Urla del Silenzio
Ronald Joffé
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stelline 4
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Nel 1984, quando Urla del silenzio uscì nelle sale, erano passati solo cinque anni dalla caduta di Pol Pot (9 gennaio 1979) e non più di nove dall'evacuazione americana di Phnom Phen (10 marzo 1975) e dalla relativa ascesa al potere dei Khmer Rossi in Cambogia.
In tal senso, il merito principale di Ronald Joffé è stato quello di avere disvelato al grande pubblico, attraverso le immagini del suo film - vincitore di ben tre premi Oscar -gli orrori perpetrati contro la sua gente da quello stesso regime comunista di Pol Pot per lungo tempo applaudito in occidente da molti intellettuali o presunti tali, ben equipaggiati con occhiali ideologici dalle lenti offuscate.
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Con Urla del silenzio Joffé realizza dunque un'opera di verità storica, additando con la potenza delle immagini tanto i colpevoli di un brutale genocidio, quanto e soprattutto le loro vittime. Si, perchè Urla del silenzio è essenzialmente una storia di vittime, collettivamente rappresentate dalla figura minuta ma carica di dignità di uno dei due co-protagonisti del film, il giornalista cambogiano Dith Pran, collaboratore e amico di Sydney Schanberg, inviato del New York Times a Phnom Phen.
Ecco, proprio la storia di amicizia tra Pran e Schanberg, ambientata sullo sfondo dei drammatici avvenimenti cambogiani, è il tema principale del lavoro di Joffé, il quale riesce a descrivere con grande perizia e stile quasi documentaristico, la convulsa serie di eventi che portarono i due a condividere i momenti salienti della conquista comunista di Phnom Phen, salvo poi ritrovarsi separati poco dopo, lungo strade diametralmente opposte: il primo in un campo di lavoro e rieducazione ed il secondo a vincere il premio Pulitzer nel 1976 per i suoi reportage da quella stessa Cambogia ritornata all'"anno zero".
Diciamo subito che, fin dal suo apparire, il film venne etichettato dalla critica come una specie di inno all'amicizia in grado di superare le prove più drammatiche (i due, Schanberg e Pran si ritroveranno in Thailandia nell'ottobre 1979, dopo la caduta di Pol Pot). Sta di fatto che l'impressione ricavata dal sottoscritto, dopo averlo visto diverse volte, è stata alquanto diversa.
Per carità, il legame di amicizia tra Schanberg e Pran risulta solido e probabilmente sincero; tuttavia, stando almeno alla narrazione tracciata da Joffé, tale legame appare fortemente sbilanciato: da una parte abbiamo uno Sydney Schanberg ambizioso, ostinato, a tratti prepotente, del tutto preso dal suo lavoro ed apparentemente disposto a scavalcare ogni ostacolo pur di portare a termine la propria "missione"; dall'altra parte abbiamo invece un Dith Pran "caninamente" fedele al suo mentore, capace di spendersi con sincero entusiasmo per le missioni più ingrate, al punto da scegliere di separarsi dalla propria famiglia in partenza per gli Stati Uniti, pur di rimanere al fianco di uno Schanberg caparbio, deciso a continuare il suo lavoro a Phnon Phen a dispetto del buon senso.
Pran è un satellite che ruota attorno a Schanberg e Schanberg di fatto lo utilizza (o lo sfrutta?) quasi come un fattorino: per guidare la macchina, per spedire i telex, per procurare i contatti, per organizzargli la logistica. Pran dovrebbe essere un giornalista e così si definisce lui stesso ("faccio il tuo mestiere anch'io, Syd"), ma Schanberg non sembra considerarlo al suo livello, quantomeno dal punto di vista professionale. Non sono, i due, l'alter ego dell'altro e forse nemmeno veri e propri colleghi, non si completano a vicenda. Pran vive nell'ombra di Schanberg al punto da rinunciare alla possibilità di fuga, che pure avrebbe avuto: cosa della quale Schanberg sembra essere consapevole solo superficialmente, salvo poi ammetterlo apertamentea sè stesso una volta ritornato negli Stati Uniti ("Pran sentiva che io volevo che rimanesse"), dopo un drammatico faccia a faccia con un altro collega egualmente reduce dalla Cambogiama scarsamente indulgente nei confronti di Schanberg.
La figura di Schanberg emerge quindi dal film piuttosto ambigua, venata da tratti di egoismo e permeata da un manto di inconfessata ipocrisia, ed a poco valgono - se non forse ad ingannare sè stesso - i mucchi di lettere che egli compulsivamente spedisce ad ogni possibile interlocutore dal suo comodo ufficio di New York, cercando notizie di Pran disperso in Cambogia. Ed ancor minor valore sembrano avere le offerte di aiuto corrisposte alla famiglia di Pran, alloggiata a San Francisco in uno squallido appartamento recuperato in un quartiere di immigrati.
Il fatto poi, che nello scintillio della sala del Pulitzer, di fronte ad una elegante platea di astanti entusiasti ben disposti all'applauso, Schanberg consegni idealmente al suo amico Pran metà di quel premio appena ricevuto, appare quasi irridente nei confronti di un uomo costretto a divorare lucertole estratte dal fango per non morire di fame, così come appaiono decisamente strumentali le accuse più o meno fondate, lanciate da quello stesso palco al governo Nixon, accusato con i suoi bombardamenti sulla Cambogia di avere esasperato l'atteggiamento repressivo dei Khmer Rossi: una levata di scudi francamente discutibile, che finisce sostanzialmente per deresponsabilizzare dai suoi orrori l'apparato genocida di Pol Pot, ma che verosimilmente aiuta Schanberg a smorzare il proprio latente senso di colpa nei confronti di Pran.
Di queste "zone d'ombra" nell'atteggiamento di Schanberg, Joffé sembra essere consapevole, salvo tuttavia sfiorarle senza mai approfondirle, per quindi annacquarle in un oceano di buoni sentimenti, non sappiamo quanto sinceri: a questo proposito, non aiuta a fare chiarezza sulla buona fede di Schanberg il fatto che la sceneggiatura del film sia stata tratta da un testo originale scritto da lui stesso.
Interrogativi e dubbi che Joffè preferisce accantonare a modo suo, celebrando con un finale piuttosto stucchevole l'incontro in un campo profughi in Thailandia tra Schanberg e Pran sopravvissuto all'inferno. Un incontro scioltosi in un abbraccio cinematografico, accompagnato dalle note francamente fuori luogo, di Imagine di John Lennon..
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Scheda Tecnica
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Titolo originale: The Killing Fields
Anno: 1984
Durata: 142 minuti
Formato: colore
Regia: Ronald Joffè
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