers non è un film di guerra ma è un film sulla guerra, o meglio sui miti, sulla propaganda, sulle bugie che si producono durante un conflitto per mantenere alto il morale dei contendenti e per fare si che possano continuare a combattersi: in tal senso, l'opera di Eastwood si configura come una critica asciutta ma non per questo più indulgente, al marketing di guerra, sul cui altare ogni valore, ogni morale sembrano potere essere sacrificabili.
Eastwood utilizza la guerra per parlare di valori e di morale e lo fa, paradossalmente, destrutturando un mito: quello della bandiera a stelle e striscie piantata ad Iwo Jima, che per almeno una generazione di americani aveva rappresentato simbolicamente la summa di quegli stessi valori, in nome dei quali i loro padri, mariti e fratelli avevano combattuto ed erano morti, in Europa e nel Pacifico.
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In realtà, attraverso la dissacrazione dell'icona, Eastwood punta a ritrovare il nocciolo originario dei valori più veri rimasti seppelliti sotto le incrostazioni della retorica. Per ottenere tale risultato, il regista utilizza le drammatiche scene dello sbarco dei Marines a Iwo Jima - realistiche, brutali, concitate - quale mezzo per veicolare il proprio messaggio: che diverrà esplicito nella seconda parte del film, allorquando tre superstiti della battaglia sopravvissuti all'inferno - Johh, Rene e Ira - si ritroveranno a dover combattere un nuovo tipo di guerra, divenendo questa volta vittime, pur senza spargere il loro sangue.
La creazione del mito pubblicitario della battaglia di Iwo Jima passerà infatti attraverso di loro, scelti in quanto unici sopravvissuti di quel gruppo di sei Marines che avevano innalzato la grande bandiera a stelle e strisce sul monte Suribachi, dopo aver sostituito un vessillo originario più piccolo, reclamato da un politico come souvenir della battaglia.
Il fatto d'essere divenuti dei trofei da esibire in patria in un grottesco tour promozionale, finirà per schiacciare i tre soldati, le cui vite, sia pure con intensità diverse, verranno di fatto gestite e stravolte da una insaziabile macchina pubblicitaria/ propagandistica manovrata dalla politica: una macchina che non esiterà a costringerli a recitare infinite repliche della battaglia in umilianti scenografie di cartapesta, a beneficio di platee radunate negli stadi americani al solo fine di promuovere i prestiti di guerra.
Questa meschina spettacolarizzazione circense di una carneficina costata almeno 25.000 morti tra americani e giapponesi, è l'obiettivo della critica di Eastwood, rivolta senza filtri ad un sistema cinico e manipolatore, disposto a triturare le persone in nome dei propri obiettivi, salvo poi metterle da parte una volta spremute e non più utili allo scopo.
In questo senso l'opera di Eastwood è un atto d'accusa amaro e pesante all'ipocrisia, alla retorica da scrivania ed alla manipolazione della verità: una critica elevata, si badi bene, in nome dei valori e della morale e non come sotterfugio politico-ideologico. Flags of our Fathers infatti, non è un film antimilitarista o antipatriottico, nè tantomeno può essere ricondotto a quel pacifismo sinistroide, intellettuale e salottiero, tanto caro alla Hollywood "impegnata" ed ai vari festival del cinema europei. Al contrario, il film propone un patriottismo di fondo, sia pure in controluce: solo che si tratta del patriottismo morale di Eastwood, incarnato in quei valori che hanno fatto grande l'America nel bene e nel male e che i suoi personaggi trasmettono in mezzo alle loro contraddizioni.
Per tale ragione, Eastwood non esita a empatizzare, in Flags of our Fathers, con quegli uomini mandati a combattere e a morire dal loro paese e per il loro paese: uomini semplici, nè eroi nè anti-eroi, ma semplicemente non-eroi, terrorizzati dall'idea di perdere la vita, ma disposti all'impossibile per i propri commilitoni o anche solo per tornare a casa una volta compiuto il proprio dovere.
Ed è proprio questa realtà che Eastwood vuole raccontare: storie di verità scremate dalla strumentalizzazione retorica di chi aveva organizzato il grande circo mediatico attorno alle vite dei tre non-eroi, ma anche dagli orpelli ideologici dell'artista "impegnato" e preconcettualmente "anti-" qualcosa, tipico di una certa spregiudicata intellettualità radical-chic.
Eastwood non è e non vuole essere un artista "impegnato", almeno non nell'accezione comunemente attribuita a questo termine: Eastwood racconta storie dure di gente della strada, di uomini e donne e dei loro drammi, della loro forza e delle loro cadute, delle loro contraddizioni e delle loro debolezze. Eastwood non si fa racchiudere in schemi dogmatici, non si incasella nel politicamente corretto solo perchè va così tanto di moda. Eastwood è un cantore di storie di vita e Flags of our Fathers è la storia di tre storie. Di vite vissute, lacerate e sofferte, ma sempre entro un contesto in cui scelte morali, tradizione e senso della giustizia rimangono, per l'inossidabile Callaghan/Gunny/Eastwood, principi basilari niente affatto negoziabili.
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 Scheda Tecnica

.Titolo originale: Flags of our Fathers
Anno: 2006
Durata: 126 minuti
Formato: colore
Regia: Clint Eastwood
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